Le lacrime di coccodrillo
e il fantasma dell’accordo
Il commento di Giancarlo Liuti
di Giancarlo Liuti
Cosa chiedeva Luigi Gentilucci al Consiglio di Stato, supremo organo della giustizia amministrativa? Chiedeva che le elezioni provinciali fossero annullate perché la sua lista, la Lam, era stata ingiustamente esclusa dal voto. E il Consiglio di Stato gli ha dato ragione. Dice infatti il dispositivo della sentenza: “Accoglie l’appello, annulla le operazioni elettorali e ordina che la presente decisione sia eseguita dall’autorità amministrativa”. Le parole chiave sono tre: “accoglie”, “annulla” e “ordina”. Nella lingua italiana non esistono parole più chiare di queste. Eppure circola l’idea che Gentilucci, previo un fantomatico accordo col presidente Capponi, potrebbe rinunciare all’esecuzione di quel pronunciamento. Lui stesso lancia appelli, formula ultimatum, fissa scadenze. Ma qui, a prescindere dagli interessi delle parti in causa, la domanda è se Gentilucci possiede o non possiede la facoltà di far cadere nel nulla quelle tre parole, ammettendo così di aver fatto, col suo ricorso, una sorta di scherzo goliardico ai giudici del Consiglio di Stato. E cogliamo l’occasione di sottolineare la dignità istituzionale del presidente Capponi, il quale, pur nell’amarezza che gli deriva dai clamorosi sviluppi della vicenda – un’amarezza, diciamolo, non priva di ragioni di democrazia sostanziale – sembra dar poco credito alle tardive lusinghe, alle lacrime di coccodrillo e alle code di paglia di Gentilucci.
In ogni caso, però, c’è qualcos’altro che molto ci delude e, al limite, ci indigna. Insomma, qui non si tratta degli interessi di Gentilucci o di Capponi. Qui è in gioco uno dei princìpi generali – validi sempre e comunque – dell’ordinamento giuridico che regge la comunità nazionale. E ripetiamo la domanda. E’ possibile che la esecuzione delle sentenze definitive del Consiglio di Stato sia vanificata dal sopravvenuto ripensamento di un ricorrente? Se sì, Gentilucci ha il diritto di puntare a un eventuale accordo con Capponi. Se no, questa manfrina è una presa in giro di noi tutti, destra, sinistra, centro, da Visso a Civitanova. “Sì sì”, dice il Vangelo, “no no”. Ecco il punto, non ce ne sono altri. Ed è un punto semplice da affermare, purché vi sia un minimo di autonomia culturale, coraggio civile e sensibilità per il bene comune.
Ora, con l’infarinatura che ci viene da vecchie e obsolete frequentazioni della scienza giuridica, la nostra opinione vale meno di zero. Dovrebbe valere molto di più l’opinione degli avvocati amministrativisti che operano nel territorio, ma, a quanto pare, le loro cognizioni in fatto di princìpi generali sono piuttosto vaghe e spesso dipendono da scelte di campo politico. Filtrano indiscrezioni, ipotesi, fantasiosi scenari. E nessuno di loro si espone, pubblicamente e con limpidezza, in prima persona. Ma la provincia di Macerata ospita due atenei, due facoltà giuridiche, due autorevoli – fino a prova contraria – istituti di diritto pubblico e amministrativo. Ebbene, da tempo si sostiene che ben più stretti dovrebbero essere i rapporti di conoscenza, indirizzo e collaborazione fra quelle università e la realtà provinciale. E, allora, quale occasione migliore di questa, che coinvolge uno dei pilastri della democrazia, cioè il diritto di voto? Niente, dalle cattedre di Macerata e Camerino giunge il silenzio degli ignavi. Come se non esistessero. Inutile, cari lettori. Mala tempora currunt.

Caro Giancarlo, ho letto anch’io il dispositivo e mi sembra chiaro. Ciò detto, premesso che delle sentenze è sempre bene leggere anche la motivazione, dobbiamo purtroppo ricordare che il nostro è da tempo diventato un paese dove l’impossibile è all’ordine del giorno ed il senso del pudore si è perso da altrettanto tempo.
le elzioni sono annullate, non vedo spazi di manovra. Manca il convitato di pietra nel suo articolo …. la volontà degli elettori
Bravo Liuti, come sempre!
Quanto ai giuristi delle due Università: non so quelli di Camerino, ma quelli di Macerata in questo momento sono troppo presi dal “mercato delle vacche” (con tutto il rispetto per le vacche…) dell’elezione del rettore.