Non lasciamo indietro nessuno, dicono
Ma poi si dimenticano le Marche

IL COMMENTO di Ugo Bellesi - E’ di là da venire l’alta velocità sulla Roma-Ancona. Le macerie ancora ostruiscono le strade di alcuni centri della zona terremotata. Gli allevatori protestano perché gli abbeveratoi sono da 5 anni privi d’acqua per il bestiame. Lo spopolamento continua. I giovani non trovano occupazione. La ricostruzione post sisma è ripartita ma soprattutto nei centri più importanti
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Una casa distrutta di Ussita (ottobre 2020)

 

di Ugo Bellesi

A cinque anni dal sisma che ha devastato l’entroterra delle Marche e delle regioni confinanti è tempo di tornare a dare voce ai terremotati. Lo ha fatto, molto autorevolmente nelle settimane scorse, l’arcivescovo di Camerino Francesco Massara, lanciando l’allarme per i ritardi nello sgombero delle macerie da numerosi centri storici dell’area devastata dal sisma, alcuni dei quali sono ancora in “zona rossa”. Le sue parole hanno avuto notevole risonanza ma i risultati sono ancora di là da venire dal momento che si è avuta notizia soltanto di alcune proposte per risolvere il problema. Nessuna delle quali però sembra aver trovato uno sbocco concreto di fattibilità.

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Ugo Bellesi

Un altro grosso problema, che si aggraverà con l’avanzare dell’estate, è costituito dalla carenza di acqua per gli animali che si trovano in altura. Gli allevatori, in queste ultime settimane, hanno ripetutamente lanciato l’allarme. E’ un problema molto rilevante. Fin dai giorni successivi al terremoto (ricordiamolo: cinque anni fa) si era capito che le falde acquifere si erano impoverite di risorse idriche, vuoi perché inghiottite da cavità sotterranee, vuoi perché le scosse telluriche le avevano deviate altrove. Fatto sta che da allora gli abbeveratoi, di cui gli allevamenti di bovini come di ovini non possono fare assolutamente a meno, sono al secco. Solo per la zona di Ussita occorrerebbero non meno di 150 quintali di acqua al giorno. La Protezione civile sta cercando di tamponare, come può, la situazione ed è un aiuto prezioso. Ma il problema va affrontato alla radice.

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Silvia Bonomi

I Comuni non hanno fondi a sufficienza per far fronte ad una situazione che sta diventando drammatica. Infatti occorrerebbero indagini idrogeologiche per trovare risorse idriche nelle viscere della terra. Una volta scoperte sarebbero necessarie perizie ben precise per stabilire la portata e poi dare il via ai lavori per nuove captazioni e far tornare l’acqua nei fontanili. Il che richiederà sostanziosi finanziamenti e forse anche mesi di tempo. Ma intanto il problema va affrontato con la dovuta energia e urgenza. Gli animali non potrebbero sopravvivere solo aspettando…la pioggia. Di conseguenza gli allevatori potrebbero decidersi ad abbandonare la montagna e quindi la loro attività aggravando ancor più lo spopolamento di quelle zone. Si vuole proprio questo “colà dove si puote”? Un allarme accorato è stato lanciato nei giorni scorsi dall’allevatrice di Ussita, Silvia Bonomi, che si è resa benemerita nella promozione e valorizzazione dell’allevamento della pecora “Sopravissana dei Sibillini”. «Noi allevatori – ha dichiarato – chiediamo soltanto di poter continuare a fare gli allevatori ‘custodi e sentinelle di un territorio prezioso’. Si tratta di un’attività che è esistita da sempre e ha resistito anche al sisma e alla pandemia. Non vorremmo mollare proprio adesso». Non ci resta che fare eco all’appello di Silvia dicendo soltanto: “Non lasciamoli soli….”

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Giovanni Legnini

Nel frattempo la ricostruzione post sisma sta ripartendo con risultati abbastanza concreti. E questo va tutto a merito del commissario Giovanni Legnini che ha dato una svolta all’intera impostazione del problema ricostruzione con nuovi provvedimenti che hanno corretto errori, che hanno accelerato le pratiche, che hanno aumentato il numero dei tecnici impegnati nell’esame e approvazione delle pratiche, che soprattutto hanno dato speranza a quanti ancora vivono in montagna, magari anche nelle “casette”. Quando a costoro si chiede come si vive da sfollati essi ripetono più volte: «Spero soltanto di poter tornare a casa presto». Ma basta fare un giro nelle zone terremotate per rendersi conto che sì, effettivamente nei centri storici più “importanti”, molto si sta facendo, i cantieri ci sono e per il ritorno alla normalità è solo questione di tempo. Ma nelle frazioni, nelle località più lontane dal capoluogo, la situazione è, più o meno, “disperata”. E’ forse soltanto un’impressione ma è chiaro che lì la ricostruzione appare molto lontana, se non addirittura impossibile. Ed è proprio questo che spinge, quanti vorrebbero tornare dopo lo sfollamento, ad andarsene altrove. D’altra parte quella è una brutta immagine anche per il turismo. Paesini un tempo ridenti e pieni di vita, con panorami mozzafiato, hanno oggi l’aspetto di chi ha subito un bombardamento con le case dilaniate, le macerie che sovrastano tutto, le chiese diroccate, l’erba che sta crescendo ovunque.

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Elcito

Questo spettacolo non costituisce certo una bella “cartolina turistica” da inviare agli amici ma non è neppure un “invito a tornare”. Il che significa che anno dopo anno ci stiamo chiudendo forse l’unica strada che potrebbe riportare i turisti in queste contrade. E senza di essi non riaprono gli agriturismi, non riaprono i negozi che hanno prodotti alimentari di eccellenza, non riaprono i bar, nessuno potrà più offrire loro case in affitto per l’estate. Ciò non significa che non ci siano più località attrattive, tutt’altro, perché il nostro entroterra ne è stato sempre ricchissimo. Possiamo ricordare il lago di Fiastra, Pintura di Bolognola, Sassotetto di Sarnano, i Prati di Ragnolo, Visso, Ussita, il Canfaito, Elcito. Il nostro discorso si riferisce a tutte le altre località che lentamente stanno finendo fuori dai nostri itinerari preferiti. Pertanto succede che mentre in alcuni ristoranti di queste mete turistiche sopra ricordate si fanno i doppi e tripli turni per poter mangiare, in altri siti un tempo molto frequentati ci sia il deserto. La nostra raccomandazione è quindi una sola: «I finanziamenti, come più volte ripetuto, ci sono, quindi non possiamo e non dobbiamo lasciare indietro nessuno».

foto-spalla-agriturismo-e1613737436920-325x259Altro problema è il dramma della disoccupazione. Ci sono giovani volenterosi che non vogliono abbandonare il territorio in cui sono nati e in cui vivono i loro genitori ma, pur essendo disposti a svolgere qualsiasi attività, non trovano chi abbia bisogno di loro. Soprattutto non trovano un’azienda o un artigiano in condizioni tali da poter offrire loro un compenso. E questo perché l’attività economica, compresa quella commerciale, di questa vasta area non è che sia in ripresa. Si sperava molto nel turismo, ma a parte i giorni festivi e prefestivi non sembra ci sia gran movimento. Anche ristoranti e agriturismi quindi hanno bisogno di personale solo in determinati giorni della settimana.
Da non sottovalutare infine il problema dell’aumento dei costi di tutti i materiali di costruzione, per cui le aziende edili si trovano in difficoltà a portare avanti i lavori con i prezzi concordati al momento dell’appalto. Anche per questo c’è l’impegno del commissario Legnini a risolvere il problema con una revisione del listino prezzi.
Purtroppo è sempre incombente nella vasta area terremotata il problema dello spopolamento. Ne è riprova il fatto che quando qualche coppia di giovani ritorna per riaprire, con grande coraggio, un punto ristoro o un campeggio se ne parla come di eventi eccezionali, con grandi articoli e foto nei giornali e in Tv, ma anche con veri e propri festeggiamenti. Sono esperienze ovviamente da incoraggiare ma resta il fatto che sono episodi troppo isolati e poi spesso compiuti con riserva, avendo sempre in mente il pensiero che “se va bene questa estate continueremo, altrimenti si chiude tutto”. Coloro che prendono queste iniziative avrebbero bisogno di un maggior sostegno dalle istituzioni perché il loro esempio possa essere seguito anche da altri “sfollati” che magari hanno sempre nel cuore la speranza di ritornare per far rivivere questi territori bellissimi che, se abbandonati, saranno destinati al declino.

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La stazione di Macerata

Di fronte a tutti questi problemi bisogna rendersi conto che le istituzioni locali possono fare ben poco. Nelle settimane scorse sono stati annunciati i provvedimenti del Governo per l’alta velocità. E questo non può che aver fatto piacere a tutti in quanto l’alta velocità significa progresso perché si accorciano le distanze tra città, si favoriscono gli scambi e soprattutto si valorizzano anche i centri minori attraversati. Così abbiamo appreso con gioia che si potrà andare in treno da Milano a Genova in 45 minuti (risparmiando 30 minuti); che da Roma si raggiungerà Pescara in due ore (rispetto alle 3 ore attuali). La tratta Napoli-Bari sarà percorribile in due ore (anziché in tre ore).
E per le Marche cosa si prevede? E’ stato nominato un commissario per i lavori sulla Falconara-Orte, i quali consentiranno sulla linea Ancona-Roma un risparmio di 15 minuti. Ma come, ovunque si risparmiano delle ore o quanto meno trenta minuti e da noi un solo quarto d’ora? Non vogliamo fare del becero campanilismo ma questo significa che l’alta velocità è riservata solo per poche regioni. Vero è che i treni Frecciarossa arrivano anche ad Ancona e San Benedetto del Tronto ma solo con poche corse, mentre l’alta velocità tra Marche e Lazio è di là da venire. Consultando gli orari ferroviari attualmente in vigore ci rendiamo conto che per andare da Macerata a Roma in media occorrono dalle 4 alle 6 ore. Ma ci sono anche dei record. Infatti il collegamento più veloce è quello del treno regionale Roma Termini-Macerata che parte alle 16:02 e arriva nel nostro capoluogo alle 20:07 nel tempo di appena 4 ore e 05’. Ma questo è l’unico record positivo. Il record negativo lo detiene il treno regionale Macerata-Roma Termini che parte dalla nostra città alle 10:10 e arriva nella capitale alle 18:25 quindi in 8 ore e 15’, cioè lo stesso tempo in cui un romano può fare andata e ritorno per due volte da Roma a Pescara. Tornando a noi va detto che anche il treno che parte da Roma alle 10:10 non scherza perché arriva a Macerata alle 18:07 impiegando 7 ore e 57 minuti. E questo senza considerare il fatto che inevitabilmente si deve scendere a Fabriano per prendere il treno per Roma in arrivo da Ancona. E al ritorno dalla capitale è eguale. Senza dimenticare che in alcuni orari il cambio treno avviene in ben tre stazioni lungo il percorso. Si dice sempre che «Non bisogna lasciare indietro nessuno». Parole sacrosante ma allora sorge spontanea la domanda: «In tantissimi anni qualcuno si è dimenticato delle Marche?».

 

 

 



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