Urbisaglia, museo della memoria
a 80 anni dall’apertura
del campo di internamento
RICORDO - Il 16 giugno del 1940 l'arrivo delle prime persone all'interno di Palazzo Giustiniani Bandini. La Fondazione e il Comune hanno l'intenzione di organizzare un luogo dove custodire tutta la documentazione e tramandare le terribili vicende

La cittadinanza onoraria ad Helga Feldner, figlia dell’internato Paul Pollak
Un museo della memoria dove custodire tutta la documentazione e tramandare le terribili vicende che segnarono la storia degli internati di Urbisaglia e più in generale dell’Italia intera prima e durante la Seconda Guerra mondiale. E’ questa l’idea che l’amministrazione comunale di Urbisaglia ha sviluppato con la Fondazione Giustiniani Bandini, ente proprietario del palazzo a 80 anni dall’arrivo dei primi internati.
Il 16 giugno 1940, dopo il tramonto, giunsero all’Abbadia di Fiastra Aristide Dello Strologo e Giusto Levi da Livorno, Renzo Bonfiglioli, Nino Contini, Ivo Minerbi e i fratelli Hanau da Ferrara. Erano i primi sette internati del campo di internamento di Urbisaglia che all’ottobre del 1943, quando fu chiuso, contò il passaggio di circa 350 persone accusate, a vario titolo, di essere pericolose o indesiderabili. Ad Urbisaglia, in particolare, il Ministero degli Interni convogliò gli internati per motivi di polizia (civili italiani considerati pericolosi), per motivi di guerra (in particolar modo sloveni, dalmati e croati sospettati di sostenere la lotta partigiana) e per motivi razziali (ebrei tedeschi, polacchi, ex cecoslovacchi ed ex austriaci, molti dei quali furono successivamente deportati nei campi di sterminio in Germania).

Internati a lezione nel parco di Villa Bandini
Il campo venne allestito all’interno del Palazzo Giustiniani Bandini e aveva una capienza di circa cento posti, che furono occupati da persone provenienti da tutta Italia e da figure di spicco della cultura ebraica. Attraverso le memorie e le lettere di queste persone, è stata ricostruita quella che doveva essere la vita di tutti i giorni nel campo, e, soprattutto, si riesce a percepire le loro paure, i disagi e il dolore di vivere lontano dai propri cari. Con i pochi mezzi che avevano a disposizione gli internati riuscirono ad allestire una biblioteca da cui ognuno poteva prendere in prestito gratuitamente dei libri, organizzarono lezioni su argomenti di loro competenza e lezioni di lingua italiana, tedesca e inglese cercando di sostenersi l’un l’altro tra ansie e privazioni.

I nipoti dell’internato Ramras
Grazie ai continui lavori di ricerca, portati avanti dalla sezione Anpi di Urbisaglia, in questi ultimi anni il Comune è riuscito a stabilire un contatto con diversi familiari degli internati che, con grande partecipazione, hanno contribuito alla raccolta di informazioni inviando testimonianze, lettere e foto scattate dai loro congiunti. Alcuni hanno voluto fare visita all’Abbadia di Fiastra per conoscere il luogo dove i loro nonni vissero prima della deportazione nei campi di sterminio, come la signora Marion Scott dagli Stati Uniti, e la signora Jehudit da Israele. «È assurdo che un posto così bello sia stato usato per fare la guerra – ha commentato Jehudit -. Siamo felici di vedere che nostro nonno ha vissuto gli ultimi tre anni della sua vita in un luogo così bello, anche se dopo è seguito il luogo peggiore al mondo».

Internati al campo di internamento di Urbisaglia
Sono passati 80 anni da quel 16 giugno ma ci sono ancora tante persone che cercano di ricostruire gli ultimi momenti di vita dei loro cari, sapere in quali condizioni vissero, capire dove e quando furono arrestati. Per questo è stato creato un sito di studio e ricerca all’indirizzo www.campodiurbisaglia.org nel quale raccogliere le biografie degli internati e mettere a disposizione di tutti i materiali raccolti.
