“Uomo e galantuomo” unisce
la tradizione con il tradimento
RECENSIONE - Il Teatro dei Dioscuri mette in scena il testo di Eduardo alla 51esima rassegna Perugini "valorizzando il vecchio alla ricerca del nuovo"
di Fabrizio Cortella
Il Teatro dei Dioscuri incontra il teatro del grande Eduardo. E quando l’intento dichiarato della compagnia è quello di coniugare la tradizione con il… tradimento, l’incontro corre il pericolo di diventare uno scontro. Ma è un rischio a cui sanno sfuggire i nostri, da Campagna, provincia di Salerno, protagonisti domenica scorsa al Lauro Rossi di “Uomo e galantuomo”, nel quinto pomeriggio della “51esima Rassegna nazionale d’arte drammatica Angelo Perugini”.
La compagnia, nata nel 1999, dopo un periodo di impegno nel teatro dialettale (i de Filippo, gli Scarpetta, i Petito, Muro) è approdata a quello in lingua. Negli anni, ha allargato sempre di più la propria produzione ai diversi generi teatrali e vanta ormai numerose partecipazioni a Festival e Rassegne di rilievo nazionale, con diversi premi e riconoscimenti. Il testo rappresentato è una delle primissime scritture di Eduardo che, a soli 22 anni, realizzò “Ho fatto il guaio? Riparerò!”, questo il titolo originario del lavoro per la compagnia del fratellastro Vincenzo Scarpetta. Si tratta di una pièce intrisa di una profonda vena comica che Eduardo inserì nel gruppo “Cantata dei giorni pari” (che a Napoli sono i giorni fortunati). Vi si narrano le tragicomiche vicende di una scalcagnata compagnia teatrale, “L’eclettica”, che è ospitata in un albergo di Bagnoli, a spese di don Alberto de Stefano (Emiliano Piemonte, semplicemente perfetto quando si calerà nei panni del finto pazzo).
Perennemente a corto di soldi, il capocomico Gennaro de Sia (Antonio Caponigro, anche il regista dello spettacolo) costringe i suoi attori a cucinare di nascosto nelle stanze e, persino, a provare al loro interno il dramma “serio” che andrà in scena la sera stessa: l’opera a tinte forti “Malanova” (cattiva notizia, in napoletano), di Libero Bovio, che gli sgangherati attori massacrano, trasformandola involontariamente in una spassosissima farsa. La lunga parentesi di “teatro nel teatro” (come non azzardare un rimando al pirandelliano “Sei personaggi in cerca d’autore”?) è l’occasione per una prova recitativa maiuscola di Caponigro e dei suoi due volte attori: Antonietta Ceriello (Florence), Giusy Nigro (Viola) e Massimo Reale (Attilio). Insieme sfornano un meraviglioso pezzo di bravura grazie soprattutto ai tempi comici perfetti. Basato sui malintesi, giocato sui fraintendimenti, rafforzato dalle reiterazioni delle gag, è figlio di quella Commedia dell’Arte tutta italiana, ma portata ai massimi esiti proprio dalla tradizione napoletana. La penosa prova generale viene infine interrotta da Salvatore, fratello di Viola, la primadonna messa incinta dal capocomico.
Egli ha precedentemente incontrato don Alberto che l’ha scambiato per il fratello della sua misteriosa amante Bice (Marta Clemente), anch’essa incinta di lui. Il giovane impresario s’è dichiarato pronto a fare il proprio dovere di galantuomo sposandola. Da qui nasce l’equivoco che innesca lo svolgersi dell’intera azione: don Gennaro inciampa in una pentola ustionandosi i piedi con l’acqua bollente; incontra fortunosamente un dottore, il conte Tolentano (Francesco Alfano, anche nel ruolo di Salvatore), che lo porta a casa sua per curarlo; qui, incappano in don Alberto che, scoperto l’indirizzo di Bice, vi si è recato per chiedere la sua mano. Don Alberto, smascherato dal conte; si finge pazzo e, grazie all’involontario contributo di don Gennaro, ottiene di farsi incarcerare piuttosto che disonorare Bice. Ma ella intercede per il suo ex-amante rivelando al delegato di polizia (Liberato Guarnieri) di essersi comportata in tal modo dopo avere scoperto la relazione adulterina del conte, suo marito. Quest’ultimo è così costretto a fingersi pazzo a sua volta per evitare le ire della moglie permettendo a don Alberto, finalmente non più finto pazzo, di venire rimesso in libertà.
I “puristi” pretendono che Eduardo venga rappresentato sempre e soltanto nel modo che egli stesso aveva ideato quando si disegnò uno spettacolo su misura (essendone contemporaneamente l’autore, il regista e il protagonista) e ne cristallizzò definitivamente il cliché con una ripresa televisiva Rai. Ma il vulcanico Antonio Caponigro e i suoi “multipli” Dioscuri non a caso hanno dato vita a “Tradizioni & tradimento”, un progetto artistico a 360 gradi per cui “Tradizione vuole essere non semplice e scontato folclore, ma valorizzazione del vecchio alla ricerca del nuovo, un sottile, pericoloso, ma interessante ed eccitante, passaggio dalla Tradizione alla trasposizione della stessa, all’inevitabile Tradimento. Del resto, non c’è Tradizione senza Tradimento, non c’è Tradimento senza Tradizione”.
Sul palco, ciò si traduce in una scena scarna, senza scenografia, in cui gli attori si muovono sfruttando l’area del boccascena e del proscenio, le sole illuminate dalle “americane”, avendo come fondale posticcio i propri onnipresenti stender porta-abiti. Questi, di volta in volta, diventano le pareti delle camere d’albergo; scorrendo sulle rotelle, le loro porte d’accesso; perfino le celle e le inferriate del commissariato. Il fondale vero e proprio, perennemente in penombra, è lo spazio dell’inconscio, del non detto, in cui si agitano, melliflui, neri fantasmi con “maschere neutre” dalle cui bocche colano, esangui, le parole smozzicate e le concise ripetizioni delle battute dei personaggi di cui sottolineano le pazzie, vere o presunte, i comportamenti meschini, le contraddizioni Ciò è frutto dell’efficace scelta registica di Caponigro che restituisce tangibilmente al pubblico la grande ammirazione di Eduardo per il lavoro di Pirandello, incentrato sui temi della finzione/realtà, follia/sanità e, più in generale, su ogni aspetto “doppio”.
Gli “ectoplasmi” aleggiano ai margini dell’azione: al modo del coro delle antiche tragedie, più che partecipare all’azione, la commentano con la sola presenza, dispensando rari suggerimenti subliminali. La loro semi-esistenza ammanta lo spettacolo di surrealtà e su tale registro si doveva insistere più a fondo, osando ancora oltre, forzando ulteriormente la visione drammaturgica per parlare con maggiore e rinnovato vigore alla nostra contemporaneità. Un grande coraggio quello dei Dioscuri, abbinato a innegabili capacità performative e ricompensato dall’ottima riuscita della loro prova che, senza alcun tradimento dello spirito eduardiano, tramanda sapientemente un classico del nostro migliore teatro novecentesco: da vedere e da rivedere!
