La vita di quattro giovani
a Ussita, Visso e Castelsantangelo
«Il nostro futuro è qui»

REPORTAGE A DUE ANNI DAL TERREMOTO - Macerie, economia ferma, ricostruzione e turismo non ripartono. Ma per loro andarsene dai comuni epicentro del sisma 2016 non è un'opzione. Andrea Smarchi ha dormito a lungo in roulotte: «Più di due giorni lontano da qui non riesco a stare. Ma bisogna trovare un modo per riportare persone con il lavoro». Milena Bruni è tornata dai suoi animali: «Al mare e in campagna mi stavo esaurendo qui invece ho mille cose da fare». Stefano Sabbatini e Ambra Mattioli: «Le difficoltà sono tante ma la montagna è la nostra casa». Dalle loro storie un segnale di coraggio per la ripartenza
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Gualdo di Castelsantangelo

di Federica Nardi

«Il nostro futuro lo vogliamo qui». Milena, Andrea, Stefano e Ambra. Da Vallestretta di Ussita, Nocria di Castelsantangelo e dalle porte della zona rossa di Visso. Quattro giovani, quattro storie dall’epicentro dei terremoti che due anni fa ha cambiato la vita della nostra provincia. E anche la loro, che tra inverni in roulotte o esodi forzati sulla costa, oggi scelgono ancora di restare tra le montagne che amano e di cui non possono fare a meno. Anche se una vita più semplice sarebbe a portata di superstrada.

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Andrea Smarchi, 28 anni, nella sae a Nocria di Castelsantangelo

«Se me ne vado dopo due giorni sto qui di nuovo. E due giorni è il massimo che sono stato via in questi due anni. Capito? Qui ci sono nato, sto sempre in giro per le montagne, questo posto lo conosco centimetro per centimetro». Andrea Smarchi ha 28 anni e da gennaio vive in una delle soluzioni abitative d’emergenza nella frazione di Nocria, Castelsantangelo. Cronache Maceratesi, due anni fa, aveva raccontato la sua storia e quella di altri ragazzi del posto che con le moto andavano a soccorrere allevatori e residenti all’indomani della scossa del 26 ottobre (leggi l’articolo). «Pensa, adesso non ho più nemmeno la moto», scherza Andrea. Dopo lo stop forzato ora lavora di nuovo nell’azienda edile di famiglia. Lui, il fratello e il padre, da un mese a questa parte, stanno sistemando le case con danni lievi. Questi due anni, «sono un po’ difficili ma tutto sommato li abbiamo superati. Andavo giù una volta a settimana a trovare i miei genitori sulla costa. Sono stato in roulotte fino a gennaio scorso, due anni. Non è certo una situazione a cui ci si abitua, si stava male. Però è stata una mia scelta. Per un periodo sono stato con la roulotte nell’area camper del comune, poi l’ho spostata e sono stato sotto la mia vecchia casa. La casetta ce l’hanno consegnata l’8 gennaio di quest’anno. Non ho mai pensato di andarmene, e non solo per l’impresa di famiglia. Questo posto mi piace. Immagino il mio futuro qua, anche se qui non c’è una grande prospettiva di vita. Se pensi al futuro, non riesci proprio a immaginarlo. Non si riesce a programmare sul lungo periodo. A vedere ora come vanno le cose… più tempo passa e più persone vanno via. Diverse persone si sono fatte una famiglia altrove. Non so cosa possiamo fare noi giovani. Bisognerebbe trovare un modo per portare su un po’ di persone con il lavoro. Certo i tempi sono lunghi, non puoi risolvere quasi niente dall’oggi al domani. Tanto è così. Non si parla di una casa venuta giù ma di paesi interi». Ora, con la ditta al lavoro per la ricostruzione, qualche segno di ripresa c’è. «Abbiamo iniziato diversi lavori di ricostruzione delle case con danni lievi un mese fa. Fa piacere perché intanto si riparte. È un buon segno. Se non cominci mai non finisci mai».

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Milena Bruni davanti alla frazione di Vallestretta

 

 

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Milena Bruni a Vallestretta, in uno dei suoi angoli preferiti della frazione

Scendendo per le curve di Nocria, fino a Ussita, ci sono due semafori. Per raggiungere la frazione di Vallestretta dove Milena Bruni, 26 anni, passa tutte le sue giornate, c’è ancora da fare il giro lungo da Tempori. La “via breve” è zona rossa dall’ottobre 2016. «Qui a Ussita sono rimasti tanti giovani, soprattutto nell’allevamento e nell’agricoltura. Io immagino il mio futuro qui», racconta Milena, mentre bada agli animali nei recinti nati inizialmente per un progetto di fattoria didattica. Cincillà, coniglietti nani, anatre mandarine. E’ questo il suo angolo speciale, che non ha mai smesso di curare nemmeno dopo l’esodo forzato di due anni fa . Per una come lei, che odia guidare, l’anno prima dell’arrivo delle sae è stato un tormento. «Dalla scossa del 30 ottobre, quando ci hanno detto che dovevamo andarcene, ho fatto su e giù quasi tutti i giorni da Porto Recanati e poi da Morrovalle. Ricordo che avevo sentito così tante scosse che nemmeno mi ero resa conto di quanto fosse stata forte. Ho pensato di andarmene definitivamente? A volte. Ma al mare mi stavo esaurendo e anche in campagna, anche se la struttura che ci ospitava era bellissima. Qui ho gli animali, le montagne, il lavoro. Non faccio nemmeno in tempo a chiedermi: “che cosa faccio oggi?”, che la giornata è passata». La sae dove dorme con la famiglia è arrivata solo quest’anno, a febbraio. I mesi precedenti sono stati scanditi dalle necessità degli animali, del ristorante (Milena lavora al ristorante la Mezzaluna, a Ussita) e poi dagli orari della navetta che portava i lavoratori in zona. «Stavo sempre male, mi scoppiava la testa – racconta Milena -. Quando è diventato troppo da sopportare per fortuna è arrivata una roulotte donata, che abbiamo usato tutti un po’ a turno a seconda delle necessità».

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Vallestretta

La roulotte è stata prima nell’area camper, lungo la via d’accesso a Ussita, poi a Vallestretta dov’è tutt’ora. «Mi piaceva stare qui anche prima del terremoto, anche se avevo casa alla Pieve. Abbiamo la terra di famiglia, i recinti per gli animali e ci viveva anche nonna. A tanti non piace perché dicono che è pericolosa a causa delle slavine, ma a me invece piace tanto. Venivo qui a studiare, parlavo con tutti, era una bella comunità. Il mio posto preferito era un tavolo, che ora non c’è più, proprio all’ingresso del paese. Stavo spesso lì a chiacchierare con una mia amica di Roma, che aveva casa qua». Adesso nella frazione durante il giorno ci sono pochissime persone. «All’inizio era brutto essere in così pochi nella zona – spiega -. Adesso invece questo silenzio è diventata quasi un’abitudine, la normalità. Ma le visite non mancano. Ho un’amica di Jesi che ogni venerdì viene a trovarmi, anche solo per due ore. E di persone che verrebbero su ce ne sono. Ogni settimana qualcuno mi telefona per sapere come va, se si sblocca qualcosa, se c’è da dormire. Il problema è riuscire a creare posti letto. Se dopo il terremoto ci fosse stato il piano regolatore, che a Ussita manca da almeno vent’anni, che ti diceva dove fare stalle, case e zone commerciali invece di impazzire tutti quanti avremmo saputo dove e come costruire. Anche prima del terremoto mi sono resa conto che la cosa che mi piace di più è la ristorazione. In questi anni spero di riuscire a fare qualche corso da cuoco e, sempre che il Comune faccia un piano regolatore e riprenda il turismo, di farmi un ristorante mio. Piccolino. Con pochi posti, in mezzo alla natura, con il monte Bove di fronte».

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Stefano Sabatini e Ambra Mattioli nel furgoncino dove portano avanti la loro attività: “L’ortolano dei Sibillini”

Uscendo da Ussita, dopo altri due semafori per i lavori in corso, ecco la curva che dal laghetto di Visso sfila di fronte al centro storico zona rossa. E’ qui che Stefano Sabatini, 33 anni e Ambra Mattioli, 26, lavorano in furgoncino dal gennaio del 2017. «Dopo il terremoto del 26 e del 30 ottobre mi sono riattivato subito per riaprire il negozio con la licenza da ambulante, la stessa con cui mio nonno aprì l’attività nel ’60 – racconta Stefano -. Anche perché pensavamo, dopo aver riaperto a gennaio, che a giugno fossero pronte le delocalizzazioni. Non pensavamo che passati due anni saremmo ancora stati così». L’Ortolano dei Sibillini, la loro attività, prima si trovava nella piazza di Visso. Stefano e Ambra ora aspettano, forse per Natale, che sia pronta l’area alle porte della città, donata da privati per ospitare alcune attività commerciali. «Avevamo finito di sistemare casa da poco. A luglio del 2016 – raccontano -. Una convivenza appena iniziata e pensavamo di formare una famiglia qui. Certo che invece ora…ci devi un attimo pensare. Non hai un minimo di sicurezza e di stabilità. Viviamo in due sae diverse, insieme ai nostri genitori. La casa ha danni lievi, ma il decreto per i lavori è uscito solo poco tempo fa, è tutto bloccato».

ortolana-sibilliniQuesti due anni «sono stati sacrificati» dice Ambra. Per Stefano «si è abusato di troppe parole come resistenza, resilienza. Al di là di tutto se ne abusa senza saperne niente. Abbiamo incontrato veramente tante difficoltà, compreso il freddo. A gennaio 2017 a Visso eravamo in 50 persone, se non di meno. Tirare avanti l’attività per tutto il 2017 è stata solo una rimessa. Però non ci siamo spostati perché Visso è casa nostra. Tanti ci hanno detto: “Qua non c’è niente”. Ma non c’è niente per voi, per noi è casa. Certo, con il senno di poi ci si ragiona male. Perché dopo due anni non pensavo di stare così. Non me ne sarei andato comunque, però avevo trovato lavoro a Macerata, avrei potuto portare avanti entrambe le attività. Ora anche con il ritorno delle persone nelle sae comunque non va bene. A Visso, Ussita e Castelsantangelo c’era poca gente anche prima ma campavamo di turismo. Arrivavano anche 5mila persone. Ora invece c’è un turismo altalenante, che non crea indotto. Voglio immaginare il mio futuro qua. Anche se al di là della ricostruzione Visso è un borgo importante, storico. Un futuro per Visso lo vedo. Non so se da qui a 30 anni vedo un futuro per me come vissano. Perché le due cose sono collegate, se la ricostruzione va a rilento…Ad esempio la piazza tutti dicono che ci vorranno 30 anni. Io ne avrò 60! E’ desolante la situazione. L’anno scorso eravamo carichi: dicevamo ripartiamo, ce la facciamo. Pensavamo che comunque, essendo Visso importante, la porta dei monti Sibillini, avremmo avuto un qualche riguardo anche da parte della Regione. Invece passati due anni qui non si muove niente. Stanno cercando di mandarci via piano piano». Fino a oggi la spesa per far ripartire l’attività è stata di «quasi 8mila euro. Il sogno è che si sblocchi tutto e che ripartiamo in tempi brevi. Ma per ora manca il tessuto sociale. Non ci sono nemmeno le chiese, un posto dove i ragazzini si possono ritrovare. Si è disgregato tutto. Vedi solo anime perse in giro per Visso. Dopo le sei di sera sembra che ci sia il coprifuoco. Abbiamo detto e fatto di tutto. Mi viene in mente una canzone dei Radiohead – conclude Stefano -, che dice: “Smettila di sussurrare e inizia a urlare”, nel vero senso della parola. Perché anche la più piccola cosa adesso ti dà fastidio, siamo esasperati. Io ogni giorno percorro 100 chilometri per andare al mercato. Non mi manca certo la possibilità di trovare lavoro fuori. Ma il discorso è che io voglio stare a Visso».

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L’area sae a Nocria di Castelsantangelo

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Milena Bruni nel recinto dei cincillà

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La piazza di Visso, zona rossa da due anni

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Stefano Sabatini

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Il centro storico di Castelsantangelo

 

Gli angeli con la moto



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