«Mio padre, 73enne e con l’Alzheimer
se lo sono fatto scappare dall’ospedale:
trovato in un bar con la flebo»

CIVITANOVA - La rabbia di Anna Cerolini: «Prima lo hanno dimesso senza dirmi niente ed è stato ad aspettarmi ore, poi quando l’hanno ripreso in carico mi hanno detto che non potevo stare in pronto soccorso e qualche ora dopo mi ha telefonato un barista da Civitanova Alta dicendomi che mio papà era lì. Non ce l’ho col personale, ma vedo che non riescono a gestire la situazione». Il primario, Rita Curto: «Non sono stata informata di questa situazione, ma uno o due infermieri non possono gestire 30 persone in barella. Serve personale, sembrano scene di guerra con pazienti che restano per giorni»
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L’ospedale di Civitanova

di Gianluca Ginella

«Mio padre con l’Alzheimer si è allontanato dal pronto soccorso di Civitanova e ha raggiunto in autobus un bar da dove mi hanno telefonato per dirmi che era lì, con la flebo nel braccio. Inoltre questa mattina lo avevano dimesso senza dirmi niente ed era stato ore ad aspettare. Non ce l’ho con il personale del pronto soccorso, ma i pazienti sono tanti e vedo che non sono in grado di portare avanti questa situazione».

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Pazienti sulle barelle oggi pomeriggio

A raccontare quello che oggi pomeriggio è successo a suo padre, 73enne, è Anna Cerolini, che si trova ancora al pronto soccorso di Civitanova dove alla fine il papà è stato riportato.

Cerolini racconta che tutto è iniziato ieri quando il padre «ha avuto una emorragia. L’ho portato al pronto soccorso di Civitanova, alle 17, e mi hanno impedito di stare con lui, dicendomi che non potevo stare in pronto soccorso ad assisterlo.

Mi sono tenuta continuamente in contatto e alle 23 ancora non era stato visitato. Poi so che nel corso della notte gli hanno fatto una sacca di sangue perché aveva l’emoglobina a 7». Questa mattina Cerolini ha chiamato al pronto soccorso «e mi hanno detto che mio padre era stato dimesso e mi stava aspettando da tempo. Ma nessuno mi aveva avvisato e quando ho chiesto spiegazioni mi hanno detto che gli avevano detto di chiamarmi. Ma ha l’Alzheimer e non riesce a usare il cellulare».

Cerolini ha insistito perché il padre non venisse mandato a casa ma che fossero fatti ulteriori esami «alla fine hanno accettato, ma ho dovuto insistere e alzare la voce» spiega Anna Cerolini. A quel punto però le hanno nuovamente detto che non poteva stare lì al pronto soccorso «questo verso le 13,30. Sono tornata a casa e alle 14,30 ho chiamato per sapere come stava. Poi ho richiamato alle 15, ma mi hanno detto che avevano molto da fare e non potevano dirmi niente».

Dopo un po’ però la donna ha ricevuto una chiamata «era un barista di Civitanova Alta, che mi conosce, e mi ha detto che mio padre era nel suo bar, che aveva una flebo attaccata e si vedeva che non era in una condizione normale. Sono subito corsa al bar e ho chiamato i carabinieri per raccontare l’accaduto. Mio padre era uscito dall’ospedale, aveva preso un autobus, questo ho ricostruito, e aveva raggiunto Civitanova Alta». Il 73enne è stato poi riportato al pronto soccorso a Civitanova. «A quel punto è cambiato tutto: prima mi dicevano che non potevo stare lì, dopo invece mi hanno detto di restare con mio papà per controllarlo – continua Cerolini -. Inoltre una dottoressa mi ha detto che mio padre deve essere ricoverato, a differenza del medico che questa mattina l’aveva dimesso. Se non avessi insistito mio padre sarebbe a casa ora, invece di venire ricoverato, come è poi risultato necessario». Cerolini aggiunge che «il mio scopo è che queste cose non accadano. Mio padre poteva cadere, sparire, finire sotto una macchina o peggio».

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La primaria del pronto soccorso, Rita Curto

«Era un lazzaretto oggi, abbiamo dovuto chiedere barelle ai reparti – spiega il primario del pronto soccorso, Rita Curto -. Di questa situazione non sono stata informata. E’ chiaro che queste cose non devono succedere. Certo uno o due infermieri non possono badare a 30 persone sulle barelle. Non c’è personale e ci arrampichiamo sugli specchi. Non è colpa nostra, non è colpa di nessuno. Noi non sappiamo più come fare, abbiamo pazienti che restano in pronto soccorso più giorni, sembrano scene di guerra. Mi dispiace oggi sia avvenuto questo episodio che segnala la signora ma non si riesce a controllare tutti. Serve più personale: lo aspettiamo a braccia aperte. Non è carenza di attenzioni o menefreghismo, ma non riusciamo. Ci stiamo male a non riuscire a gestire tutto bene. Il pronto soccorso non è come altri reparti che hanno un numero di pazienti prestabilito. Qui si accolgono tutti. I posti letto finiscono, continuano ad arrivare persone e si crea un imbuto».

 

 



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