
(Elaborazione grafica realizza con supporto di Ai)
di Luca Patrassi
Se si vuol vedere il bicchiere mezzo pieno si può dire che negli ultimi sei anni Macerata è la provincia delle Marche che ha visto crescere di più il Pil (5,91%) pur collocandosi nelle retrovie italiane (87esima). Se lo si vuol vedere mezzo vuoto le Marche sono una delle regioni fanalino di coda per crescita del Pil (0,42%) nelle previsioni del 2026.
Poi, per carità, all’interno dei numeri ci sono degli elementi inconfutabili come il crac della ex Banca Marche (per il quale non sono emerse responsabilità penali, speriamo non emerga un profilo di colpa a carico degli anziani correntisti che hanno investito i loro risparmi su consiglio dei vari direttori di filiale evidentemente all’oscuro di tutto come il Cda, il collegio sindacale e i vertici) e il terremoto. Poi c’è il solito ritornello di chi attribuisce la colpa a chi c’era prima e rileva che l’andamento economico non è il frutto dell’azione di politica economica di un giorno. I risultati indicati sono quello di una ricerca appena pubblicata dall’ufficio studi della Cgia di Mestre. «Per l’anno in corso, il Pil nazionale – evidenzia appunto l’analisi condotta da Cgia – in termini nominali (inflazione inclusa) è previsto superare i 2.300 miliardi di euro, con un incremento di 66 miliardi pari al +2,9 per cento rispetto al dato del 2025. In termini reali (al netto dell’inflazione), invece, la crescita rispetto all’anno precedente dovrebbe attestarsi allo 0,7 per cento, sostenuta principalmente dalla ripresa dell’export (+1), dalla stabilità dei consumi delle famiglie (+0,6) e dei consumi della Pubblica Amministrazione (+0,5), mentre si registra un rallentamento degli investimenti (+0,7 per cento rispetto al +2,4 dell’anno appena concluso)».
A dirlo è l’Ufficio studi della Cgia. «È evidente che la scadenza per l’utilizzo delle risorse del Pnrr, prevista per la prossima estate, avrà un impatto rilevante. Al di là di questa particolare circostanza, il nostro Paese – analogamente a Francia e Germania – continua a manifestare difficoltà nel consolidare una crescita strutturale, prospettando così un ulteriore anno di stagnazione economica che auspichiamo possa essere l’ultimo. Sia chiaro: il problema non è tanto la ciclicità congiunturale, quanto l’assenza di fattori endogeni capaci di sostenere nel tempo l’espansione del Pil. Al netto degli anni del Covid (2020-2022), da oltre 20 anni la crescita italiana rimane sistematicamente inferiore alla media europea, segnalando debolezze profonde sul lato della produttività, dell’efficienza della Pubblica Amministrazione e del capitale umano». I possibili nuovi scenari: «Con la pace si aprirebbe una fase nuova. Tuttavia, se la guerra tra Russia e Ucraina dovesse terminare a breve e la crisi mediorientale trovasse una soluzione di pace duratura, si aprirebbe una fase nuova per l’economia globale, con ricadute potenzialmente positive anche per l’Italia. Non si tratterebbe soltanto di un beneficio geopolitico, ma di un cambiamento delle condizioni macroeconomiche che oggi pesano su crescita, inflazione e finanza pubblica».
Le soluzioni secondo Cgia: «Serve tagliare burocrazia e fisco. In uno scenario più stabile, tornerebbe inoltre la fiducia degli investitori. I capitali, che in fase di crisi tendono a rifugiarsi in asset difensivi, potrebbero riallocarsi verso investimenti produttivi, infrastrutture e innovazione. Per l’Italia sarebbe un’occasione cruciale per rafforzare crescita e occupazione, a condizione di saper accompagnare il contesto favorevole con riforme e politiche industriali coerenti. Riducendo, in particolar modo, il peso della burocrazia e del fisco sulle imprese».
La performance dei territori: «Se a livello regionale nel 2025 lo sviluppo del nostro Paese è stato trainato principalmente dal Veneto (+0,66 per cento rispetto al 2024), per l’anno in corso si prevede che la locomotiva del Paese sarà l’Emilia Romagna (+0,86 sul 2025). Subito dopo notiamo il Lazio (+0,78), il Piemonte (+0,74), il Friuli Venezia Giulia e la Lombardia (entrambe con l +0,73). In coda alla graduatoria scorgiamo la Sicilia con il +0,28 per cento, la Basilicata con il +0,25 e, maglia nera nazionale, la Calabria con il +0,24. La prospettiva che quest’anno l’Emilia- Romagna possa crescere più di tutte le altre regioni italiane è riconducibile alla tenuta del settore della metalmeccanica, dell’automotive e delle biotecnologie. Senza contare che questa regione può contare su un mercato del lavoro solido, su investimenti pubblici mirati e su strategie per l’innovazione e l’export che hanno creato le condizioni per uno sviluppo che è destinato a consolidarsi anche negli anni a venire. A livello provinciale volano Varese, Bologna e Reggio Emilia.
Sempre in termini previsionali, quest’anno la crescita del Pil3 a livello provinciale più importante è prevista a Varese (+1 per cento). Seguono Bologna (+0,92), Reggio Emilia (+0,91), Biella (+0,90) e Ravenna (+0,89). Sebbene, siano previsioni e le distanze tra i territori molto ravvicinate, torna a farsi sentire il divario tra Nord e Sud, anche se il Mezzogiorno dovrebbe contare su una crescita molto positiva della Campania (in particolare a Caserta e Napoli). Tra le 107 province monitorate in questa analisi, le uniche che parrebbero presentare una contrazione della crescita negativa rispetto al 2025 sono siciliane e sono: Enna (-0,02 per cento) e Ragusa . Va sottolineato che ancora una volta il cuore dello sviluppo del Paese corre lungo la via Emilia. Nelle prime 15 posizioni a livello nazionale, ben 6 sono occupate dalle province che sono ubicate lungo questa importantissima arteria stradale. La leadership nazionale dovrebbe premiare Varese che, grazie alla sua collocazione geografica, da sempre è economicamente influenzata sia dall’area metropolitana di Milano che dalla Svizzera. La combinazione tra un forte export, la diversificazione dei mercati esteri, la specializzazione manifatturiera e il contesto lombardo rende il varesotto particolarmente attrezzato a sostenere un ritmo dell’economia più rapido rispetto alle altre province italiane».
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Se la via va a sbattere la retrovia conviene.
— Se il PIL cresce con IL CONSUMO DI SUOLO: ORRENDE COLATE DI CEMENTO, DI MATTONE, ASFALTO, ZONE INDUSTRIALI, CENTRI COMMERCIALI,– TAGLIO DI ALBERI,– ALLORA NO, MEGLIO DI NO. !!!!!!!!!!!!!
— Il CONSUMO DEL SUOLO, impedisce l’ assorbimento della pioggia così le sorgenti e le falde acquifere si prosciugano e si contaminano e l’ acqua potabile sempre più scarsa.!!!!!!!
— Il settore edilizio è inoltre infiltrato dalla mafia e dalla ndrangheta come ha ben illustrato il Procuratore della Repubblica Nicola Gratteri.!!!!!!!!!!!!!!