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“Adesso riposa” di Giuseppe Bommarito,
la recensione del rettore Adornato

IL LIBRO - «Un racconto confessione, un calvario della parola»
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Giuseppe Bommarito durante la presentazione a Macerata Racconta

 

Un romanzo noir, autobiografico. Si inizia con un’indagine di polizia su un traffico di rifiuti che si trasforma in un’investigazione a tutto tondo sul mondo della droga cittadino. Al centro c’è la morte di un ragazzo e il dramma di un padre che nel nome di un figlio ha creato un’associazione e con altri padri sta facendo squadra. “Adesso riposa” è il libro dell’avvocato Giuseppe Bommarito, dedicato al figlio Nicola, morto per orverdose 10 anni fa. Il testo, edito da Italic e ambientato a Macerata, è stato pubblicato in primavera e presentato al festival Macerata Racconta. «Un racconto confessione, un calvario della parola», secondo il rettore di Unimc Francesco Adornato. 

Ecco la sua recensione completa

Il rettore Francesco Adornato

«”In primo luogo, più dei libri, mi hanno sempre interessato, almeno in passato, le persone. Più della ‘lettaratura’, quello che la letteratura nasconde e rivela”.
Cosi Cesare Garboli, nella introduzione a La stanza separata, tracciava la linea distintiva della sua interpretazione dei testi letterari, anticipando la “lettura” dell’autore rispetto al contenuto del libro.
A qualcosa di analogo, ancorché in modo più concretamente individuabile, sembra fare riferimento Libero Bigiaretti. In suo testo introduttivo sull’opera di Corrado Alvaro così scriveva. “Se si è stati amici di alcuni di questi autori ci si stupisce ogni volta di come la loro presenza fisica sia rimasta intrappolata nella diversa, metafisica realtà dei personaggi […] anche se si avverte la cura di stornare il sospetto dell’autobiografia”.
È questa la linea interpretativa del romanzo di Giuseppe Bommarito, “Adesso riposa”, edito da Italic, e ambientato a Macerata, un tempo celata cittadina di provincia dai (semi) toni cechoviani e più recentemente al centro di una sovraesposizione mediatica per fatti di cronaca e droga orribili e inattesi.
Una cronaca, quella dello spaccio di droga, che motiva e attraversa il romanzo e che con tutti i suoi effetti terribili e mortali muove l’Autore non solo ad un impegno concreto nella realtà quotidiana, ma accompagna la vicenda romanzata con considerazioni sentite e, talvolta, sovrapposte allo stile della scrittura.
Considerazioni che emergono da diversi personaggi del romanzo e in ognuno dei quali sembra riconoscersi, in un caleidoscopio di voci, il pensiero dell’autore stesso. Sintetizzando il romanzo, in esso è narrata la vicenda drammatica di un giovane, Marco Monterisi, ricoverato in ospedale in stato di coma e di suo padre Stefano che ogni giorno va a trovarlo e nel tentativo di svegliarlo avvia un lungo dialogo-monologo con il figlio. Narrazione che, nei suoi momenti più felici, è accompagnata da una scrittura così tersa da rendere fisicamente percepibile, visibile, il luogo centrale della vicenda: il policlinico e la stanza n.416 dove è ricoverato il figlio. “C’era tanto dolore diffuso nell’aria, persistente, stagnante, che si raggrumava in un unico muto e corale lamento che saliva sino al cielo e si percepiva con chiarezza. Sì, quello era proprio un regno del dolore […]”.
Il romanzo, però, per ricollegarci al rimando iniziale, al di là della trama, che si sviluppa rispetto alle indagini di polizia sullo spaccio di droga, è un racconto confessione, un calvario della parola. Un romanzo confine, la soglia tra il prima e il dopo nel rapporto tra padre e figlio, fino al tentativo, forse, di recuperare il senso della paternità rispetto allo stesso ruolo materno.
“In quegli anni, quando eri piccolo e andavamo sempre e solo in montagna, tu hai sicuramente passato più tempo sulle mie spalle di quanto ne avessi passato nella pancia di tua madre prima di nascere”.
Riaffiora nel protagonista una prolungata traccia familiare fatta di emozioni e di ritrovato stupore nel rapporto con il figlio bambino. Lo stesso incanto dei luoghi di quella stagione appare uno spazio dell’anima nel tempo del prima. E, in queste confessioni, il protagonista non risparmia la crudezza del tempo amaro della distanza con il figlio: due estranei vissuti in due mondi totalmente separati da sfiorarsi nei pranzi o cene veloci di tanto in tanto consumati insieme. “Il passato – ha scritto Walter Benjamin – ha un indice segreto che rinvia alla redenzione”.
Nel proseguo, le indagini sul giro di droga in due discoteche riescono ad ottenere risultati positivi ed è sorprendente la precisione dell’Autore nel descrivere le modalità e le astuzie del circuito della distribuzione della cocaina. La discoteca appare un luogo chiuso, un regno “diabolico” sui generis dove il confine con la realtà viene totalmente abbattuto dallo sperdimento causato dalla droga e dall’alcol.
Ma, il punto più alto e coinvolgente (e letterariamente molto efficace) della narrazione continua ad essere il dialogo con il figlio che non si risveglia dalla sua condizione. Il protagonista non nasconde la sua insofferenza verso i medici, responsabili, a suo dire, di non essere convinti della possibilità della guarigione e di volerlo allontanare dal reparto e dalla stanza. La tensione è alta e quando il primario Petersini gli nega la presenza continua, consentendogliela solo negli orari di visita, la sua rabbia divenne incontrollabile.
La linea di confine con l’irreversibile era segnata. “[…] Si sentiva ormai sfinito, scoraggiato da una stanchezza mortale, come un animale braccato che vede esaurirsi tutte le vie di fuga […]. Si trovò a piangere […]. Adesso prevaleva il distacco da tutto e da tutti […]. Di certo – si disse -, ormai lui e suo figlio erano soli nel vasto mondo e tutti e due con le spalle al muro […]. Al colmo della disperazione, si affacciò nuovamente alla finestra e guardò di sotto con il cuore gonfio di amarezza”, osservando il cagnolino, presenza abituale nel cortile, intento a fare festa e un infermiere, mentre i gatti erano indifferenti a tutto. Stefano paragonò la loro condizione, priva di dolori e preoccupazioni, alla sua ben differente.
Lui e il figlio erano stati traditi e abbandonati da tutti, anche dalle persone più care, ma da qualche parte doveva esserci una soluzione, una via d’uscita. E a poco a poco, mentre “piangeva senza lacrime, cominciava a intravedere con sempre maggiore quello che gli avrebbe portato l’alba del giorno successivo”.
Da qui in poi le pagine conclusive del libro raggiungono un’acme di tensione narrativa che suscita un’inquietudine intensa e ingovernabile tale da farci sentire dal vivo i passi, il respiro, la voce del protagonista fino all’inattesa e irreversibile conclusione. Conclusione che non riveliamo e che lasciamo al lettore, ma di cui sottolineiamo due particolari, apparentemente presenti a caso, ma che aprono scenari di ulteriore riflessione. Il primo, dopo una dolorosa confessione, è un invito del padre rivolto al figlio: “Adesso però riposa, ne hai bisogno”, che anticipa una scelta.
Il secondo particolare è una considerazione pressoché conclusiva del percorso del protagonista, e non solo. “La sua lunga e atroce marcia attraverso il dolore era finita e ogni cosa era tornata a suo posto”.
Ma, quella scelta, – è l’interrogativo – era proprio nella sua intera disponibilità e, oltre a ciò, quel tornare di “ogni cosa a suo posto” non lascia rivoli di sofferenza in altre figure toccate da quella tragedia?
Si tratta di una narrazione che proprio nella sua parte conclusiva colpisce direttamente al cuore, lasciandoci ancor più sbigottiti davanti al mistero (della vita e) della morte».
 

 

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