«Dalla “Grande recessione” del 2008
al boom dell’inflazione:
si deve andare oltre l’ordinario»
ECONOMIA - Roberto Chientaroli analizza similitudini e differenze tra la crisi di 18 anni fa e le difficoltà odierne: «Tutto è apparentemente dimenticato, ma si è perso il 25% del potere d'acquisto in 5 anni. Restare immobili è il rischio più grande»
di Roberto Chientaroli
Nel 2008, con una rilevante coda nel 2011, ci fu una grande crisi finanziaria. Il crollo dei mercati, il fallimento di colossi bancari come Lehman Brothers, le immagini drammatiche dei telegiornali e la successiva crisi del debito che ha colpito duramente anche il nostro paese e il tessuto produttivo della provincia di Macerata. In quel momento il dolore economico fu immediato, visibile e brutale: chi guardava il proprio portafoglio titoli vedeva fino ad un dimezzamento del valore in pochi mesi.
Ricordare l’origine della “Grande recessione” del 2008 è fondamentale, perché quella crisi, nata oltreoceano, è stata successivamente importata in Europa, trasformandosi nella drammatica crisi del debito sovrano del 2011-2012. È un periodo che porto impresso nella memoria in modo molto vivido. In quegli anni mi occupavo, tra le altre cose, proprio della gestione del rilevante portafoglio di investimento di proprietà di una banca, in veste di responsabile finanza. Operando quotidianamente sul mercato istituzionale a stretto contatto con i grandi player, ho potuto osservare da una prospettiva ravvicinata cosa significhi davvero un blocco totale del sistema. Nei giorni peggiori della tempesta finanziaria, i numeri sui terminali davano l’esatta dimensione del panico: il mercato azionario italiano capitolava con perdite complessive che hanno superato il 40% (dopo il -57% del 2008). Ma la vera distorsione si stava consumando sul reddito fisso. I Btp decennali, considerati storicamente una certezza, arrivarono a perdere sul prezzo di mercato indicativamente fino al 25-30% del loro valore in conto capitale. Persino i Cc a tasso variabile registrarono cali vicini al 15-18%.
Ricordo perfettamente che si verificarono intere giornate in cui la liquidità sul mercato secondario si era letteralmente azzerata: non si riusciva a vendere i Cct a nessun prezzo. Non c’era alcuna controparte istituzionale disposta a comprare, a prescindere dal rendimento offerto. Chi in quei momenti ha avuto l’urgenza di liquidare posizioni per necessità aziendali o personali ha dovuto subire perdite reali e definitive, smontando il falso mito per cui le scelte tradizionali siano prive di rischi a prescindere dal contesto.
Oggi, a distanza di anni, tutto è apparentemente dimenticato. Molti risparmiatori vivono con una falsa percezione di sicurezza, convinti che, avendo i soldi ben custoditi sul conto corrente o in tradizionali titoli di Stato, il proprio capitale sia al sicuro. I mercati azionari toccano spesso nuovi massimi e le banche sono decisamente più solide rispetto al passato, grazie a rigidi stress test e a requisiti patrimoniali raddoppiati. Tuttavia, sta succedendo di nuovo, ma in modo completamente diverso. E, per certi versi, rischia di essere peggio.
Il trasferimento del debito: dai privati allo Stato
La causa profonda della crisi del 2008 fu l’eccesso di debito privato, concentrato nelle famiglie americane e nei mutui subprime. Oggi quel problema non è sparito, si è semplicemente spostato. Il debito totale è raddoppiato, superando cifre astronomiche a livello globale, ma l’ingrediente critico di questa nuova fase è il debito pubblico degli Stati, a partire da quello Usa fino ad arrivare alle economie europee.
I governi continuano a spendere a deficit (spesso oltre il 6% del Pil) anche in periodi di crescita economica. Per evitare che questo immenso debito faccia esplodere i tassi d’interesse, assistiamo a una collaborazione sistematica tra i Ministeri del Tesoro e le Banche centrali: i primi emettono montagne di titoli a breve termine, le seconde creano nuova moneta per acquistarli e immettere liquidità nel sistema. Anche l’Europa si sta accodando, allentando i vincoli del Patto di stabilità per finanziare, ad esempio, le nuove spese militari.
La tassa invisibile: la svalutazione monetaria
Qual è il prezzo di questa continua immissione di liquidità? A differenza del 2008, gli Stati non falliscono nel senso classico perché possono stampare la valuta in cui sono indebitati. Il conto, però, lo paghiamo noi ogni volta che andiamo a fare la spesa, dal benzinaio o quando paghiamo l’affitto.
Negli ultimi cinque anni, l’inflazione cumulata ha bruciato circa un quarto (il 25%) del potere d’acquisto reale in Italia e negli Stati Uniti. Significa che 10mila euro lasciati fermi sul conto nel 2021, oggi mantengono lo stesso valore nominale, ma nei fatti permettono di acquistare beni che prima valevano solo 7.500 euro. È una perdita subdola, silenziosa e trasparente. Non c’è il panico dei mercati del 2008, ma il capitale si logora giorno dopo giorno.
| Indicatori macroeconomici | Scenario crisi 2008 | Scenario attuale |
| Origine del debito critico | Privato (Famiglie e mutui subprime) | Pubblico (Stati e Banche centrali) |
| Solidità del sistema bancario | Fragile (Capital Ratio medio intorno al 6%) | Solido (Capital ratio medio intorno al 13%) |
| Impatto sui risparmiatori | Crollo brutale e visibile dei mercati (-57%) | Erosione silenziosa del potere d’acquisto (-25% in 5 anni) |
Nota: Il superamento dei vecchi vincoli europei e le nuove emissioni governative stanno accelerando questa dinamica di svalutazione.
Come mettersi al riparo: la necessità di andare oltre l’ordinario
In un contesto simile, l’immobilità finanziaria resta il rischio più grande. Uscire dalla falsa sicurezza del conto corrente è il primo, fondamentale passo per non farsi trovare impreparati di fronte a una svalutazione monetaria che si sta già materializzando sotto i nostri occhi.
La finanza offre da sempre le sue risposte standard: una rigorosa diversificazione, la costruzione di un portafoglio di investimento costruito anche su asset reali e la pianificazione di medio-lungo termine per contrastare l’inevitabile logorio dei depositi liquidi. Sono pilastri fondamentali, certo, l’Abc della protezione del patrimonio contro il declino del potere d’acquisto.
Ma la verità è che in uno scenario macroeconomico inedito come quello attuale, dove le regole del gioco sono state riscritte dagli Stati e dalle Banche centrali, l’Abc potrebbe non bastare più. Esistono strategie più profonde, un approccio radicalmente diverso per gestire questa transizione finanziaria. Una soluzione che non si limita a “difendere” passivamente il capitale dall’inflazione, ma che è strutturata per sfruttare a proprio favore le stesse asimmetrie e le immissioni di liquidità globale che stanno mettendo in crisi i risparmiatori tradizionali. È una strada che permette di trasformare quello che tutti vedono come il rischio più subdolo dei prossimi anni nella più grande opportunità di posizionamento patrimoniale del decennio.
I presupposti tecnici e gli strumenti per attuarla ci sono tutti, e sono già operativi. La vera differenza, oggi, sta nel saperli combinare fuori dagli schemi ordinari per potersi proteggere ed essere attivi nelle scelte.
* Roberto Chientaroli, dirigente nella Divisione Wealth & Private Banking di Banca Finint. In precedenza Direttore Finanza di Banca Macerata per 19 anni, ha inoltre maturato una lunga esperienza in ruoli di rilievo presso il Gruppo Banca Generali. Esperto in tematiche finanziarie, assicurative e previdenziali. www.linkedin.com/in/roberto-chientaroli-5ab8b244

Bell’articolo. Problematiche che per me assomigliano alla lingua araba, ma diventano intellegibili e comprensibili. Grazie.
Insomma con 10.000 euro nel ’21 compravi X, mentre ora con 10.000 euro compri il 75% di X. Il potere di acquisto è sceso del 25%. Comunque se i 10.000 euro non sono tuoi (ad es. la banca) il tuo beneficio c’è ancora, sia pure ridotto del 25%!