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Pablo Trincia “si riscatta” a Recanati:
«Mi sento un pallino blu nella galassia.
A scuola ero il peggiore della classe»

SPETTACOLO - Ieri è stato ospite di "Fra noi", tra gli aneddoti quello della poesia del Sabato del villaggio che gli chiesero alla maturità: «L'unica che non avevo letto». La sua missione oggi è «raccontare il genere umano». Critico con la “pornografia del dolore” «Gaza e Garlasco esempi più bassi di giornalismo»

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di Laura Boccanera

Pablo Trincia dice sempre che le coincidenze per un narratore sono delle sliding doors, degli interruttori da accendere per mostrare una via. Eccone una: alla maturità lo stroncarono proprio su Giacomo Leopardi chiedendo “Il sabato del villaggio” l’unica poesia che non aveva studiato. Ma ieri a Recanati Pablo Trincia si è preso una rivincita su quella prof di italiano che alla maturità lo demolì senza pietà, mostrando come il talento è qualcosa che va coltivato, incoraggiato e che, anche se siamo un «pale blue dot», un piccolo pallino blu nel cosmo, non siamo soli. 

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Si è aperto così ieri sera al teatro Persiani il primo appuntamento di Fra noi, il festival missionario dei frati cappuccini delle Marche: due ore di conversazione con il giornalista, scrittore e podcaster più ascoltato d’Italia, guidato dalle domande di Giuseppe Pacini. Dopo i saluti dei cappuccini delle Marche con fra Fabio Chiodi e dell’assessore Ettore Pelati, Trincia ha parlato, con un calice di vino in mano, di storie, di sguardo, di confini etici. E di Dio.

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Il mestiere del narratore, «è come quello di un artigiano con un tavolo — ha detto  — va levigato, si sceglie come tirare fuori le immagini». Un lavoro che ha scelto quasi per caso, lui che voleva fare l’insegnante di lingue africane. E ieri sera per un po’ lo è stato pure: ha convinto il pubblico a pronunciare qualche parola in swahili e in wolof, le lingue delle sue storie africane, perché per Trincia la lingua è prima di tutto uno strumento di vicinanza. La sua missione oggi è «raccontare il genere umano» cercarne le storie, portarle alla luce con uno scopo più alto rispetto alla spettacolarizzazione del dolore. È il dilemma di chi si trova a dover maneggiare le storie degli altri, su quale sia il confine da non varcare, come non sovrapporre la tua voce a quella delle storie che si raccontano: «La pornografia del dolore si evita attraverso il rispetto che hai per gli altri e attraverso l’uso che fai della storia. La vera domanda è: perché sto raccontando questa storia? Se la vuoi raccontare per essere il protagonista, perché la gente veda te, quanto sei bravo, forte, coraggioso, lì rischi di fare pornografia del dolore, perché non c’è uno scopo più alto. Gaza e Garlasco sono gli esempi più bassi del giornalismo oggi».

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Nello sguardo di Trincia convivono però pessimismo e quella meraviglia data da una curiosità mai sazia. «Non sono stato educato a praticare una religione, ma non sono ateo — ha detto — credo in un creatore che ci ha voluto qui, o una creatrice. Non credo che tutto sia solo caso». Poi col pubblico ha condiviso un’immagine che lo accompagna sempre: il pale blue dot, lo scatto della Terra ripreso dalla sonda Voyager. «Mi penso davvero come un piccolo pallino blu nella galassia».

Non sono mancati però anche momenti più leggeri, come il racconto dell’esame di maturità. «Ero il peggiore della classe. Mi presento con 2 in latino e 2 in italiano. La commissaria esterna, dopo aver letto il mio compito, mi dice: “Che cos’è questa roba? È inaccettabile, un disastro”. Mi chiede di scegliere un autore per l’orale e io dico: Leopardi. Mi chiede proprio Il sabato del villaggio. L’unica poesia che non avevo letto. Passando dalla piazza di Recanati oggi ho provato un po’ di vergogna». Ma era in realtà un riscatto. Il festival Fra noi proseguirà in piazza a giugno: il 5 con Fra Roberto Pasolini, il 6 con il regista Matteo Garrone.

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