Mafia, la lezione di Nando Dalla Chiesa
INCONTRO con il presidente onorario di Libera che ha dato il via ad un ciclo di sei seminari all'università di Camerino. «Le organizzazioni mafiose sono sistemi. L’approccio criminologico è debole per capire quello che abbiamo davanti. Importante contrastare i luoghi comuni». Domani alle 14 il secondo appuntamento

Nando Dalla Chiesa oggi a Unicam
di Monia Orazi
«Non dobbiamo pensare alle organizzazioni mafiose come somma di disagio individuale, ma come sistemi. L’approccio criminologico è debole per capire quello che abbiamo davanti. Non si può combattere un nemico che non si conosce. L’impegno civile non smentisce la natura scientifica del proprio approccio, la conoscenza produce impegno scientifico e civile». Con queste parole oggi pomeriggio ad Unicam, Nando Dalla Chiesa, sociologo, scrittore e presidente onorario di Libera, ha aperto l’incontro “Legalità, diritti e senso civico”, tenutosi nel rettorato Unicam, che apre il ciclo di sei seminari sulla legalità, che iniziano domani pomeriggio alle 14, con un calendario di appuntamenti sino ad aprile. «Quando parlo con gli studenti svolgo all’inizio un sondaggio anonimo, per vedere chi considerano mafioso e ho sempre delle sorprese. Nelle risposte sono stati messi tra i mafiosi il giudice ragazzino Rosario Livatino e Pio La Torre, ritenuti più mafiosi degli stessi mafiosi – ha aggiunto il sociologo – dai pregiudizi delle persone, si comprende come su questo tema ci sia molto da fare. E’ questo un modo di costruire la mappa dell’Italia civile, di andare oltre la superficie, la serietà è utile per la conoscenza, lo Stato si rispetta anche a livello formale. La responsabilizzazione nei gesti, nel rispetto e l’educazione alla legalità sono fondamentali, penso di poter offrire le conoscenze derivanti dalle mie ricerche. Per questo abbiamo studiato la mafia sudamericana, lo spagnolo è una lingua fondamentale per molte organizzazioni mafiose, per la loro internazionalizzazione. Abbiamo costruito un ponte tra noi ed il Messico, che guarda all’Italia come un ottimo modello antimafia, in grado di aiutarli a contrastare i cartelli criminali».
L’università è stata indicata dal presidente onorario di Libera, come il terreno fertile per far partire una nuova mentalità, al di fuori degli stereotipi e dei pregiudizi, che permetta di conoscere davvero il fenomeno mafioso, punto di partenza per un contrasto reale ed efficace alle organizzazioni criminali. «Nelle nostre università crescono giovani talenti che esportano le nostre conoscenze, è bellissimo che siano venticinquenni a farmi invitare a parlare nelle università – ha spiegato Dalla Chiesa – giovani ricercatori che con i loro studi aiutano a contrastare i luoghi comuni sulle organizzazioni criminali, che resistono nelle regioni del Nord. Tanti esperti di mafia vi diranno che il vero mafioso non ha la coppola e la lupara, veste in doppiopetto, viaggia per il mondo con la valigetta, conosce la borsa e la finanza, parla bene l’inglese, prende le sue decisioni ai piani alti dei grattacieli della City, manda i figli a studiare a Boston e Oxford». Pezzo per pezzo, con una lezione intensa e ricca di ritmo ed aneddoti, il sociologo li ha smontati uno ad uno, i pregiudizi sulla mafia contemporanea. Ha ribadito che la coppola è un copricapo della tradizione contadina e rurale, indossato anche da chi non è mafioso. Ha mostrato una serie di foto di mafiosi tutti in tuta, eccetto Stefano Bontade, esponente della vecchia mafia.
«Si tratta di caratteri costruiti per darci l’icona del mafioso, che in realtà paga chi conosce la Borsa e la finanza e disprezza profondamente chi lavora per lui, pur considerandolo una sua proprietà – ha aggiunto – al massimo parlano calabrese, i più accorti maneggiano un buon italiano. Prendono decisioni in bar e ristoranti, specie quelli che gli consentono di controllare il territorio, perchè la mafia è soprattutto controllo del territorio. Se sono al Nord amano di più farsi vedere, perchè è un segno di potenza. Per spostare capitali basta premere il tasto di un computer e lo si può fare anche a Platì». L’incompetenza in chi si occupa di mafia va combattuta, proprio nelle università, ha spiegato il sociologo: «La nostra società è spesso popolata di cialtroni, anche in posti di responsabilità su questo tema, non c’è la spinta ad affrontare l’argomento mafia, per geografie personali che sono dentro la magistratura, le forze dell’ordine, l’università, a volte un magistrato diventa tale senza aver sostenuto nemmeno mezzo modulo di esame sul fenomeno mafia, spesso dipendiamo da questo tipo di esperti per contrastare le organizzazioni criminali. Ne vanno studiati i meccanismi, non quale sia il pensiero politico, come fa Salvini. Va capito perchè la mafia ha scelto Desio, Lecco, Reggio Emilia, si studiano così gli strumenti per difendere la società. La ndrangheta punta maggiormente ai piccoli paesi, non a Milano, questa è la mia teoria dopo anni di esperienza. Le basi del potere sono nei piccoli centri, in Piemonte, Liguria e Lombardia. Vanno nei paesi dove non ci sono carabinieri». La percezione del fenomeno mafioso è influenzata da questi stereotipi e luoghi comuni, ha spiegato Dalla Chiesa, perchè la gente non vuole sentirsi dire che il crimine è più vicino di quanto pensino: «La gente è contenta di sentirsi raccontare questa rappresentazione della mafia, perchè la deresponsabilizza. Alle medie di Buccinasco, gli alunni di dodici anni sapevano chi erano i figli dei boss, con cui non litigare, mentre la pubblica amministrazione diceva di non saperlo. Il mafioso secondo questa rappresentazione non vive tra noi, è nella stratosfera, è un essere onnipotente, che vive lontano da noi, è una rappresentazione che ci tranquillizza. Il verduraio del centro di Genova era uno dei capi della ‘ndrangheta e la moglie del capomafia di Lonate andava a pulire la palestra della scuola alle sei e mezzo del mattino. Nelle nostre ricerche abbiamo trovato tre bidelli legati alla mafia, un mafioso può essere un infermiere, un vigile urbano, un impiegato, anche un professore universitario». Il racconto prevalente del fenomeno mafioso va esaminato e ricondotto dunque alla realtà. «Dobbiamo dipanare questa trama – ha affermato – che non sempre siamo disposti a vedere e a contrastare, perchè sembra che non ci riguardi. Preferiamo non essere turbati, sulla mafia c’è un processo di rimozione collettiva, come in Lombardia ed Emilia, in futuro anche la Germania si troverà in questa condizione, sarà l’ultimo paese d’Europa a fare una legge sulla confisca dei beni ai mafiosi, che non a caso investono soldi in immobili a Berlino, Stoccarda, Dusseldorf e Monaco di Baviera. Questa percezione va smontata, l’educazione moltiplica la conoscenza, da professore universitario riesco a combattere di più la mafia dentro l’università, che non facendo politica. Dentro un ateneo si può fare molto, per questo sono qui». Domani pomeriggio si terrà il primo dei seminari di approfondimento ad Unicam, a partire dalle 14 aperto al pubblico. L’incontro è stato aperto dal presidente del consiglio regionale Antonio Mastrovincenzo, dal prefetto Iolanda Rolli, dal vescovo di Camerino monsignor Francesco Massara che ha annunciato per il 16 maggio prossimo la visita di Don Luigi Ciotti in città, dal rettore Unicam Claudio Pettinari, le conclusioni sono state tirate dal professor Marco Giovagnoli. Tra il pubblico presenti i vertici provinciali e locali delle forze dell’ordine, insieme al questore Antonio Pignataro.


