Al Lauro Rossi brillano Melissa Aldana
e le sue “12 stars”

MACERATA JAZZ - Protagonista del concerto di ieri la giovane e talentuosissima sassofonista tenore che, insieme alla sua band, sta mietendo successi in ogni angolo del globo con il tour promozionale della sua ultima fatica
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Il concerto al Lauro Rossi

di Fabrizio Cortella

Il terzo appuntamento di Macerata Jazz parla, anzi suona, finalmente donna. Sabato sera, infatti, è stata la volta della cilena Melissa Aldana, la giovane e talentuosissima sassofonista tenore che, insieme alla sua band, sta mietendo successi in ogni angolo del globo con il tour promozionale della sua ultima fatica: “12 stars”. Ad appena 33 anni, con alle spalle già cinque album e la conquista di un “Thelonious Monk award”, è recentemente approdata alla celebre etichetta americana Blue Note per realizzare il suo nuovo disco, fortemente voluta dal presidente Don Was che la considera «tra i massimi musicisti e compositori della sua generazione per la sua vibrante visione artistica, la padronanza strumentale e il suo profondo groove».

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Melissa Aldana

Figlia e nipote d’arte, ha respirato musica fin dalla culla e, in una recente intervista, ha ricordato come sia «cresciuta ascoltando musica e guardando mio padre ed i suoi amici suonare tutto il tempo, a casa mia. All’età di sei anni, ho preso il sassofono e mio padre Marcos è stato il mio principale maestro finché non sono andata a studiare a Berklee». Già, nella famosissima scuola di jazz di Boston. Perché è proprio negli States che la giovane Melissa ha affinato il suo indubbio talento naturale con maestri del calibro di Joe Lovano e George Garzone – anche se «a Boston ero sola: dovetti cominciare dalle basi della teoria sia musicale che della lingua inglese» – perdendo progressivamente l’originario spirito latino tanto da dimostrare, una volta approdata a New York, alla corte di George Coleman, di essere perfettamente a suo agio con la scena più sperimentale dell’East Coast. Aldana si è presentata sul palcoscenico maceratese per l’ultima tappa di un fortunato tour europeo – due sole le date italiane -con un look sobrio ed elegante, senza alcuna concessione superflua alla sua femminilità, a rimarcare che ciò che conta davvero è solamente la sua arte. E che arte! Lungi dal riproporre schemi e stilemi imparati dai suoi modelli giovanili – Charlie Parker e Sonny Rollins su tutti – e dai suoi maestri statunitensi, Aldana dimostra personalità nel prendere le distanze dai cliché compositivi tradizionali e capacità di inseguire una certa complessità, ma senza alcun autocompiacimento.

melissa-aldana-9-325x217Un tale percorso, evidentemente, ha bisogno di compagni di viaggio all’altezza: «per me, l’avere successo significa avere un gruppo che ti sostiene e che lavora per realizzare le tue idee. E con loro penso di esserci riuscita». Stiamo parlando della fluida chitarra di Lage Lund, anche produttore e co- arrangiatore di moltissimi brani, e della sezione ritmica affidata al batterista Kush Abadey e al contrabbassista Pablo Menares, antico sodale fin dai tempi del Cile, il cui maggiore merito, al di là della loro indiscussa tecnica e della fantasiosa creatività, è di procedere guidando le melodie degli altri strumenti con grande discrezione, senza mai essere troppo appariscenti. Il quartetto ha presentato l’intero album, freschissimo di nomination ai Grammy awards, suonando per novanta minuti e dando prova di grande affiatamento – si esibiscono insieme dal 2017. Aldana ha tenuto a precisare come “12 stars”, qualcuno l’ha definito giustamente un concept-album in virtù del suo equilibrio e della sua coerenza, sia il frutto della sua personale esperienza della pandemia unita a quella, dolorosissima, della contemporanea separazione dal marito. Melissa non nasconde mai le proprie fragilità personali dietro la sua abilità di strumentista e, anzi, sfrutta le potenzialità del medium musicale per mettere a nudo la sua anima e mostrare il faticoso lavoro di scavo introspettivo svolto – come già avvenuto nel precedente “Visions”, ispirato al percorso umano e creativo di Frida Khalo. Da ciò scaturisce un approccio molto fisico nell’esecuzione, “atletico” secondo alcuni: l’artista si piega continuamente sulle ginocchia, comprimendo il diaframma sul bacino ad imbrigliare l’energia dei soffi, per poi alzarsi sulle punte a liberare sonorità arrotondate, ammorbidite, quasi addomesticate.

melissa-aldana-8-267x400Negli States hanno definito tale modalità con ossimori quali “active meditation” e “hot yoga”. Difficile stilare una “classifica” dei pezzi migliori, tutti notevoli, ma ci hanno colpito più degli altri “Falling”, il brano sulla separazione sentimentale che le è valso la suddetta nomination, mai sbilanciato dallo straziante “recitato” del sax grazie all’onnipresente tensione emotiva, ed “Emilia”, pezzo sognante ed amniotico, scritto con Menares. Con una punta di commozione, abbandonato l’inglese per lo spagnolo, Aldana ha confessato che “Emilia” è la trasposizione di un sogno fatto durante la pandemia in cui canticchiava alla sua piccola bambina una ninna nanna: stavolta il sassofono abbandona i suoni alti, dominanti nel resto del repertorio, per ricercare quelle tonalità medio-basse che, sole, possono efficacemente restituire il calore e l’intimità simbiotica del rapporto tra madre e figlia. Il pubblico ha seguito con attenzione l’esibizione asciutta della band, sottolineandone con gli applausi i passaggi più virtuosistici, sebbene i temi lirici ma eccentrici, sviluppati lungo traiettorie oblique, rivelino un’elevata cerebralità non sempre facile da metabolizzare. Aspetto tipico, peraltro, dell’attuale scena jazzistica newyorkese.

 

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