Il sonno sotto indagine
per capire l’Alzheimer
CAMERINO - Lo studio di Unicam con la Bristol University apre nuove prospettive. Il docente Michele Bellesi: «Osservando le dinamiche del cervello mentre si dorme possiamo ricavare informazioni sul funzionamento di sistemi cerebrali coinvolti nella malattia»

Michele Bellesi
Alzheimer, forse una soluzione viene dal sonno. È oggetto di uno studio di Unicam con altri atenei. L’ipotesi è che dormire possa fornire informazioni preziose per comprendere e, in futuro, monitorare alcune delle alterazioni cerebrali associate alla malattia. Questo emerge dallo studio condotto dal gruppo di ricerca coordinato da Michele Bellesi della Scuola di Bioscienze e Medicina veterinaria di Unicam in collaborazione con l’Università di Bristol e appena pubblicato sulla prestigiosa rivista “Alzheimer’s & dementia: the journal of the Alzheimer’s association”.
Il legame tra sonno e malattia di Alzheimer è da tempo oggetto di grande interesse. Chi soffre di Alzheimer presenta spesso importanti alterazioni del sonno.
Ma forse dormire male potrebbe contribuire alla sua progressione. Dormendo il cervello svolge attività fondamentali come consolidare i ricordi, riequilibrare la propria attività e attivare meccanismi che contribuiscono a mantenerlo efficiente. Capire come i processi cambiano nell’Alzheimer potrebbe quindi aiutare a comprendere meglio la malattia stessa.
Il gruppo di ricerca si è concentrato in particolare sulle oscillazioni ultra-lente dell’attività cerebrale che si verificano durante il sonno Nrem. Queste oscillazioni contribuiscono a regolare la comparsa dei cosiddetti fusi del sonno, brevi segnali elettrici prodotti dal cervello che hanno un ruolo importante anche nei processi legati alla memoria. Secondo diversi studi sperimentali, queste lente oscillazioni potrebbero essere legate all’attività di alcuni sistemi che regolano il funzionamento del cervello in particolare del locus coeruleus che è una delle prime aree del cervello ad essere interessate dalla malattia.
Durante il sonno, la noradrenalina sembra avere un ruolo anche nella regolazione dei vasi sanguigni cerebrali e nei meccanismi che favoriscono la circolazione del liquido cerebrospinale, contribuendo così all’eliminazione delle sostanze di scarto dal cervello. Un’alterazione di questo naturale sistema di “pulizia” potrebbe contribuire all’accumulo di beta-amiloide, una delle proteine coinvolte nella malattia di Alzheimer.
Nel corso del lavoro i ricercatori hanno ipotizzato che le oscillazioni ultra-lente rilevabili durante il sonno potessero rappresentare un segnale attraverso il quale intercettare alcune di queste alterazioni fisiologiche.
Per verificarlo è stato analizzato il sonno di persone con malattia di Alzheimer o deterioramento cognitivo lieve appartenenti allo spettro Alzheimer e di soggetti cognitivamente sani della stessa fascia di età. Le registrazioni sono state effettuate per più notti direttamente a casa dei partecipanti. Il risultato principale riguarda proprio la forza delle oscillazioni ultra-lente: nelle persone con Alzheimer l’ampiezza di queste oscillazioni è risultata ridotta di circa il 27% rispetto ai soggetti cognitivamente sani.
«Il sonno non è uno stato passivo, ma un momento nel quale il cervello attraversa dinamiche fisiologiche estremamente organizzate – sottolinea Michele Bellesi –. I nostri risultati suggeriscono che, imparando a osservare con maggiore precisione queste dinamiche, possiamo ricavare informazioni sul funzionamento di sistemi cerebrali che sappiamo essere coinvolti nella malattia di Alzheimer».
Altro risultato interessante riguarda il rapporto tra queste oscillazioni del sonno e alcuni segnali biologici della malattia misurabili nel sangue. Le persone con oscillazioni più robuste tendevano ad avere un profilo più favorevole della beta-amiloide, una delle proteine coinvolte nell’Alzheimer.
Lo studio identifica così una nuova firma elettrofisiologica del sonno associata all’Alzheimer e apre alla possibilità di considerare in futuro queste oscillazioni come un nuovo potenziale biomarcatore digitale, misurabile in maniera non invasiva attraverso l’Eeg durante il sonno.
Particolarmente interessante, in una prospettiva applicativa, è la possibilità di rilevare questo segnale mediante registrazioni ripetute effettuate direttamente a domicilio. Se i risultati saranno confermati ed estesi attraverso studi longitudinali, le misure Eeg ottenute durante il sonno potrebbero contribuire allo sviluppo di strumenti non invasivi per seguire nel tempo le alterazioni associate alla malattia, affiancandosi ai biomarcatori biologici oggi disponibili. «Il messaggio che emerge dal nostro lavoro – conclude Bellesi – è che nel sonno potrebbe essere contenuta un’informazione sulla malattia che finora abbiamo sfruttato solo in parte. Registrare il sonno non significa soltanto misurarne durata o profondità: significa osservare il cervello mentre attraversa spontaneamente diversi stati fisiologici. Imparare a leggere questi segnali può aiutarci a comprendere meglio il rapporto tra sonno e Alzheimer e, in prospettiva, a sviluppare nuovi strumenti per osservare nel tempo la salute del cervello».