Nuovo ospedale, l’avvocato Perticarari:
«Progetto da 23 ettari sovradimensionato,
se ne possono tagliare 14,5»
MACERATA - Il legale è presidente della sezione Marche dell’Istituto nazionale di urbanistica: il riferimento alle riflessioni svolte da Marchiori e da Iommi e la "Variante Carancini". Altro aspetto da non trascurare è l'impatto che l'addio al vecchio ospedale avrà per corso Cairoli e il quartiere Santa Lucia

Renato Perticarari
di Luca Patrassi
L’avvocato Renato Perticarari interviene, in qualità di presidente della sezione Marche dell’Istituto nazionale di urbanistica, sulla questione del nuovo ospedale. Il punto di partenza sono due recenti interventi dell’assessore ai Lavori pubblici Andrea Marchiori e dell’ex assessore all’Urbanistica Silvano Iommi.
«Nel primo intervento veniva annunciato l’avvio della procedura di Vas (Valutazione ambientale strategica) per il nuovo ospedale di Macerata alla Pieve con la trasmissione al competente organo provinciale della richiesta di avvio di detta procedura relativa al piano particolareggiato, comportante variante parziale al piano regolatore generale (“Variante Carancini”) per un’area destinata ad attrezzature sanitarie in località La Pieve. Sullo stesso tema è poi l’ex-assessore all’Urbanistica fornendo alcuni dati che meritano forse un approfondimento alla luce di quello che è il cardine della nuova legge urbanistica regionale (n. 19/23): la limitazione del consumo di suolo».

La situazione: «La “Variante Carancini” approvata nel 2020, ad oggi sostanzialmente l’unico atto amministrativo conformante le aree da usare per il nuovo ospedale, riguardava un’area di circa 23,5 ettari con una potenzialità edificatoria di circa 450mila metri cubi. Tale rilevante superficie e conseguente volumetria erano stati all’epoca previsti in considerazione dell’ipotesi, allora attuale ma forse già ottimistica, di realizzare un ospedale di primo livello che, tuttavia, negli anni è degradata su un obiettivo ben più modesto. Il progetto recentemente adottato dalla Regione considera necessità di superficie e volumetriche molto minori, visto che detto progetto prevede l’uso di un’area, comprensiva di verde, parcheggi, strade e strutture logistiche, di soli 9,05 ettari ed una volumetria di 330mila metri cubi. Pertanto, circa 14,5 ettari in meno da usare per fini pubblici e 120mila mc in meno da realizzare».
Lo scenario possibile: «La “Variante Carancini” deve dotarsi di adeguati strumenti attuativi (Piano particolareggiato) per poter delineare con precisione sia l’area da destinare a finalità pubbliche (ospedale e sue pertinenze), apponendo su di essa il vincolo espropriativo, che quella, comunque compresa nella “Variante Carancini”, da usare su iniziativa privata e certamente escluse dal vincolo espropriativo. Dunque, la forte perplessità che nasce dalla lettura dei due interventi riguarda questi famosi 14,5 ettari che, previsti nella “Variante Carancini” risultano ora del tutto inutili per le finalità strettamente pubbliche».

Le conseguenze, secondo Perticarari: «Con ciò non si vuol dire che si dovrebbe pensare ad un ridimensionamento della “Variante Carancini”, anche se si potrebbe arrivare ad affermarlo e forse sarebbe pertinente che il Comune spiegasse perché non si riduce, ma certamente si può dire che l’uso di quei 14,5 ettari e, soprattutto, il loro inserimento all’interno di una già complessa procedura Vas, certamente non agevola l’esito di detta procedura né sotto il profilo dei tempi né per quanto riguarda le possibili interferenze che questi 14,5 ettari possono comportare. E non c’è dubbio che l’esigenza di non complicare la Vas dovrebbe essere interesse di tutti. In ogni caso, non sembra possa o debba essere il Comune ad avviare una Vas anche per una estesa area di 14,5 ettari la cui trasformazione o attuazione compete solo al privato».
La zona interessata «di 23,5 ettari, che a suo tempo la “Variante Carancini” prevedeva come un’unica area destinata a fini pubblici, è oggi individuabile in due sotto-zone: quella da 9,05 ettari per l’ospedale ed espropriabile e quella da 14,5 ettari di spettanza privata, e quindi non espropriabile, per destinazioni collaterali alle attività sanitarie, ma da attuare su iniziativa solo privata e, comunque, in entrambi i casi, con una rilevante valorizzazione delle originarie aree». Il profilo del consumo di suolo nell’analisi dell’avvocato Renato Perticarari: «Dovrebbe essere buona prassi – ora che si è arrivati ad avere certezza che l’originaria area di 23,5 ettari era esagerata – limitare la potenziale urbanizzazione a ciò che è effettivamente necessario salvo non si sia raggiunto un accordo pubblico/privato che, a fronte della complessiva variante, consenta alla Regione di acquisire a condizioni particolarmente favorevoli i 9,05 ettari necessari per l’ospedale ma di ciò non si ha alcuna notizia».
Il legale poi guarda all’impatto sia della nuova struttura che dell’addio a quella attuale. «Sembra di poter dire che in città – prosegue Perticarari – dovrebbe essere avviata una più vasta riflessione su ciò che significherà la realizzazione del nuovo ospedale in una zona che, nelle sue immediate vicinanze, ha una zona industriale con rilevanti vuoti da riempire, avrà uno svincolo della superstrada e probabilmente avrà o dovrebbe avere una nuova fermata ferroviaria e, soprattutto, ha la frazione di Sforzacosta. L’ospedale avrà per Sforzacosta l’effetto che ha avuto per corso Cairoli e per il Rione Santa Lucia. Il nuovo ospedale significa la riconfigurazione urbanistica e funzionale di due grandi zone della città: quella dove verrà realizzato il nuovo e quella dove ora si trova il vecchio e si badi che, come dico sin dall’adozione della “Variante Carancini”, quest’ultimo problema è paradossalmente ancora più importante del primo. Si deve iniziare a discuterne e trovare soluzioni per i prossimi decenni. Non si dimentichi, peraltro, che Macerata, come impone la legge regionale, dovrà necessariamente adottare il suo Pug-Piano Urbanistico Generale; quale migliore occasione per dare soluzioni a questi problemi? Tuttavia, le soluzioni devono venire da un confronto partecipato, non certo calate dall’alto».
Sono 23 ettari e mezzo, che faccio, lascio?
Certamente condivisibile l’intervento dell’avv. Perticarari, in tutte e tre le direzioni: 1) la minore necessità edificatoria; 2) l’impatto del nuovo ospedale per la frazione di Sforzacosta; 3) che fare dell’ex ospedale.
Mi permetto due riflessioni, a mio parere importanti:
1) quando si parla di strutture sanitarie, come gli ospedali indubbiamente sono, ci si dimentica del socio-sanitario, quell’area di mezzo tra la normativa sociale e quella sanitaria che spesso è terra di nessuno. Le Residenze Protette per Anziani (RP) e per Anziani con demenza (RP3) nascono storicamente come Case di Riposo per autosufficienti (ossia strutture sociali), nel tempo, data la crescente domanda, sono diventate strutture socio-sanitarie per non autosufficienti (strutture socio-sanitarie) che dopo il Covid hanno dimostrato una sempre più importante necessità sanitaria. Oggi, soggiacciono agli stessi requisiti strutturali delle strutture sanitarie che con enorme difficoltà riescono ad essere soddisfatti nelle vecchie e storiche strutture nelle quali operano. E questo vale anche per Villa Cozza, una delle più importanti strutture pubbliche della regione. Mi domando quindi se nel progetto è già prevista la costruzione o meno di una nuova struttura socio-sanitaria per la non autosufficienza a gestione IRCR, in caso contrario sarebbe quantomeno opportuno che tale ipotesi venga presa in seria considerazione.
2) L’attuale struttura di Villa Cozza potrebbe essere riportata alla funzione di Casa di Riposo, Comunità Alloggio, ossia per persone autosufficienti, alle quali, a quel punto, si potrebbe dare la dignità delle camere singole (elemento imprescindibile per le nuove generazioni di anziani come la mia) e la libertà di muoversi in un contesto urbano.