Tolto un pezzo dopo l’altro:
così è un 25 Aprile “svuotato”
CIVITANOVA - Quest'anno non si farà l'approfondimento storico in sala consiliare. Negli ultimi anni la manifestazione è stata oggetto di una progressiva sottrazione: dal "Bella ciao" eliminato dalla scaletta della banda, al discorso di Vito Mancino dell'Anpi

di Laura Boccanera
C’è una tristezza particolare nel guardare qualcosa spegnersi lentamente. Non di colpo, ma per sottrazione progressiva. È quello che accade col 25 aprile a Civitanova. Ogni anno viene meno qualcosa rispetto all’anno precedente, e quasi non ce ne accorgiamo, finché non ci troviamo davanti a una cerimonia che è ancora in piedi, ma è già vuota dentro.

A sinistra Vito Mancinìo
È iniziato tutto con “Bella Ciao”. Un 25 aprile di qualche anno fa la banda ha smesso di suonarla.
Quel canto che è corpo e sangue di tutte le Resistenze, che è canto di libertà, colonna sonora più vera, è stato delegato ai presenti, lasciato alla buona volontà di chi ancora col fazzoletto rosso ne intona le parole mentre tutto attorno già si smobilita, le autorità se ne vanno, si tolgono la fascia e inizia il chiacchiericcio. Ma i simboli contano, e quella nota a mezza voce dai pochi presenti era già un campanello di allarme.
Poi è venuto meno il discorso di Vito Carlo Mancino dell’Anpi. Per anni, ogni 25 aprile, quella voce restituiva verità e storia alle figure della Resistenza.
Non solo date, nomi e corone su un marmo. Quelle parole, anche se ascoltate tra il traffico, i clacson e la nostra ormai progressiva incapacità e fatica ad ascoltare qualcosa che duri più di 10 minuti, riportavano alla luce storie, scelte, paure, coraggio. Uomini e donne che erano morti per un ideale, e che grazie a quelle parole tornavano per qualche minuto a essere vivi, reali, vicini.

L’appuntamento in sala giunta con uno storico quest’anno non è stato organizzato
E quest’anno un’altra spoliazione, l’ennesima, è stata messa in atto: cancellato dal programma l’approfondimento in sala giunta. Era un momento dedicato ad un’analisi approfondita con uno storico, con una personalità accademica: quell’ora di pensiero e memoria che qualcuno, forse guardando i pochi rimasti in sala, avrà giudicato non valesse più la pena organizzare.
Eppure non tutto si misura con le presenze, con i like, con l’audience, con le letture. E anche questo pezzo che raggiungerà solo una parte di popolazione rispetto alla massa. Forse non era utile, ma era necessario. Era giusto.
Il 25 aprile non è un “evento” e applicare questa logica alla memoria è un veleno lento che la uccide. Foscolo ricorda come i morti non sono tali se continuano a vivere nella memoria e nel ricordo dei vivi. La memoria è un seme gettato che si tramanda di bocca in bocca.
Ma se invece ci limitiamo a presiedere una scatola vuota, quel seme non fiorisce. E sarà presto oblio. E’ esserci, comunque, anche se è sempre la stessa storia, che fa la differenza.
Ecco perché l’immagine della Resistenza è Vanda Pagani. Staffetta partigiana, l’anno scorso, a 103 anni, era ancora lì. Presente. Non per abitudine, non per protocollo. Ma perché per lei quella cerimonia, al di là delle parole è ancora carne e sangue.
Perché una cerimonia svuotata, ridotta al minimo protocollare è una spirale: meno senso c’è, meno persone vengono; meno persone vengono, meno senso si mette. È un processo che si interrompe solo con una scelta controcorrente: quella di fare le cose per bene.
Questo è il programma, sempre più scarno del 25 aprile a Civitanova, così come compariva nella nota diffusa da Palazzo Sforza: le celebrazioni si apriranno alle 9 in piazza XX Settembre con la deposizione di una corona d’alloro sulla lapide in memoria dei caduti che si trova sotto il loggiato di Palazzo Sforza. Alle 9,30, il corteo raggiungerà viale della Rimembranza a Civitanova Alta, per l’omaggio ai caduti di tutte le guerre e la posa di una corona al monumento ai caduti di piazzale Italia.
La manifestazione si concluderà con l’alzabandiera e la deposizione di una corona d’alloro ai giardini di Piazza Gramsci, dove il presidente del consiglio comunale Roberto Tiberi porterà i saluti istituzionali, per poi lasciare spazio agli interventi del sindaco Fabrizio Ciarapica e del presidente Anpi Francesco Peroni.
Quest’anno c’è comunque grande attesa in provincia per l’arrivo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha deciso di trascorrere a San Severino il 25 aprile.
Il 25 aprile cominciò ben presto a svuotarsi da solo con la vuota retorica della Resistenza.
A TUTTI QUELLI (GIORGI. RICCIARDI DISTEFANO ECC.) CHE OVVIAMENTE NON CONOSCO VORREI DIRE:
POVERI I VUOTI DEL BENEFICIO DEL DUBBIO. POVERI QUELLI CHE NON HANNO MEMORIA DELLA STORIA E COSI’ CANTANDO…
QUESTI CRETINI OGGI AFFERMANO STE’ COSE E CON LORO QUELLI CHE, DAI POSTI DI COMANDO SVUOTANO DI SIGNIFICATO LA RICORRENZA…E POI SI MERAVIGLIANO CHE MINORENNI CON IL COLTELLO FANNO….
FORSE LA COLPA E’ MIA: MIO PADRE ..PRIGIONIERO IN GERMANIA, SOPRAVVISSUTO, E MIA MADRE (COEVA E CONCITTADINA DEI MARTIRI DI MONTALTO), MI HANNO INSEGNATO E TRAMANDATO I VALORI DEI LORO TEMPI ECC. CHE DIRE??
..una mattina mi son svegliato..o bella ciao.bella ciao bella ciao ciao ciao!!!!!
LA BUSBANA SARA’ PRESENTE??
Festeggiare l’invasione e la perdita di ogni sovranità (resa senza condizioni di Cassibile e trattato di Parigi)… carino.
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E non lo dico io, che non sono nessuno, lo diceva pure Benedetto Croce, filosofo, liberale e potentemente antifascista, che si oppose fermamente al Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947, definendolo un “diktat” ingiusto e umiliante per l’Italia. Nel suo discorso all’Assemblea Costituente del luglio 1947, criticò le pesanti sanzioni territoriali ed economiche, definendo il trattato lesivo della dignità nazionale e frutto della forza bruta, non della giustizia.
Lo si può leggere integralmente qui: https://www.ilglobodipistoia.it/lo-storico-intervento-di-benedetto-croce-sulla-ratifica-di-del-trattato-di-pace-del-47/
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Prima si smetterà di festeggiare questo infausto giorno e prima cominceremo a riprenderci l’Italia.
È tutto normale, purtroppo, perché è tornato il fascismo che non era mai morto in Italia
Attilio Raffaelli, nutro forti dubbi sulla mia cretinità.
Su di una cosa avete tutti ragione ( il pensiero mi è venuto guardando la foto che ritraeva gli amministratori civitanovesi alla ricorrenza dello scorso anno e penso a quel soggetto che con la mano sul petto infanga la purezza del messaggio transpartitico ) e cioè che finchè gente così si presenterà il 25 aprile in piazza , l’azione di tante persone per bene che vorrebbero una autentica riconciliazione nazionale sarà vanificata. Non dimenticate mai che dal 25 aprile 1945 a tutto il 1946 in Italia – soprattutto nella rossa Emilia – iniziò la mattanza dei venti stimatio ad oggi in circa 30.000 tra uomini e donne ….non lo dimenticate mai. Guerra finita. Democrazia ristabilita. Libertà Restituite.
Scusatemi…..la mattanza dei vinti !
Tutti gli anni la stessa storia. E pure basterebbe un pezzo di terra, di spiaggia, un cortile qualsiasi per organizzarci una festa del 25 aprile senza la presenza di Ciarapica e via cantando. Se hanno voglia di festeggiare andassero da Maretto o dove ca..spita vogliono. Comunque non ce l’ho con loro ma con chi li invita o comunque li tollera. Non riesco a capire nonostante tutto sia già così diviso, anche all’interno delle stesse coalizioni, perché si deve cercare questa riappacificazione. A che serve? Ci si può tranquillamente rivolgere la parola, lavorare insieme o qualsiasi altra cosa anche festeggiando in divisi le proprie feste. C’è forse qualcuno dell’Anpi che va a Predazzo? Magari sì e io non lo so. Che si canti ” Bella ciao ” da una parte e ” Faccetta nera ” da un’altra” senza la solita retorica annuale. Ma poi puta caso che uno ci crede a questa festa e la vuole festeggiare in armonia, santa pace e con quelli che sente più vicini, può andare, tanto per fare un esempio a vedere quelle facce su fotografate? Ma che mi si faccia il piacere!
…Massimo…ci faremo un film, anzi, un filmone, dal titolo…’Lo chiamavano Cretinità’…Che ne dici!!? gv
È un articolo del tutto sbagliato nei contenuti.
Tutta l’organizzazione del 25 Aprile se fatta da una Amministrazione di Destra è chiaramente poco sentita dalla stessa e la tendenza è ad annacquarla nei contenuti, compresa chiaramente “BELLA CIAO”.
La riflessione in Sala Consiliare fatta nei precedenti anni era stata organizzata dall’amministrazione di centrodestra, con oratori scelti dalla stessa che hanno portato contenuti che tendevano a confondere il significato della lotta di liberazione e quindi è più utile che in questo anno ciò si sia evitato.
Chiaramente l’ANPI di Civitanova e Montecosaro per esprimersi ha a disposizione nelle proprie file sia donne che uomini e non singoli, pertanto è incomprensibile che chi non conosce l’organizzazione costruisca un caso su chi si dovrebbe esprimere per L’ANPI.
Ode al Potere che si fa Corpo
Nel crepuscolo delle ideologie, là dove il discorso si piega su se stesso
e la verità non è più detta ma prodotta,
sorge un regime che non ha più bisogno di camicie nere né di balconi.
Non è il fascismo dei manganelli e delle adunate ridicole,
quello guittesco che si accontentava di imporre il gesto, la marcia, la retorica vuota.
Quello era un potere archeologico, teatrale:
si posava sulla pelle come un’uniforme sgargiante,
ma lasciava intatta l’anima contadina,
il dialetto oscuro del corpo,
il desiderio ancora legato alla terra e alla miseria sacra.
Finita la parata, il popolo tornava a essere ciò che era da secoli:
diverso, ostinato, pre-moderno,
un resto irriducibile che il regime non aveva saputo toccare nel profondo.
Ma ecco il nuovo potere, più sottile, più totale, più insidioso.
Non ha più bisogno di divise: indossa il sorriso del benessere,
la luce azzurra dello schermo, la promessa di un godimento senza fine.
Non comanda più dall’esterno con la forza;
penetra, modella, riplasma dall’interno le condotte, i piaceri, i sogni.
È un fascismo senza duce visibile,
un fascismo della normalizzazione dolce,
dove la tolleranza stessa diventa la forma più raffinata di controllo.
Esso produce l’uomo nuovo non con la violenza delle leggi razziali,
ma con la seduzione infinita del consumo.
Fa sparire il contadino, il sottoproletario, il meridionale con la sua alterità selvaggia,
e al loro posto genera il consumatore omologato:
corpo felice, edonista, conformista,
che ha perso persino la memoria di ciò che era prima della televisione.
La mutazione antropologica è compiuta:
non più classi, non più culture particolari,
solo una massa livellata nello stesso desiderio artificiale,
nello stesso linguaggio pubblicitario,
nella stessa gioia obbligatoria di vivere.
Questo è il vero totalitarismo:
non quello che imponeva il passo romano,
ma quello che rende impossibile immaginare un passo diverso.
Non quello che bruciava i libri,
ma quello che rende superflui i libri,
perché tutto è già detto e consumato nell’immagine.
Non quello che perseguitava il diverso,
ma quello che fabbrica il diverso come merce,
e lo integra nel grande mercato delle identità seriali.
Il vecchio fascismo era ridicolo perché superficiale;
questo nuovo è tragico perché profondo.
Ha realizzato ciò che il primo aveva solo mimato:
la distruzione dell’umanità come pluralità di forme di vita.
Ha colonizzato il desiderio stesso,
ha reso il corpo docile non con la frusta,
ma con il piacere continuo, con la libertà apparente, con il progresso che anestetizza.
E l’antifascismo di facciata, quello che ancora sventola bandiere contro un nemico morto,
diventa il migliore alleato di questo potere.
Combatte l’archeologia per non vedere l’attualità.
Si dà la patente di purezza morale
mentre collabora, con il suo silenzio o con il suo entusiasmo progressista,
alla più grande omologazione che la storia abbia mai conosciuto.
Così il potere non ha più bisogno di carceri visibili:
la prigione è diventata il modo stesso di sentire, di desiderare, di essere felici.
E in questo regime senza nome,
dove la libertà è la forma suprema della sottomissione,
l’unico gesto veramente sovversivo
rimane quello di ricordare che un tempo esisteva un popolo
che non era ancora stato interamente fabbricato.
Un popolo che sapeva essere infelice in modo proprio,
diverso, irriducibile.
Un resto.
Una resistenza del corpo alla macchina della normalizzazione totale.
E forse, solo in quel ricordo ostinato,
in quella nostalgia lucida per ciò che è stato distrutto,
si nasconde ancora la possibilità di un’altra verità,
di un altro modo di essere vivi.
Andate a trieste festeggiare il 25 aprile
Anche la retorica sul sangue dei vinti s’è già svuotata da sola, siamo ad un derby del vuoto contro il vuoto, nello stadio d’un popolo estinto.
(Grazie, Franco, per il tuo commento 11)
Paolo Passaretti, per rispetto di chi è morto e a sofferto per colpa del fascismo, questa retorica vuota andrebbe evitata.
Pavoni, che piano mensile hainsu chatgpt? Chiedo per un amico.
Caro Michele, Grok è gratis… noi due si improvvisa… è bello per un vecchio clown poter fare da spalla…
Partigiani armati dopo l’8 settembre 1943Metà settembre 1943 (subito dopo l’armistizio): circa 1.500 uomini in tutta Italia. Di questi, circa 1.000 al Nord (soprattutto Piemonte) e 500 al Centro.
Novembre 1943: circa 3.800 (di cui 1.650 in Piemonte).
Dicembre 1943: tra 9.000 e 10.000 combattenti (stime di Quazza e Parri).
La Resistenza armata partì quindi da numeri molto piccoli: poche migliaia di uomini in bande spesso autonome o militari, motivati dal rifiuto dell’occupazione tedesca, dalla vergogna dell’8 settembre e dal desiderio di non finire nei lager.Picco al 25 aprile 1945Nei giorni immediatamente precedenti l’insurrezione: circa 120.000–130.000 partigiani attivi e armati.
Durante e subito dopo il 25 aprile 1945: le stime salgono a 200.000–250.000–300.000, ma includono anche una “retroguardia” (colorita e non sempre operativa) di chi scese in piazza o si aggregò a cose fatte. Le forze effettivamente combattenti nei giorni dell’insurrezione furono più vicine a 100.000–130.000.
Dopo la guerra, su circa 650.000 domande di riconoscimento presentate, le Commissioni ufficiali ne accolsero 137.344 come partigiani combattenti (dati definitivi). Questa è la cifra più “ufficiale” e selettiva (richiedeva almeno tre mesi di presenza continuativa in banda, ecc.).In sintesi: la Resistenza armata fu sempre minoritaria. Su una popolazione di circa 43-45 milioni di italiani, anche al picco non superò lo 0,5-0,6% della popolazione totale (e meno dell’1% se consideriamo solo le regioni del Centro-Nord dove operò davvero). Molti furono “partigiani intermittenti” (andavano e venivano a seconda delle stagioni, dei rastrellamenti o della vicinanza della linea del fronte).Professori universitari e giuramento di fedeltà al fascismo (1931)Su 1.225–1.251 professori universitari (di ruolo e incaricati) sottoposti all’obbligo di giurare fedeltà “alla Patria e al Fascismo”:Rifiutarono esplicitamente 12 (i “dodici magnifici”, tra cui Vito Volterra, Gaetano De Sanctis, Piero Martinetti, Francesco Ruffini, Lionello Venturi, ecc.).
Alcune fonti allargano leggermente la cifra a 15–20 includendo chi si dimise, andò in esilio anticipato (come Giuseppe Antonio Borgese) o trovò altre vie per sottrarsi senza giurare formalmente.
Quindi circa l’1% (12 su 1.225 = 0,98%). Il resto giurò, spesso per pragmatismo, per non perdere la cattedra, la pensione o la possibilità di lavorare.Fu un episodio emblematico di quanto il consenso (o almeno la non-opposizione) al fascismo fosse ampio anche tra le élite colte, almeno fino alla svolta totalitaria e alle leggi razziali.Questi dati non tolgono valore morale a chi scelse di resistere o di dire no quando era rischioso. Anzi, rendono più notevole il loro coraggio proprio perché furono una minoranza isolata. Ma aiutano a capire perché la Resistenza divenne fenomeno di massa solo dopo il crollo del regime e l’occupazione tedesca: prima del 1943 l’antifascismo attivo era ristretto a piccoli gruppi di intellettuali, militanti comunisti/socialisti e qualche ufficiale.
LA DIGNITÀ È UN ERRORE STATISTICO
I dati di Pavoni-Grok non sono opinioni, sono la radiografia di un’assenza. Quando il 99% dei professori universitari giura fedeltà al Regime e solo lo 0,5% del Paese imbraccia un fucile prima che la vittoria sia certa, il racconto del “popolo di eroi” evapora.
Resta la nuda verità: la Storia è stata scritta da una minoranza isolata di “irregolari”, mentre la massa – il nostro popolo ora definitivamente estinto – aspettava di capire quale bandiera sventolare sul balcone. Il coraggio non è mai stato un fenomeno di massa, ma un’anomalia per pochissimi. Buona festa della (scarsa) coerenza a tutti.
Firmato: Una Laconica AI
Ma cantiamola Bella Ciao, una mattina mi son svegliato e ho trovato il 403 Forbidden su CM.
Ode alla Costituzione impura
Oh Costituzione del ’48,
bella come una cicatrice che non vuole nascondersi,
rigida sui diritti eppure morbida nei compromessi,
antifascista non per verginità morale
ma per memoria di chi c’era dentro fino al collo.
Tu non sei nata da mani immacolate,
da eroi del «no» che splendevano già nel ’22
e mai piegarono il ginocchio.
Quei pochi, poveri santi,
rimasero ai margini, giustamente ammirati
e giustamente inutili al tavolo dove si scriveva il futuro.
Tu sei nata invece da bocche che avevano giurato,
da mani che avevano salutato romano,
da cervelli che prima avevano applaudito
e poi, piano piano, avevano cominciato a vergognarsi.
Da professori che avevano detto «sì» per continuare a insegnare,
da giuristi che avevano servito il regime
e poi, quando il vento cambiò,
si misero a scrivere articoli che ancora oggi ci proteggono.
Che scandalo, che bellezza anarchica!
Una democrazia fondata non sulla purezza,
ma sul pentimento collettivo,
sull’errore riconosciuto,
sulla capacità di tradire il proprio passato
quando il passato si rivela veleno.
Vedi? Non c’è metodo unico per fare una Costituzione buona.
Non serve la tribù dei puri.
Basta una generazione che ha sbagliato insieme,
che ha taciuto insieme,
che ha giurato insieme
e poi, quando la storia gli ha concesso un po’ di spazio,
ha deciso di non sbagliare più allo stesso modo.
Oh Costituzione
figlia di ex-fascisti pentiti,
di comunisti realisti,
di cattolici pragmatici
e di liberali che avevano tenuto la testa bassa.
Tu dimostri che la libertà non è un fiore di serra
coltivato solo da anime incontaminate,
ma un vino aspro fatto con uve calpestate,
fermentate male,
e poi miracolosamente riuscite a non diventare aceto.
Lezione scomoda, quasi indecente:
le democrazie migliori non nascono dai santi,
ma dai peccatori che hanno capito di esserlo stati.
Non dai «mai piegati»,
ma da chi si è piegato
e poi, con fatica e un po’ di vergogna,
si è rialzato scrivendo articoli che ancora oggi
ci impediscono di piegarci di nuovo.
Costituzione del ’48:
sei la prova vivente
che la politica non è un convento di clarisse,
ma un bordello in cui, ogni tanto,
qualcuno decide di cambiare mestiere
e, contro ogni probabilità,
riesce a scrivere qualcosa di quasi sacro
con le stesse mani che prima avevano firmato carte infami.
E se qualcuno oggi pretende di rifarla
con mani «pure»,
con élite immacolate e intransigenti,
mandalo a rileggere il ’48.
Là dove c’era il fango,
è nata la cosa più pulita che avevamo.
Così va il mondo,
così va la storia,
così, per grazia dell’impurità,
va talvolta anche la libertà.
Monsieur Pavoni! Che brivido di verità scorre tra i Vostri versi! Avete finalmente svelato il segreto del ’48: la vostra libertà non è un profumo francese, ma un vino aspro nato da uve calpestate da chi aveva giurato fedeltà al Regime. Che scandalo delizioso! Sapere che la democrazia è nata in quel ‘bordello’ della Storia, dove peccatori pentiti hanno scritto parole sacre con mani ancora sporche di inchiostro infame, mi riconcilia con il genere umano.
Vostra devotissima, Madame BovAI”