Giù le serrande alle 18,
tra chi resiste e chi non riapre
«Serve un progetto per l’inverno»

MACERATA - Le parole dei baristi del centro storico al primo giorno di chiusura anticipata per il nuovo Dpcm
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Giorgio Ripari e Laura Splendiani del Cabaret di via Gramsci. L’ultimo bicchiere di vino prima della chiusura alle 18

 

di Federica Nardi (foto di Fabio Falcioni)

Primo giorno di chiusura alle 18 per bar e ristoranti anche a Macerata dopo il nuovo dpcm. Ma alcuni non apriranno proprio fino al 24 novembre in attesa di capire cosa succederà (a parte la riapertura della ztl annunciata dal sindaco Parcaroli). Una scena che riporta indietro ai tempi del pre lockdown di marzo. L’esito però, per gli imprenditori della ristorazione, deve essere diverso perché l’esperienza è cambiata e i soldi sono meno di prima.

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Francesco Cacopardo

«Io non credo che in queste settimane i contagi si azzereranno – dice Francesco Cacopardo, titolare di Spritz&Chips in via Gramsci e anche presidente del direttivo territoriale di Confartigianato Macerata -. Quindi non so. La categoria è indubbiamente in grande difficoltà. Mi auguro anche che questi interventi statali e ristori siano effettivi ed efficaci. Perché se danno 600 euro per attività non ha significato». Giorgio Ripari del Cabaret, a pochi passi, ha fatto una proposta concreta alla nuova amministrazione: «Un tavolo permamente per unificare le norme sanitarie per locali e avventori, dato che al momento si va a braccio. E poi, visto che andiamo verso l’inverno, dehors in tutta la città, curati nello stile, per aiutare le attività a trovare spazi esterni».

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Corso della Repubblica oggi alle 18

 

CHI NON RIAPRE – «Essendo un cocktail bar apriamo alle 17,30 quindi resteremo direttamente chiusi – spiega Cacopardo -. Valuteremo se fare il take away o lavorare con altre modalità ma è più probabile che non apriremo». Il problema è anche per chi ci lavora: «Adesso noi abbiamo una persona con un contratto part time e due, tre persone con contratti a chiamata – prosegue Cacopardo -. Questi ragazzi in qualche maniera hanno fatto conto su quei soldi e adesso non arrivano. Uno dei problemi del settore è proprio che si utilizza molto il contratto a chiamata. Ovviamente queste persone poi non hanno tutele. Se non lavori non ricevi niente. Poi i locali hanno la questione degli affitti che vanno avanti, al di là del credito di imposta che ci sarà. Però vanno pagati, così come le bollette. Per un ristorante così come per un bar, avendo frigo e congelatori, aperto o chiuso che tu sia i consumi vanno avanti. Al di là dei consumi poi ci sono tante accise e carichi che sono una grande percentuale che non dipendono dai consumi. Costi a cui comunque devi far fronte. Al di là che Conte ha parlato subito di ristori, io credo che non sia neanche così difficile presentare un dpcm con dei ristori già previsti. Si poteva fare meglio. Quando la chiusura era alle 24 con tutti seduti, ha dato perlomeno la possibilità di lavorare anche se con meno incassi. Con questa modalità invece tanti locali come il nostro non apriranno proprio. Anche altri locali se gli togli l’aperitivo e un po’ di dopocena non si reggono».

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Il bar centrale

«NON DITECI CHE NON SIAMO ESSENZIALI»– Esistono dati che giustificano queste chiusure? «Come associazione ci muoveremo perché come si può definire un’attività con cui tante persone si sostengono “non essenziale”. Non essenziali per chi? – domanda Cacopardo -. Il secondo aspetto è che il governo dovrà giustificare il fatto della scelta di chiudere il settore della ristorazione. Perché quando vedo le statistiche, anche della nostra provincia e regione, mi sembra che i contagi da bar e ristoranti abbiano una percentuale estremamente bassa a differenza di altre situazioni molto più alte. Dalle 18, cosa significa in termini di contagi? Dei 20mila contagi giornalieri quanto derivano dall’andare a cena o all’aperitivo? Sennò sono scelte politiche che mettono in difficoltà intere categorie di lavoratori, attività economiche e filiere solo per dire che si è fatto qualcosa per limitare i contagi. A marzo noi abbiamo chiuso prima del lockdown perché avevano già imposto la chiusura alle 18 e dopo pochi giorni hanno chiuso tutto. Anche in quell’occasione abbiamo chiuso prima degli altri locali per le caratteristiche del nostro servizio. Penso anche ai pub, che sono prevalentemente serali. Dopo il primo lockdown sono andate in difficoltà le attività che erano già un po’ traballanti. Ma dopo questo dpcm di domenica credo che in tanti andranno in difficoltà e non so quanti ritireranno su la serranda il prossimo anno. Io non credo che in queste settimane i contagi si azzereranno, continueranno a essere tanti. Quindi non so. La categoria è indubbiamente in grande difficoltà – conclude Cacopardo -. Mi auguro anche che questi interventi statali e ristori siano effettivi ed efficaci. Perché se danno 600 euro per attività non ha significato.

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Giorgio Ripari prepara la fase solo asporto che scatta alle 18

«CHE ESISTONO A FARE I PROTOCOLLI?» – Giorgio Ripari del Cabaret resterà aperto dalle 7,30 alle 18, dopo offrirà asporto e domicilio, anche l’aperitivo e le sue focacce speciali. «Io faccio caffè, non lo scienziato. Ma che quest’estate ci fosse troppa libertà in certe zone l’avevo detto – dice Ripari -. Qui sembrava di stare sotto assedio con 19 persone, multe se uno cantava, mentre a Civitanova era il delirio e nessuno controllava. Sembrava che il virus fosse scomparso invece si è verificato quello che temevamo». Detto questo, «la chiusura alle 18 non ha grande senso anche perché laddove ci sono protocolli che vengono studiati ormai da sette mesi da comitati, politici e specialisti, basta controllare che vengano applicati. Capisco la movida ma basta applicare i protocolli. E se funzionano un po’ a singhiozzo quindi non vedo perché dovremmo pagarne le conseguenze noi». Ripari si ritiene più fortunato di altri colleghi, a cui esprime la sua solidarietà, ma nonostante l’apertura diurna lo smartworking diminuisce e di molto la clientela: «Se lo Stato auspica un lavoro da remoto ai funzionari pubblici e studenti, di cui Macerata è piena, anche se stiamo aperti la mattina lavoriamo al 30%. Certo rispetto ad altri che lavorano di più la sera che sono penalizzati tantissimo. Sono vicino a loro che sono coetanei, hanno famiglie, mi dispiace molto».

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Giù la serranda al Caffè del corso

 

SUPERARE L’INVERNO – «Nell’orario di apertura siamo qui, dalle 7,30 alle 18. Dalle 18 fino alle 23 circa facciamo servizio da asporto (si può anche prenotare prima), sia caffè che aperitivo. Oppure lo portiamo noi con il servizio a domicilio», spiega Ripari che da sempre propone alla sua clientela specialità locali e ricercate.

Serve reinventarsi per un mese almeno insomma, ma per Ripari non basta: «Già mi sono fatto portavoce dopo aver sentito alcuni colleghi, parlando con il sindaco e qualche assessore. Anche dopo il 24 novembre i problemi resteranno. Serve la proroga dello Stato di emergenza con lo spazio in più concesso fuori dal locale. E poi dovremo poter organizzare lo spazio esterno in modo più opportuno. Stiamo andando incontro alla stagione invernale quindi dobbiamo creare strutture. Ho proposto all’assessore al Decoro Paolo Renna di studiare insieme all’assessore Silvano Iommi di studiare un progetto per far sì che ogni area possa avere dei dehors fatti in un certo modo, con funghi di riscaldamento tutti uguali. Ho notato che c’è molta disponibilità».

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Il bar Mercurio

 

Altra cosa importante: «non c’è una linearità per operare secondo criteri sanitari in modo equo. Non ci sono specifiche per ogni azione da fare, dalla sanificazione in poi. E magari la municipale controlla in base a criteri che non sono gli stessi che abbiamo noi. Quindi abbiamo chiesto in Comune che ci sia un tavolo permanente che risolva e comunichi i comportamenti che dobbiamo tenere. Un tavolo che adesso può essere per l’emergenza Covid ma poi si può tenere aperto in base alle esigenze. Serve un regolamento uguale per tutti, sennò non si sa e si va avanti a braccio. Questo – conclude Ripari -, è il momento più difficile del primo lockdown. Ci sono meno soldi e andare incontro all’inverno economicamente è più penalizzante. Questa crisi sarà tale che per molti sarà difficile anche poter riaprire. Non è andato bene niente, bisogna fare fronte comune e non si può fare come a febbraio e marzo. C’è da riorganizzare la struttura sociale e commerciale per convivere con il virus».

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Piazza Mazzini

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l’Hab di via Gramsci

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Piazza Cesare Battisti

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Piazza della Libertà

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