Donne maceratesi al “vertice”
In politica sono poche ma buone

8 MARZO - La riscossa delle "Rosy Bindi", ma non basta proporre le quote rosa

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di Beatrice Cammertoni

Otto Marzo, festa della donna. Una giornata che media, tradizioni e fiorai ci invitano a declinare al femminile. Un po’ per abitudine, un po’ perché infondo le mimose fanno piacere siamo di nuovo qui a farci festeggiare, poco importa se questo è l’anno del bunga-bunga e delle piazze radical chic. In un quadro nazionale offuscante è difficile capire quale donna si vada a celebrare. Il nostro è un paese che per “rimediarne” l’assenza al vertice propone le cosiddette “quote rosa” per colorare un po’ le dirigenze, come se fosse troppo per una professionista o per una politicante pretendere che le proprie effettive capacità siano semplicemente comparate a quelle di un uomo. Il nostro è un paese in cui però le quote rosa sarebbero effettivamente il male minore rispetto alle reali difficoltà che si incontrano nell’approcciarsi ai ruoli che storicamente sono diventati maschili. In Italia si ride alle battute che colpiscono in modo indecente Rosi Bindi per la sua mancata avvenenza, poco importa se si tratti di una delle figure più credibili e affidabili dell’altrettanto nostra politica malata. Lo stesso partito a cui lei si riconduce ha quasi ignorato chi la proponeva al vertice, mentre altre candidature molto meno vincenti si alternano senza coerenza da tanti troppi anni. Chiediamoci anche se non sia particolarmente stonato quest’anno festeggiare l’8 Marzo quando ormai da mesi le donne italiane vengono solo inquadrate solo in due dimensioni. Chi governa, chi si oppone a chi governa e i media che condiscono il dibattito tra le fazioni hanno deciso che le donne italiane sono solo o quelle di Arcore o quelle bruttine ma intellettuali che vanno in piazza. Questo scenario conduce a polarizzazioni quanto mai nocive per le quali tutte le belle donne sono stupide e usurpatrici di cariche pubbliche e tutte le donne meno belle sono rabbiose e invidiose radical chic incapaci di valutare oggettivamente i nostri tempi. Un peccato, perché questa cecità nasconde delle realtà mai come prima promettenti. Sarebbe bello, per dire, che le varie Prestigiacomo, Carfagna, Merloni, Santanchè, la stessa Bindi, la Finocchiaro, la Serracchiani e tutte le altre, avessero spazio per parlare delle loro proposte, delle loro soluzioni e prospettive e non solo per difendere o attaccare un premier su cui pendono accuse gravi come quelle di prostituzione. Degli interventi sulle loro idee, delle poltrone da salotto televisivo da elargire sulla base della loro intelligenza e non solo sul fatto di essere politici, donne, in un determinato momento storico. Dovrebbe essere altra insomma la femminilità su cui fare audience. E per continuare sui “dovrebbe” non sarebbe male neanche avere Ministri della Difesa, degli Interni, degli Esteri, dell’Economia donne se proprio un Premier femmina non riusciamo a partorirlo.

Sembrerebbe più “rosea” la realtà locale, non tanto per i numeri, che restano troppo non significativi quanto per le donne in questione. La “nuova storia” caranciniana si è aperta con la nomina di un vice-sindaco e due assessori donne, Irene Manzi, Stefania Monteverde e Federica Curzi. Più in generale le scorse comunali hanno decretato l’elezione di un Consiglio con poche ma forti figure femminili: la più votata dell’infinita lista di candidati dopo Massimiliano Bianchini è stata Deborah Pantana, del Pdl e sono entrate l’ex-sindaco Anna Menghi e la capolista dei Verdi Gabriella Ciarlantini. Poche, ma rumorose. La Pantana, impossibile negarlo, porta i pantaloni in un’aula a schiacciante maggioranza maschile. La Ciarlantini parla per una fetta dell’elettorato che faceva fatica a sentirsi rappresentato dalle istituzioni locali e lo fa prendendo posizioni forti e spesso duramente criticate (l’uscita dall’aula nel momento di raccoglimento per i caduti in Afghanistan). Anna Menghi porta avanti la stessa determinazione che l’ha resa l’unico primo cittadino donna del nostro capoluogo di provincia. Solo cinque dei cinquantasette comuni della provincia maceratese sono guidati da donne: la Calvigioni a Corridonia, la Ubaldi a Porto Recanati, la Mancini a Petriolo, la Scaficchia a Bolognola e la Formica a Colmurano. La provincia commissariata è guidata anche dal vice-prefetto Tombesi, figura quanto mai autorevole e apprezzata al punto da essere invocata come candidata per la prossima stagione elettorale pur non politica di professione. Impresa epica pur non politica quella della Preside di Economia Antonella Paolini: resterà sicuramente nella storia dell’Ateneo maceratese la corsa alla carica di Rettore nel corso della quale Luigi Lacchè, super favorito dopo l’era Sani è stato eletto dopo uno spoglio di schede al cardiopalma per una manciata di voti. Ai vertici delle Facoltà maceratesi oltre alla Paolini ed a Anna Verducci dell’Accademia di Belle Arti si è aggiunta quest’anno anche Barbara Pojaghi, preside di Scienze della Comunicazione, altra figura di spicco dell’intera Università nostrana.

Risulta evidente che le donne maceratesi al vertice ci sanno stare ma anche che ci vogliono stare. Il prossimo appuntamento elettorale, quello delle provinciali, si avvicina anche se sono ancora poche le certezze su candidati e schieramenti. Annunciata la candidatura del PdL, con il ritorno di Capponi, sarebbe così impensabile attendere non l’uomo, ma la donna del Pd? Il ritrovato attivismo femminile si tradurrà in un maggiore protagonismo delle donne nel palazzo di Corso della Repubblica?

 


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