«Pessimo comizio di don Leonesi
Purtroppo anche il vescovo si è schierato»

OMELIA ANTI-ABORTO - Il deputato Pd Mario Morgoni: «Al vicario della Diocesi va ricordato che, nel rispetto delle legittime opinioni, occorre essere cauti anche quando le si critica, perché sono leggi di uno stato laico e democratico». Solidarietà al sacerdote dall'ex consigliera comunale Pantana: «Il suo pensiero era rinvolto alle donne sole». Sebastianelli (Popolo della famiglia) contro Sinistra italiana e le unioni omosessuali
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Il deputato Mario Morgoni

 

«Sono d’accordo con Massimo Gramellini che suggerisce a don Andrea Leonesi oggi sul Corriere della Sera di revisionare i sensori che ti avvisano quando stai per andare a sbattere». Esordisce così Mario Morgoni, deputato dem, nel commentare il caso del vicario della Diocesi Andrea Leonesi e della sua omelia anti-aborto in cui ha paragonato l’interruzione volontaria di gravidanza alla pedofilia.

«Lo dico non solo per l’accostamento infelice tra l’aborto e la pedofilia – prosegue Morgoni -, tema che dovrebbe essere sempre trattato con molta prudenza, ma per la definizione dell’aborto come “il più grande degli scempi“. Don Leonesi dovrebbe sapere che l’aborto rappresenta una situazione sempre difficile e drammatica, regolamentata da una legge dello stato italiano, la 194 del 1978, e suffragata dal referendum popolare del 1981. Al vicario del vescovo va, pertanto, ricordato che, nel rispetto delle legittime opinioni e sensibilità dei credenti, occorre essere cauti, anche quando le si critica, perché sono leggi di uno stato laico e democratico dove la Chiesa esercita con pienezza di diritti il suo magistero. Purtroppo anche il vescovo di Macerata si è schierato sulle posizioni del suo vicario, sostenendo che una omelia è ben diversa da un comizio. Certo, è così , ma è innegabile che esistono pessime omelie e ottimi comizi. Ritengo che quello di Don Leonesi sia stato un pessimo comizio. La legge sull’aborto non lede affatto quello che il Vescovo definisce “diritto a non abortire“, anzi , da una parte quella legge ha garantito diritti e tutele finalizzate a scelte più consapevoli, dall’altra quella legge ha determinato un evidente calo nel numero degli aborti, contribuendo di fatto a garantire proprio quel “diritto a non abortire “ che il nostro Vescovo chiede venga garantito ma che sono convinto stia sinceramente ancor più a cuore ad ogni donna».

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Fabio Sebastianelli

Sul caso intervengono anche Fabio Sebastianelli del Popolo della famiglia Marche e Deborah Pantana, ex consigliera comunale e candidata alle comunali (non eletta) nella lista Civici per il Popolo della famiglia. 

Sebastianelli si rivolge a Michele Verolo e Serena Cavalletti, coordinatori di Sinistra italiana Macerata che hanno per primi segnalato le parole di don Leonesi: «Consiglio loro – dice Sebastianelli -, di leggere la legge 194 del 22 maggio del 1978 perché già l’articolo 1 potrebbe procurare un grosso dispiacere: “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite”. Se poi vorranno continuare a leggere anche i restanti 21 articoli (non sono molti si può fare) scopriranno, con rammarico suppongo, che, per quanto la legge 194 li permetta, con una realmente piena e seria attuazione molti aborti sarebbero evitati. Chiaramente, meglio sottolinearlo, quanto scritto è una constatazione di fatto, non significa assolutamente che il Popolo della Famiglia sia d’accordo con la legge 194: noi difendiamo la vita dal concepimento alla morte naturale, contrariamente alla sinistra che invece la combatte difendendo il “diritto” di ritenersi proprietari della vita del concepito. Parlano poi di diritti delle donne. Mi spieghino allora: per quale motivo non si strappano le vesti quando i diritti di donne economicamente deboli, coinvolte nella barbara usanza dell’utero in affitto, vengono cinicamente calpestati?». E prosegue: «Passiamo ora alla frase in cui si contesta la parte di omelia che parla della sottomissione della moglie al marito. Anche in questo caso devo dire che i due coordinatori di Sinistra Italiana, parlano senza cognizione di causa. Quello citato non è l’antico testamento ma la lettera di Paolo agli Efesini e dice tutt’altro se letta nell’insieme, senza estrapolare una frasetta di comodo. Su questo argomento il vescovo di Macerata, Monsignor Marconi, ha ampiamente risposto per cui passo oltre. Mi preme invece sottolineare l’assurdità della loro ideologica richiesta di equiparare le unioni omosessuali alla famiglia che definiscono “tradizionale”. Li informo intanto che il termine corretto è “naturale” e non perché lo dico io ma perché ben specificato anche nella legge fondamentale dello Stato (scritta, nel caso non lo sapessero, pure da esponenti di sinistra)».

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Deborah Pantana

Deborah Pantana invece esprime «la mia più sentita solidarietà a don Andrea Leonesi, che conosco da tanti anni e so quanto lavoro ha fatto e fa con le famiglie maceratesi. Non credo che volesse scatenare questo dibattito distorto tra l’indice di gravità tra pedofilia o aborto. Senza volerlo interpretare, credo di più ad un suo pensiero vicino a quelle donne, ed ancora purtroppo sono tante, che si trovano da sole ad affrontare delle scelte che sono sicuramente dannose per la loro anima, per chi ci crede, e per il loro corpo. Pensiamo alla pillola abortiva, e di chi sta sola in casa in quel momento di immenso dolore. Questa è emancipazione? Non credo – sostiene Pantana -. Per anni sono stata una volontaria all’interno di un consultorio familiare, e di storie ne ho ascoltate tante, tutte però avevano un comune denominatore: la solitudine della donna, il pianto, il dolore, il disprezzo da parte di chi non accetta quella donna che decide poi da sola di portare avanti una gravidanza scomoda, dove magari il padre scompare, o la picchia per farla abortire. In questo caso chi difende la donna? Io sono, per cultura personale, a difesa della donna sempre, e più volte sono scesa in piazza a Roma, ho partecipato a consulte regionali, nazionali su questo tema, ma nessuna soluzione si è mai evidenziata a favore di quella donna che a detta di tanti: “vuole tenersi il problema, ovvero il bambino”. Qualche mese fa mi ha fermato una ragazza che mi ha fatto conoscere la figlia che non doveva esserci perché quel famoso compagno voleva che abortisse. Bambina splendida, con un padre oggi al suo fianco, non genetico ma che l’ha adottata ed ha saputo capire la scelta di quella donna con la quale oggi condivide la sua vita. La donna se può davvero scegliere non abortisce – dice Pantana -, questo è un dato inconfutabile, ormai certo, come è ovvio che il reato di pedofilia è da condannare fermamente. Inaccettabili queste sì sono state le parole choc di un sacerdote americano rilasciate lo scorso febbraio: «La pedofilia non uccide nessuno, l’aborto sì». Purtroppo la chiesa che è madre non può e non deve rinunciare a difendere la vita sempre e comunque, e deve continuare a fare la sua parte, anche se dall’altro lato ci sono stati dei lati oscuri di cui alcuni prelati che si sono macchiati di un reato come quello della pedofilia. Ricordiamo tutti la dichiarazione di un altro prete che stimo molto Don Vinicio Albanesi che nel giorno in cui il Papa parlava al summit in Vaticano sulla protezione dei minori per contrastare la piaga degli abusi sessuali, racconta di essere stato egli stesso vittima di abusi sessuali, da parte di altri sacerdoti, quando era giovane e in seminario». Conclude Pantana: «Noi donne dobbiamo pretendere di essere difese per non essere né una di meno e né lasciate sole, molto si può fare applicando la Legge 194 per intero, soprattutto nel lavoro dei consultori anche all’interno delle Asur, questo dobbiamo pretendere, senza vergognarci e senza indietreggiare di un passo».



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