I tesori nascosti:
Grotte di S.Eustachio

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di Luciano Burzacca

Lungo la statale 361, a circa 2 chilometri da San Severino, una piccola gola, detta di S. Eustachio o Valle dei Grilli, nasconde alcune opere umane, testimoni di antiche attività religiose ed economiche sviluppate nei secoli passati lungo il Potenza. In questo punto la valle si restringe e il fiume riceve un piccolo affluente, in realtà un torrente stagionale, che incide il fondo della gola. La zona presenta una curiosità interessante: nel mese di Aprile i lati della statale sono costeggiati da alberi con fiori violacei (siliquastri o alberi di Giuda), che qui hanno trovato un perfetto habitat. Ciò che colpisce subito chi frequenta questa via, è però la presenza di varie cave, oggi abbandonate, che la vegetazione sta cercando di nascondere. Qui la natura si sta riappropriando affannosamente di ciò che l’uomo, per giusta causa, ma a volte in modo irrazionale, ha sottratto ad essa. Ricca di alcune varietà di calcare, questa parte della valle del Potenza era già sfruttata nei secoli passati all’interno della gola, dove rimangono a testimoniare l’attività estrattiva alcune grotte, vicino alle quali esistono i ruderi di un’antica abazia.
Attraversata la ferrovia e poi un piccolo ponte sul Potenza, si arriva presso alcune case coloniche, oltre le quali la strada col fondo di breccia prosegue, inoltrandosi nella boscaglia. Dopo pochi minuti si arriva ad una radura, dove si può parcheggiare comodamente. La strada è percorribile con l’auto fino alle grotte, ma, scegliendo di camminare, si arriva a destinazione in circa venti minuti senza sforzo. Un ampio cartello indica le peculiarità della valle (tra le quali un raro anfibio), studiata e tutelata da diversi enti ambientalistici della provincia. Purtroppo non è facile poter osservare tutte le caratteristiche elencate, a meno di dedicarvi tempo e pazienza oppure tornare più volte, per esempio quando il torrente non è in secca, come in questo periodo.
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Arrivati a destinazione, si notano subito le grotte il cui aspetto denota la loro origine artificiale, scavate per estrarre blocchi di calcare massiccio, utilizzato per costruzioni e probabilmente anche per statue. Le pareti sono lisce, verticali, le volte sono piatte: sembrano quasi stanze, ricavate con scalpelli e sforzi oggi inimmaginabili. Un’attenta osservazione permette di scoprire sulle pareti i segni lasciati dai lavori di estrazione. Stalattiti lunghe qualche centimetro pendono dalla volta, lasciano gocciolare l’acqua di percolazione nella roccia e testimoniano che l’abbandono delle lavorazioni risale a qualche secolo fa.

Vicinissima alla grotta principale c’è una chiesa, o meglio ciò che resta dell’antica chiesa dell’abazia, seminascosta dalla vegetazione invadente. Si può entrare e osservare ciò che resta dell’antico lavoro dei costruttori: l’abside, scavato nella roccia, la volta a crociera con tantissimi mattoni incastonati tra loro, un ampio rosone circolare e due lunghe finestre, sul lato ovest, per catturare la poca luce che la stretta gola mette a disposizione. La chiesa, incastonata nella parete rocciosa, è un tutt’uno con essa e sicuramente si armonizzava con il paesaggio al tempo in cui era presente la comunità di eremiti. Ora però sta lentamente agonizzando nell’abbraccio mortale della vegetazione: anche qui la natura tenta la rivincita sull’uomo.
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Numerosi documenti permettono di ricostruire la storia dell’abazia, la cui costruzione, per alcuni aspetti, richiama la cultura longobarda. Già segnalata nell’XI secolo e abitata da eremiti, deve il nome S. Eustachio in Domora (dimora)all’ospitalità che forniva temporaneamente ai lavoranti delle cave e ai viandanti che percorrevano la via S.Severino – Camerino attraverso i monti. Per un certo periodo ebbe il controllo amministrativo di altre chiese della zona, come la Pieve di S.Zenone e Madonna delle Macchie, situate pochi chilometri più ad ovest sulla statale, nell’attuale territorio comunale di Gagliole. Nel corso del 1300 l’abazia fu abbandonata, mentre l’attività estrattiva, iniziata forse in epoca romana, continuò fino alla prima metà del secolo XIX.
Sul versante opposto alla chiesa, un’altra grotta ospita una costruzione enigmatica, sulla cui funzione circolano due ipotesi, entrambe supportate da qualche prova. Ci sono i resti di una piccola torre circolare, con le pareti munite di numerosissime finestrelle: alcuni sostengono che era una piccionaia, altri, visto che le pareti sono un po’ annerite e la roccia presente è adatta allo scopo, preferiscono definirla una calcinaia, ovvero una fornace per cuocere pietre e produrre calce. Qualunque sia stata la sua reale funzione, questo rudere ha un particolare fascino, perché evoca quei paesaggi del sud degli Stati Uniti dove le popolazioni indigene costruivano le loro abitazioni nelle grandi caverne naturali. Insomma, qui pare di essere quasi in un “pueblo”.
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Questa grotta si raggiunge dopo aver attraversato il letto del torrente e percorso un breve sentiero nella macchia.
Oltre queste grotte si sviluppa un sentiero disagevole, almeno all’inizio, che permette di esplorare tutta la gola, salire sui monti ed arrivare perfino a Camerino o a S. Severino.
La visita, interessante per chi ama questo tipo di escursioni, lascia un po’ di amarezza: dispiace rilevare come antiche opere, magari non pregiate ma comunque testimoni importanti del passato, vengano purtroppo abbandonate. Un oculato controllo della natura per salvaguardare costruzioni che non sono ecomostri, ma che si inseriscono perfettamente nell’ambiente, sarebbe auspicabile. D’altra parte non si può recuperare tutto perché ci sono ovviamente delle priorità, comunque è triste rilevare ancora una volta che un altro piccolo pezzo di storia della nostra provincia va inesorabilmente scomparendo.

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