Civitanovese morto nel naufragio
«Luciano era pescatore, poi cambiò:
voleva una vita più tranquilla»

TRAGEDIA - Giuseppe Emili è il cugino del 65enne morto a Bari: «E' la fine peggiore che può fare un marinaio. Lui lavorava in mare da quando aveva 14 o 15 anni con l'imbarcazione della famiglia, che si era trasferita ad Ancona perché a Civitanova non c'era ancora il porto». La moglie, la sorella e le due figlie sono partite per il capoluogo pugliese per il riconoscimento
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Luciano Bigoni

 

di Gianluca Ginella

«È la morte peggiore che possa fare un pescatore, morire in mare. La vita di Luciano è sempre stata legata al mare. Era nato a Civitanova, la sua famiglia è di Civitanova, ma i genitori si erano trasferiti ad Ancona perché già allora avevano la barca ma da noi non c’era ancora il porto», Giuseppe Emili, presidente della cooperativa Casa del pescatore di Civitanova, è il cugino di Luciano Bigoni, 65 anni, il civitanovese (da anni viveva ad Ancona e più di recente a Falconara) morto nel naufragio del rimorchiatore Franco P. al largo di Bari nella notte di mercoledì. Una tragedia che ha ancora molti punti interrogativi, nodi che dovrà sciogliere la procura di Bari con l’aiuto del capitano dell’imbarcazione, Giuseppe Petralia, sopravvissuto alla tragedia e ricoverato in ospedale in terapia intensiva. Una tragedia quella avvenuta a Bari che colpisce anche Civitanova.

«Luciano prima faceva il pescatore, poi aveva deciso di cambiare mestiere. Diceva – racconta Emili – che voleva vivere una vecchiaia più tranquilla. Prima era armatore e alle prese con i problemi che abbiamo anche adesso come quella di trovare il personale. Si era stufato di quella vita e così aveva deciso di cambiare. Così si è messo a fare quel lavoro, pensando di avere una vita più tranquilla. Invece purtroppo non è andato a stare meglio e quella è la fine peggiore che possa fare un pescatore: morire in mare».

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Il rimorchiatore Franco P.

E proprio il mare è stato il filo conduttore della vita di Luciano Bigoni. Fin da quando aveva 14 o 15 anni aveva iniziato a lavorare sulla barca di famiglia, la Angela Luciana. Un nome che avevano dato anche al nuovo peschereccio. Poi la decisione di cambiare vita, il lavoro come motorista su un rimorchiatore. «Luciano era una persona squisita, bravissima, tranquilla. Eravamo molto legati». A Bari questa mattina sono andate la sorella di Luciano, Angela, la moglie Susanna e le figlie Debora e Jessica. Sono partite questa mattina da Ancona e a Bari dovevano fare il riconoscimento. Nelle Marche aveva vissuto anche un’altra delle vittime, Massimo Andrea Loi, 58 anni, di origine sarda. Si era trasferito fin da giovane prima ad Ancona, dove aveva abitato nel quartiere di Torrette e poi a Bari, dove lascia la compagna.

Il rimorchiatore è affondato, intorno alle 21 di mercoledì, a circa 50 miglia dalla costa barese, in un punto dove il mare è profondo mille metri. L’affondamento sarebbe avvenuto nel giro di pochi minuti secondo l’equipaggio del pontone Ad3, unici testimoni del naufragio. La procura di Bari intanto ha aperto un fascicolo per cooperazione colposa in naufragio e omicidio colposo plurimo. Iscritti nel registro degli indagati il comandante Petralia, tuttora ricoverato all’ospedale Di Venere di Bari e l’armatore, il 78enne Antonio Santini, legale rappresentante della società Ilma di Ancona, proprietaria del rimorchiatore affondato e del pontone. Al momento oltre a Loi e Bigoni è stato recuperato un altro corpo, quello di Ahmed Jelali, 63enne di origine tunisina residente a Pescara. Gli ultimi due componenti dell’equipaggio risultano ancora dispersi.

 

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