Ricoverato per sei giorni su una barella
«Il Covid è una guerra silenziosa
Sei solo, le emozioni sono indescrivibili»

CIVITANOVA - Lorenzo Giampaoli, papà di 39 anni, racconta l'esperienza vissuta da quando ha scoperto di essere positivo: «Al pronto soccorso si respira umanità. La mia testimonianza vuol essere utile per combattere menefreghismo e pressapochismo verso questa malattia. Lo devo ai sanitari che mi hanno chiesto di far capire che non è uno scherzo»
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L’ingresso del Pronto soccorso di Civitanova

di Alessandra Pierini

«Ho passato una settimana su una barella nel pronto soccorso Covid di Civitanova, è stata una esperienza fisicamente e mentalmente provante. Questo virus è una guerra silenziosa». Lorenzo Giampaoli, papà di Civitanova racconta con trasporto ed emozione l’esperienza che ha vissuto. 
«Devo ancora compiere compiere 39 anni, non ho nessuna patologia pregressa, vado a correre 2 volte a settimana e non avevo nulla che non andasse. Per di più ho usato mascherine di ogni tipo, centinaia di bottiglie di gel igienizzante e non mandiamo mia figlia a scuola da ottobre per precauzione. Quando mi sono ammalato a chi mi conosce sembrava impossibile. Eppure è così».

Giampaoli ha iniziato ad avere febbre giovedì 4 marzo e  il tampone, fatto il giorno dopo, è risultato positivo: «Sono rimasto a casa finché ho potuto. Lunedì 15 marzo mi hanno ricoverato perché non riuscivo a trascinarmi dal letto né a parlare. Al pronto soccorso Covid di Civitanova sono rimasto fino a sabato 20 marzo, ero su una barella in una stanza con altre cinque persone ma la mia non è assolutamente una critica. L’emergenza è enorme, è un vero ospedale da campo».
E’ lì che il giovane papà ha toccato con mano l’umanità più profonda che si manifesta in questi momenti. «Era un continuo andare e venire di pazienti, con ognuno o almeno con tutti coloro con cui sono riuscito a scambiare qualche parola si creava un legame, poi magari chi fino a pochi minuti prima stava bene veniva portato via perché si aggravava improvvisamente e ogni volta è come se portassero via un pezzo di te. In quella condizione tutto diventa più pesante e ora si riverbera nella mente». Tra le immagini che il civitanovese non dimenticherà c’è quella di un paziente che si trovava nella sua stanza: «Aveva il casco e si era scoperto, ma non riusciva a ricoprirsi. Mi è venuto spontaneo aiutarlo, non è niente di eccezionale ma non si dimentica. In quelle situazioni ti affidi ai medici e alla provvidenza. La paura che si vive mi ricorda la poesia di Ungaretti “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. Lì sei solo e provi sensazioni che non riesco neanche a descrivere».
Giampaoli ha deciso di raccontare quello che ha vissuto per due motivi: «Da una parte spero che serva a far capire che il pressapochismo e il menefreghismo e di alcuni che sfociano in comportamenti come la movida o nel mancato utilizzo delle mascherine, dall’altra lo devo a quei medici e a quegli infermieri che sono stati fantastici e, ognuno a suo modo, ci hanno donato l’umanità che serviva in quel momento. Sono proprio i sanitari che ci hanno chiesto a gran voce di testimoniare che non è uno scherzo».
Lorenzo Giampaoli è tornato a casa mercoledì: «Dal 20 marzo fino a mercoledì sono stato ricoverato a Macerata dove ho fatto lo svezzamento dall’ossigeno. Per fortuna i miei polmoni hanno reagito bene nonostante la polmonite al 50 percento. Sono uscito con 10 chili di meno e una anemia importante, non mi tengo quasi in piedi ma a casa passa tutto».

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