Gli scherzi di un giullare
sulla serietà della politica

La domenica del villaggio
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di Giancarlo Liuti

Riferendosi all’Italia di sessant’anni fa Ennio Flaiano se ne uscì con una battuta che fece epoca: “La situazione è grave ma non è seria”. E oggi, se consideriamo ciò che accade un po’ dovunque, a Palazzo Chigi, a Montecitorio, nella Reggia di Arcore, nei comuni di Milano, Roma, Napoli, l’Aquila e pure Macerata, questa battuta necessita di un sostanzioso intervento peggiorativo: “La situazione è molto più grave ma molto meno seria”. Cosa dire, infatti, di quei trecento e passa deputati che solennemente hanno creduto alla storiella della nipote di Mubarak? O della nuova casa “Batman” del figlio della Moratti con dentro un poligono di tiro? O del sottosegretario Daniela Santanché secondo la quale la povera Tiara potrebbe essere ancora viva se le risorse spese per indagare su Ruby fossero state impiegate nelle sue ricerche? O della kafkiana vicenda politica maceratese, dove il centrosinistra interpreta da solo le varie parti in commedia, col sindaco che fa la sinistra, il suo gruppo consiliare che fa la destra e il suo partito, il Pd, che fa il centro, schierandosi una volta di qua e l’altra di là? Situazione grave, sì. Ma soprattutto non seria. E siccome le cose non serie hanno almeno il vantaggio di essere divertenti, approfittiamone per riderci su con qualche impertinente “scherzuccio da dozzina”, come li definiva il poeta Giuseppe Giusti quando ironizzava sulle “eccellenze” del tempo suo.

“Nomen omen”, sentenziavano i padri latini per dire che nei nomi può nascondersi una vocazione, un pronostico, un destino. Prendiamo Italo Bocchino, esponente di punta dei finiani. Sono mesi, ormai, che il suo cognome suscita allusioni di varia pesantezza nei giornali, in televisione e nelle vignette satiriche. Ma veniamo ai fatti nostri, cioè alle vicende comunali e soprattutto alle imminenti elezioni provinciali. Esse implicano non facili problemi di ordine politico, come la stabilità del governo municipale e l’alleanza fra il Pd e l’Udc, due partiti che hanno molte ragioni per non andare d’accordo ma altrettante ne hanno per mettersi insieme. Questioni, insomma, da far tremare i polsi a coloro sui quali ricade la responsabilità di affrontarle con pensosa saggezza, trascurando interessi personali, cogliendone la reale sostanza democratica e cercando d’interpretare i sentimenti di coloro che fra appena due mesi andranno alle urne. Già, le urne. Parafrasiamo il Foscolo: “A egregie cose il forte animo accendono le urne …”. Avranno, i nostri politici, un animo forte? Sapranno fare cose egregie?

Osserviamo allora come si chiamano i personaggi dai quali, ai vari livelli, è legittimo attendersi che siano all’altezza di imprese di così alta pregnanza. Si chiamano Broccolo, Sciapichetti, Ricotta, Meschini, Cavallaro, Calzolaio, Garufi, Compagnucci, Manzi, Ciaffi, Pettinari, Capponi. Intendiamoci, la teoria del “nomen omen” va presa per quello che è. Uno scherzo, ripetiamo. Anzi, uno spassoso sberleffo come quelli che i giullari di corte rivolgevano, essendone autorizzati, ai rispettivi sovrani. Del resto le conosciamo, queste persone, e lungi da noi il sospetto che in cuor loro non perseguano il bene comune. Ma, insomma, se uno consulta il vocabolario alle parole “broccolo” e “ricotta” e va a vederne il significato riferito agli esseri umani non è che ne riporti  un’immagine molto esaltante. Di “meschino” è inutile dire. E “sciapo” lasciamolo perdere. Quelli del cavallaro e del calzolaio, poi, sono mestieri rispettabili ma ben poco si adattano a incarichi di governo (ci perdonino i civitanovesi, ma già gli antichi ammonivano “sutor ne ultra crepidam”, il calzolaio non si spinga oltre la scarpa). E Compagnucci? Vengono in mente i “compagnucci della parrocchietta” di una famosa gag di Alberto Sordi. E la vicesindaco Manzi? Qui le scuole di pensiero sono due: o bovini da tiro se guardiamo alla pesantezza, ogni giorno maggiore e non sempre incolpevole, del carro del sindaco Carancini, o bovini da macello se invece pensiamo alle manovre, ogni giorno più insidiose, degli oppositori occulti. Secondo alcuni, fra i soggetti che contano c’è pure Ciaffi. E qual è il significato di “ciaffo”? Cosa di poco valore, cosa da nulla. E Garufi? Il verbo “sgaruffare” significa “arruffare” e “scompigliare”, specialmente i capelli. Ebbene, che l’esponente dell’Idv sia uno scompigliatore lo si è già capito da vari episodi del consiglio comunale. Ma cosa c’entrano i capelli? Ecco allora profilarsi Pettinari, segretario regionale dell’Udc e in vario modo candidato alla presidenza della Provincia, il cui cognome significa “fabbricanti di pettini”, strumenti sui quali proverbialmente s’impigliano, procurando dolori, i nodi del suo e degli altri partiti delle possibili coalizioni. E nel centrodestra? Il candidato alle provinciali si chiama Capponi e pure sulla parola “cappone” il vocabolario non è affatto generoso. Diciamo “mancanza di attributi” e fermiamoci qui. Quante malelingue, infine, sul dio denaro – prebende, incarichi, consulenze, affari – che condizionerebbe le scelte politiche! Ebbene, uno dei candidati alle provinciali, stavolta del “Fronte verde”, si chiama Quattrini. Basta, A questo punto il giullare si tace, confidando nella clemenza dei propri sovrani.



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