La “rivoluzione pacifica”
dell’Accademia Georgica di Treia
TREIA - Conferenza del professor Diego Poli in occasione di una seduta della delegazione di Macerata dell’Accademia Italiana della Cucina. Già nel ‘700 si sosteneva che “il prodotto dovesse rendere qualità e ricchezza da gestire nel territorio stesso in cui veniva coltivato”
di Ugo Bellesi
La Delegazione di Macerata dell’Accademia italiana della cucina ha ripreso la sua attività, dopo l’interruzione dovuta alla pandemia, con una seduta accademica che, svoltasi in un ristorante di Treia, ha consentito di ritrovare un po’ di convivialità, ma soprattutto di approfondire alcune nozioni fondamentali sulla storia culturale della nostra provincia. Da questo excursus è derivata una riflessione che ha consentito ancora una volta di ribaltare la credenza, piuttosto diffusa, che in passato il nostro territorio fosse culturalmente “depresso”. In effetti, è esattamente vero il contrario.
L’invito a tenere la relazione ufficiale per questa occasione accademica è stato rivolto al prof. Diego Poli il quale ha focalizzato l’attenzione su una serie di argomentazioni riguardanti Treia. L’anno di partenza di una storia culturale di Treia, almeno stando alle notizie trasmesse dal Colucci, è il 1430, quando Bartolomeo Vignati, diventato successivamente Vescovo di Senigallia, fonda quella Accademia che inizialmente conferì ai propri membri il nome di Sollevati. Suo obiettivo era di potenziare gli studi sulle umane lettere per trarre da esse quegli insegnamenti che servissero anche nell’ambito civile e sociale. Almeno così è assicurato dallo sviluppo di quella Accademia che, nel 1700, assume il nome di Georgica di Treia (o meglio Treja come all’epoca si soleva scrivere) secondo la restaurazione dell’originaria denominazione romana decretata da Pio VI quando, nel 1790, aveva istituito la Città di Treja che dal medio evo, dopo le rovinose incursione dei Visigoti e dei Saraceni, era chiamata Montecchio (verosimilmente da Monticulus ‘montagnola’).
Sulla linea delle dottrine fisiocratiche del tempo, l’Accademia puntò al rilancio dell’economia, partendo dal miglioramento delle pratiche agricole. Si pensava infatti, contro la visione mercantilista, che il prodotto agricolo dovesse rendere qualità e ricchezza da gestire nel territorio stesso in cui veniva coltivato. Si trattava di una rivoluzione pacifica basata sul principio della valorizzazione del territorio e di reinvestimento in nuove attività sempre ad esso collegate, secondo una visione in forte anticipo sulle attuali istanze. L’Accademia si dimostrò capace di guardare alle innovazioni degli ambienti scientifici europei. Così, si sopperì alla carenza di grano con l’impiego della patata in cucina, facendo tesoro della sua coltivazione che negli stessi anni veniva favorita dopo che le sue componenti nutritive erano state rese note da Antoine Parmantier. Si ricordi in proposito le drammatiche conseguenze, in termini di vite umane, che la carestia della patata avrebbe avuto nel 1848 (The great famine), quando l’Irlanda vide modificare il proprio assetto demografico, registrando, fra morti ed emigrati in America, una diminuzione di circa sette milioni di persone. L’Accademia di Treia in quegli anni conservava il primato in Italia, teneva rapporti di scambio con le altre Accademie e incentivata la ricerca nel dominio dell’agricoltura, promuovendo anche sperimentazioni innovative nella coltura dell’olivo, nel miglioramento della produzione del vino, del gelso, e introducendo la coltivazione della canapa. Fu persino provata la produzione di olio dai vinaccioli dell’uva. Come sue costole sorsero la Scuola di filatura e la Scuola di tessitura finalizzate a rendere professionali i giovani e quindi a inserirli nel mondo del lavoro. Furono suoi soci personaggi di grosso calibro. Fra gli italiani si possono ricordare Alessandro Volta, Angelo Mai, Francesco Saverio Castiglioni, divenuto poi papa Pio VIII; fra gli stranieri, Jean-Baptiste d’Alembert (che con Diderot è il promotore dell’Enciclopedia illuminista), Theodor Mommsen (il grande raccoglitore delle epigrafi romane).
Tra gli altri celebri treiesi spicca Luigi A. Lanzi, studioso delle antichità che, formatosi nei collegi dei Gesuiti di Fermo e di Roma, divenne a Firenze presidente dell’Accademia della Crusca e vice-direttore agli Uffizi. Si distinse per gli studi sulla lingua etrusca, aprendo al percorso interpretativo di una scrittura che, per quanto leggibile, restava “misteriosa” nel significato, e per gli studi sull’arte etrusca che riteneva derivata da quella greca. Tale fu la sua importanza, da meritare la sepoltura in Santa Croce, dove fu deposto accanto alla tomba di Michelangelo. A conclusione il prof. Poli ha posto l’attenzione su una illustre cittadina “acquisita” della Treia del Novecento: Dolores Prato. Una donna dalla vita molto infelice, nata a Roma, nel 1892, in una condizione di forte disagio, e inviata dalla madre, all’età di cinque anni, a Treia, in affidamento all’anziano zio materno, il sacerdote Domenico Ciaramponi, e alla sorella nubile, Paolina. Dopo aver frequentato un educandato salesiano, si iscrive a Roma alla facoltà di Magistero e si laurea nel 1918, insegnando poi, per oltre un decennio, lettere anche a Macerata e a San Ginesio. Rientrata a Roma, è molto prolifica nella produzione letteraria che lascia avvertire il fortissimo legame con Treia di cui continua a seguire gli eventi e di cui vuole approfondire la storia, servendosi anche di informazioni di intermediari. Fra questi c’è anche Giovanni Spadolini, a motivo delle origini treiesi del nonno (Spadolini fu per altro insignito della cittadinanza onoraria). Il romanzo che ha dato la celebrità alla Prato è “Giù la piazza non c’è nessuno”, tradotto di recente in francese da Jean-Paul Manganaro (“Bas la place n’y a personne”). Una prima edizione, curata nel 1980 da Natalia Ginzburg per Einaudi, era stata ridotta a circa un terzo (dalle 1500 cartelle originali). Successivamente, il critico letterario Giorgio Zampa, nostro comprovinciale di San Severino, riprende in mano il dattiloscritto, pubblicando, nel 1997, una seconda edizione integrale da Mondadori che sarà poi riprodotta anche dalla casa editrice maceratese Quodlibet, nel 2009 e nel 2016. La Prato, che mai nasconde la sua inadeguatezza e diversità esistenziale, mette in atto una strategia di difesa attraverso l’innamoramento intellettuale per la manipolazione dei nomi (compreso il suo), in quanto essi permettono di comprendere la realtà vissuta, e attraverso la riproduzione immaginifica degli avvenimenti, in quanto il pensiero è uno sterminato soliloquio. La Prato si crea in tal modo il suo spazio, fatto di “rimembranze”, come quello de “le scantafavole” narrate dalla anziana Scolastica, e ritorna nel sogno a Treja (così preferiva Dolores Prato indicarne la grafia secondo la moda settecentesca che è, ad esempio, restata in uso per Jesi, ma non per Treia): “Io abito ancora a Treja pur non avendola più vista da quell’età piccola che non invecchia”. Morta ad Anzio nel 1983, le sue spoglie vengono traslate quattro anni dopo nel cimitero di Treia. La seduta accademica, svoltasi sulla terrazza del ristorante “Antica fornace”, si era aperta con il saluto del vice sindaco di Treia, David Buschittari, il quale ha fatto omaggio ai commensali di una interessante pubblicazione contenente una selezione di brani tratta dall’opera “Giù la piazza non c’è nessuno”. Agli accademici sono stati poi consegnati i volumi, inviati dalla Presidenza nazionale, dal titolo “Le festività religiose nella cucina della tradizione regionale”: non a caso, infatti, il menù della conviviale era stato volutamente concentrato sulle ricette pasquali. Graditissimo infine l’omaggio fatto dalla Consulta agli accademici, costituito dalle mascherine tricolori antivirus con la scritta “Delegazione di Macerata”.


