Crisi: “La ripresa è cominciata. Ma la ricaduta è dietro l’angolo”

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(Fonte: ilsussidiario.net

di Ugo Bertone)

La grande crisi è finita? La tentazione di dirlo, anche se nessuno l’ammette, è forte. Anzi, sotto sotto si fa strada una tesi insidiosa: passata l’emergenza, è svanita la necessità di grandi riforme. Perché imporre “lacci e laccioli” che possano ingabbiare gli animal spirits? Certo, le diplomazie del G20 sono ancora in movimento. E si annunciano grandi riforme, almeno sulla carta, capaci di produrre effetti in futuro. Ma lo slancio dirigista perde spazio, giorno dopo giorno. In Italia i Tremonti bond non sono più la panacea necessaria dei problemi bancari: anzi, gli istituti possono trovare sui mercati alternative meno costose e politicamente meno impegnative.

Stessa sorte per gli incentivi oltre Oceano: le facilities concesse dalla Fed alle banche commerciali sono scese dell’87 per cento; il programma di aiuti predisposto dal Tesoro sta per esaurirsi entro il mese di ottobre in assenza di richieste. L’edificio della finanza globale, infatti, sembra di nuovo in salute, almeno a prima vista. Tutte le fosche previsioni di un anno fa, quando i Lehman boys traslocavano con grandi scatoloni dal quartier generale di Manhattan, devono essere corrette in meglio: l’occupazione dell’industria finanziaria ancora negativa, ma di poco (meno 8 per cento rispetto al settembre 2008).

L’indice S&P ha recuperato quota mille, con una progressione del 50% rispetto al marzo scorso, meno che a Milano dove la ripresa è stata addirittura dell’80 per cento. Più ancora, accantonati i propositi di regulation, il mercato dei derivati, così contestato ai tempi della crisi più acuta dei subprime, oggi va a gonfie vele. Così come i bonus dei traders più capaci. Certo, perfino Lloyd Blankfein di Goldman Sachs, che a Natale incasserà una gratifica largamente superiore ai 50 milioni, ammette che le gratifiche “ci sono sfuggite di mano”. Ma sembra più una preoccupazione “politica”, per venire incontro alle richieste dei capi di governo e dell’opinione pubblica, piuttosto che un’opinione convinta: Goldman Sachs sta recuperando alla grande. Perché stupirsi, di fronte a numeri così positivi, se i 30 mila dipendenti della banca d’affari guadagneranno, in media, 700mila dollari a testa? Per giunta, dopo tante sofferenze, anche l’economia reale sembra aver riscoperto il segno più: migliorano i conti del Pil, sia negli States che in Europa. Perfino l’Italia, al solito al traino dell’export, è in ripresa. Insomma, il cantiere delle riforme messo in piedi dal G20 non va dimenticato. Ma l’economia si è rimessa in moto prima. O no?

In realtà, ahimé, la ripresa dell’economia poggia su basi fragili. Non facciamoci illusioni di fronte alla ripresa dei conti delle banche d’affari. A fronte dell’ottima congiuntura delle investment bank, che attingono a piene mani dall’abbondante liquidità in circolazione reinvestendo in attività mediamente rischiose (o nella ripresa degli M&A) perdura la difficoltà delle aziende. Le banche commerciali, poi, denunciano ancora una leva finanziaria molto alta e, soprattutto in Europa, accusano un basso livello del capitale.

In sostanza, gli squilibri alla base della crisi sono ancora presenti: quando le banche centrali inizieranno a drenare la liquidità in circolazione (gli aggregati monetari sono ancora in forte espansione) per evitare l’esplosione dell’inflazione, si correrà il rischio di una ricaduta, potenzialmente rovinosa. La via maestra, probabilmente, passa per un ritorno graduale a tassi di interesse normali, anche a costo di rallentare una ripresa “drogata” destinata a tradursi in nuove bolle, vuoi sul fronte delle materie prime che dell’azionario.

Per ottenere questo risultato, però, occorre che non si esaurisca la spinta riformatrice. Non ha molto senso insistere sui bonus ai banchieri, più effetto che causa di una situazione di grande disordine. Meglio sarebbe ragionare,in termini concreti, sulla fiscalità: una tassa sulle transazioni, così com’è stata sollecitata dal presidente dei mercati finanziari inglesi, l’Fsa, sarebbe più gradita ai contribuenti, sulle cui tasche è gravato il salvataggio del sistema. Non solo: i quattrini così raccolti potrebbero rafforzare le base di autodisciplina e di garanzia del circuito internazionale, emancipandolo dal sostegno dei governi. Guai se, esauriti i sintomi più gravi della crisi, questa od altre riforme finissero nel dimenticatoio. I precedenti, dagli anni Trenta alla deflazione giapponese, confermano che la crisi, in caso di ricaduta, può essere assai più grave e duratura…



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