È tempo di far sentire la presenza
di una comunità di adulti
capaci di educare
L'INTERVENTO di Paola Nicolini, docente di Unimc, dopo la vicenda della 15enne precipitata dalla finestra del liceo Leopardi di Recanati. Non sempre si può prevenire ma se prima non c'è stato modo di intervenire, ora è necessario curare

Paola Nicolini
di Paola Nicolini*
Ci sono state diverse vicende che sono assurte agli onori della cronaca e che hanno suscitato molte reazioni soprattutto all’interno della comunicazione via social. L’ultima riguarda una ragazza quindicenne che evidentemente faceva fatica a reggere i pesi accumulati nella sua seppur giovane esistenza.
Sono eventi che ovviamente non possono e non devono lasciare indifferenti, ma che al tempo stesso richiedono riflessione e delicatezza per essere commentati, che vanno maneggiati con grande sensibilità e capacità di analisi, per non peggiorare le situazioni, per non aggiungere dolore a dolore, pena a pena, fatica a fatica, per non rendere le cose ancora più difficili.
Non sempre si possono prevenire situazioni come quelle di cui si è avuto notizia in questi giorni, perché la vita umana è complessa, perché a volte sostenere l’esistenza diventa operazione più pesante che trovare i modi per allontanarsene, perché non sempre è possibile stare bene e sentirsi felici, non sempre agli esseri umani riesce di avere le energie per mettere in campo la soluzione ai problemi, perché esiste un diritto all’oblio e un diritto ad autodeterminarsi, perché se si può astrattamente identificare un modo di essere “normali” è necessario ed è un diritto che si possa essere anche patologici o devianti o comunque fragili rispetto alle bordate che la vita propone, senza per questo essere giudicati.
Per quante azioni si vogliano e si possano mettere in campo, tra servizi sociali, forze dell’ordine, presidi sanitari, reti familiari e amicali, volontariato di diversa natura, ci sarà sempre una persona che sfuggirà a ogni controllo, che bypasserà ogni sorveglianza, che rifiuterà ogni contatto, che si opporrà a ogni medicinale, che rigetterà ogni sostegno, che obietterà qualcosa a ogni soluzione proposta.
Con le parole di James Hilmann, “La fitta rete che abbiamo intessuto nell’espanderci verso l’esterno e nel mettere radici – familiari, amici, vicini, amanti, piccole abitudini, i risultati di anni di lavoro – sembra non contare nulla. Ci sentiamo incomprensibilmente spersonalizzati, distanti. Esiliati. Senza più legami. Lo spirito della solitudine domina su tutto. Per difenderci da questi momenti abbiamo teorie che li spiegano e farmaci che li negano… Ma se esiste un senso di solitudine archetipico, che ci accompagna fin dall’inizio, allora essere vivi è anche sentirsi soli”.

Il liceo Leopardi
Per quanto non ci piaccia, sarebbe meglio pensare che è in qualche modo inevitabile e che l’idea di un mondo perfetto, armonico, senza problemi e senza dolori è puramente un’idea impercorribile, fuori almeno da questo mondo. Il mito della ricerca costante della felicità come meta della vita di ognuno e ognuna è fuorviante, perché l’unico obiettivo sensato, cioè che dà senso alle cose, per ogni essere umano è impegnarsi a realizzare la propria specialissima e unica identità.
Ma mentre sentiamo lo sconcerto, la rabbia, la tristezza, la vergogna, l’indignazione, la paura, l’angoscia o qualunque altra reazione a queste notizie, compresi l’evitamento e la fuga, quel che sarebbe utile fare non è sfogarsi sui social, contribuendo in modo paradossale a creare altre solitudini, altre emarginazioni, altre fragilità, altre fatiche, ma mettersi a disposizioni degli oratori (quei pochi ancora restati come presidi educativi) e offrirsi di dare una mano, rivolgersi alle associazioni di volontariato per capire come poter dare un proprio contributo, invitare a casa propria i compagni di scuola dei propri figlie e figlie meno popolari, bussare alla porta del vicino per condividere una fetta della nostra torta, chiamare amici che non sentivamo da tempo, pulire l’aiuola sotto casa intorno alla quale stanziano le erbacce e i rifiuti lasciati per strada, contribuire con le proprie competenze e conoscenze a far fiorire i centri di aggregazione giovanile.
Quel che è dannoso, ora, è il rimpallo delle responsabilità che offre uno spettacolo dequalificato, sebbene la giurisprudenza debba fare il suo corso. Quel che sarebbe utile invece, ora, per curare ciò che probabilmente non si sarebbe potuto prevenire perché a volte è necessario che le contraddizioni esplodano per portare alla luce i problemi, sarebbe sedersi intorno allo stesso tavolo, adulti e adulte rappresentanti delle scuole, delle famiglie, del personale sanitario e delle amministrazioni locali e fare quadrato intorno alla fragilità dei nostri e delle nostre giovani, per dare un esempio di adulti e adulte capaci di collaborare, di farsi carico della responsabilità dell’educazione, per farsi presenti con consapevolezza, autorevolezza, comprensione e rispetto reciproco. Nessuna esclusa, nessuno escluso, perché se non si è potuto prevenire, ora è il tempo giusto per curare.
*Paola Nicolini, docente di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione del dipartimento di Studi umanistici dell’Università di Macerata
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