Scuola, no ai cellulari per fini didattici
«Alle elementari non serve di sicuro»
«Meglio educare all’uso che vietare»

DIBATTITO - La stretta del ministro Valditara non sconvolge nei plessi maceratesi dove l'utilizzo era già vietato dal 2022. Il dirigente dell'istituto comprensivo "Fermi", Trubbiani: «Da noi solo tablet con la supervisione degli insegnanti». La preside di Convitto e Scientifico, Ciampechini: «Alle medie possono essere utili». Il presidente Aiart, Lattanzi: «Limitare o rinviare l'uso dello smartphone da solo non può bastare». La docente Unimc Nicolini: «Scuola luogo ideale per allenarsi all'uso dei device». Il presidente di Red, Daniele: «Non demonizzare la tecnologia»

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Niente cellulari in classe alle scuole elementari e medie, neanche per fini didattici. E’ la nuova stretta del ministro Giuseppe Valditara che già nel 2022, a pochi giorni dall’insediamento, aveva diffuso una circolare in cui vietava l’utilizzo di smartphone a scuola per fini non didattici. Ora lo stesso ministro comunica che «in coerenza con quanto sta emergendo da diversi studi anche internazionali, è sconsigliato l’utilizzo anche a fini didattici dello smartphone dalle scuole d’infanzia alle scuole secondarie di primo grado. Per le scuole primarie è raccomandato invece l’utilizzo del tablet esclusivamente per finalità didattiche e inclusive». La misura è contenuta nelle “Linee guida sulla educazione alla cittadinanza” di prossima pubblicazione.

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Moreno Trubbiani

Una raccomandazione che, in realtà, non sconvolge più di tanto le scuole maceratesi dove la circolare del 2022 era già stata prontamente recepita.
«Nelle nostre scuole – spiega Moreno Trubbiani, dirigente dell’istituto comprensivo “Fermi” – da regolamento già è vietato l’uso di cellulari durante orario scolastico, sia per gli alunni che per i docenti. È consentito l’uso di tablet (in possesso della scuola) durante le lezioni, sotto la supervisione degli insegnanti. Quando uscirà la nuova normativa seguiremo le indicazioni della stessa».

Roberta Ciampechini, preside del Convitto “Leopardi” e del liceo Scientifico Galilei di Macerata distingue tra le diverse fasce d’età e sottolinea: «Nelle scuole elementari l’approccio è ancora tradizionale e, specialmente nei primi anni, si lavora con quaderno e Lim.

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Roberta Ciampechini

La cultura dell’utilizzo del telefono a scuola non c’è proprio a quell’età, neanche ad esempio in gita quando potrebbe essere usato per fare foto. Già alle medie, potrebbe essere utile ad esempio per lo studio di tecnologia e informatica utilizzare i device». Discorso diverso per le scuole superiori: «Tra i più grandi l’uso o meno del cellulare è sempre una lotta ma viene disciplinato da tutti i regolamenti d’istituto. La sfida sarà trovare la giusta misura. Il Pnrr spinge verso la transizione digitale e bisognerà capire come la tecnologia, imperante nel mondo, può essere utile a scuola, sempre sanzionando l’utilizzo improprio e gli abusi».

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Lorenzo Lattanzi

Ha una doppia veste Lorenzo Lattanzi, insegnante della scuola Mestica di Macerata e presidente di Aiart Marche (Associazione dei cittadini mediali): «A parte il grottesco andirivieni normativo dei vari ministri che si succedono a viale Trastevere, per l’associazione cittadini mediali Aiart, si tratta sicuramente di un passo nella giusta direzione, sebbene vietare, limitare o rinviare l’utilizzo dello smartphone a scuola da solo non può certamente bastare. Occorre (ri)educare lo sguardo dei più piccoli alla capacità di empatia e di stupore nelle relazioni interpersonali e nei confronti delle meraviglie della natura, che è di per sé speciale senza il ricorso a effetti speciali o a espedienti artificiali digitali più o meno intelligenti. Purtroppo finora la stessa scuola è stata interessata da investimenti e formazione rivolti più all’addestramento alle diverse piattaforme o all’acquisto di device già ‘predisposti’ all’obsolescenza programmata. Bisognerà prendere atto, a partire da questi provvedimenti ( che da soli, naturalmente, non bastano), che l’attenzione e la concentrazione dei bambini non sono barattabili con nessuna tecnologia di cui vanno riconosciute prima lei insidie e poi le meravigliose opportunità, anche in ambito didattico».

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Raffaele Daniele

Raccomanda la non demonizzazione dei device Raffaele Daniele, presidente di Red (rete educazione digitale), associazione che si occupa della diffusione delle buone pratiche digitali: «In questi anni, soprattutto nel periodo Covid, le scuole hanno sviluppato l’uso dei tablet ai fini didattici, supplendo all’impossibilità di fare le stesse attività in presenza. Ma in altri paesi europei, lo strumento era già diffuso. Non possiamo partire da una demonizzazione dei device, sapendo benissimo che sono strumenti che ci danno tante opportunità, pertanto ritengo che introdurre il divieto per fini didattici, soprattutto nelle scuole medie rappresenta un danno, in considerazione del fatto che le tecnologie stanno andando sempre più avanti ed ogni giorno parliamo di intelligenza artificiale. Piuttosto dobbiamo sviluppare l’educazione digitale, che Red si sforza di diffondere non solo nelle scuole, ma anche nelle istituzioni, nel mondo produttivo e negli adulti in genere che sono spesso la causa delle disfunzioni dei loro figli rispetto proprio all’uso dei strumenti elettronici. Purtroppo le migliori intenzioni non si realizzano, senza la consapevolezza del problema educativo, tante volte invocato e ignorato dalle agenzie educative e le istituzioni di ogni livello».

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Paola Nicolini

Sulla stessa linea Paola Nicolini, docente di Psicologia dello sviluppo di Unimc: «Il ministro ha affermato – spiega – che la presenza di smartphone in aula è spesso occasione di tensione tra studenti e docenti, da cui il provvedimento di vietarne l’uso. Evitare l’insorgere dei problemi è il meccanismo più primitivo che si possa usare nel tentativo di risolverli. Riguardo la scuola dell’infanzia e prime classi delle primarie sono d’accordo sul fatto che non c’è bisogno di utilizzare gli smartphone. Invece per arrivare a un uso coretto la scuola può essere il luogo ideale per allenarsi a distinguere i modi con cui si possono cercare notizie, a costruire un pensiero critico su alcuni risultati che possono dare le ricerche online, a distinguere tra informazioni e fake news correttamente. Non credo sia una buona idea vietare a priori perché ad ogni divieto spesso corrisponde un tentativo di trasgressione mentre un utilizzo didatticamente governato può essere più efficace».

 

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