Resta in carcere Sauro Muscolini
Il giudice convalida il fermo

TOLENTINO - Il presunto omicida continua a dichiararsi innocente

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“Non sono stato io: quando sono entrato in casa di Felice Brandi lui era già morto”. Si è difeso così davanti al gip di Macerata Enrico Pannaggi, Sauro Muscolini, il sospetto omicida dell’ex barista di Tolentino, ucciso in casa la notte del 30 luglio con 24 coltellate. Trentotto anni, operaio interinale, una lunga amicizia con la vittima, Muscolini è stato bloccato l’altra notte dai carabinieri mentre andava a disfarsi di un sacchetto con degli abiti sporchi di sangue e quella che quasi certamente è l’arma del delitto. Oggi è comparso davanti al giudice, assistito dall’avvocato  Pierlorenzo Ariozzi. Un’ora e mezza di interrogatorio, nel quale ha respinto ogni accusa. “Sono caduto in una trappola” avrebbe sostenuto, nel tentativo di spiegare come mai era in possesso del coltello da macellaio e di quegli abiti intrisi di sangue, su cui ora il Ris farà l’esame del Dna per compararlo con quello di Brandi.

Coltello

Al termine dell’interrogatorio, il gip (presente anche il pm Andrea De Feis) ha convalidato il fermo in carcere per gravi indizi di reato, pericolo di fuga e per la supposta pericolosità sociale dell’indagato. Un passato di piccoli precedenti per droga, come Brandi, Muscolini abitava lungo la stessa via, a pochi metri di distanza. La sera dell’omicidio i due avevano assistito insieme alla presentazione di un libro, e poi si erano fermati in un bar a mangiare qualcosa. Quello che è successo dopo resta un mistero: Brandi venne ritrovato cadavere solo nel pomeriggio successivo, dal fratello, che non ricevendo risposte al telefono aveva fatto buttare giù la porta dai vigili del fuoco. Muscolini era finito subito nella rosa dei sospettati, ma la perquisizione del suo alloggio (dove vive con un fratello) aveva dato esito negativo. I carabinieri però hanno continuato a tenerlo d’occhio, fino al 9 settembre, quando l’operaio è andato a riprendere l’involucro con l’arma e gli indumenti macchiati dal garage di una persona che aveva accettato di custodire quelli che credeva fossero solo abiti da lavoro sporchi.


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