Gradito ritorno
del “Giullare” di Salerno

RECENSIONE - Al Festival Macerata Teatro Andrea Carraro firma come autore-regista "Il giallo di Veronica"

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di Walter Cortella

In ogni stagione teatrale che si rispetti non può mancare il genere thriller e la 50esima rassegna Macerata Teatro, per non venir meno a questa semplice regola basilare, ha inserito nel suo cartellone la Compagnia del Giullare di Salerno che ha messo in scena “Il giallo di Veronica” di Andrea Carraro, un testo teatrale liberamente tratto da un racconto di Ira Levin, uno dei più apprezzati mystery writers americani del ‘900. La Compagnia salernitana, una delle più blasonate del teatro amatoriale italiano, ha sicuramente contribuito a scrivere la storia della kermesse maceratese con le sue numerose esibizioni, tutte di altissimo livello artistico, che gli hanno assicurato ben sei successi finali nell’arco di una dozzina di anni. Dunque, un ritorno gradito quello di Carraro & Co dopo un’assenza troppo lunga. Sono trascorsi, infatti, undici anni da quel fantastico Sei personaggi di Pirandello, ma questa volta lo storico regista del gruppo ci ha riservato una piacevole sorpresa compiendo il grande balzo e mettendosi coraggiosamente in gioco in veste di autore di un avvincente thriller che ha tutti gli ingredienti per conquistare il consenso del pubblico.

Sara-RiccioDunque, la metamorfosi è riuscita e alla fine dello spettacolo i protagonisti sono stati applauditi più volte con calore e convinzione. La vicenda è ambientata nel nostro meridione, più precisamente a Napoli e coinvolge solo quattro attori. L’avvio è in sordina, sotto tono, fuorviante direi. Si ha, infatti, la sensazione di trovarsi di fronte ad una bella storia, magari un po’ commovente, con un lieto fine scontato. Ma non sarà così. Andiamo in ordine. Due simpatici vecchietti chiedono cortesemente ad una giovanissima studentessa universitaria di partecipare ad una piccola rappresentazione famigliare, allestita a fin di bene. Non deve far altro che assumere l’identità di Veronica e intrattenersi a colloquio con sua sorella Cia, affetta da disturbi della psiche. Come dire di no a due personcine così dabbene? E Sara, in uno slancio di generosità, accoglie la singolare richiesta, malgrado la diffidenza del fidanzatino. La sua interlocutrice la rassicura: sarà per lei un gioco da bambini e darà un briciolo di felicità alla sfortunata Cia. Ma la ragazza, solare e generosa, non fiuta che quella innocua richiesta nasconde una insidiosissima trappola. Da quel momento in poi lo spettatore entra in una nuova dimensione: non è più sicuro delle sue percezioni. Ciò che in un dato momento gli appare chiaro e lampante all’improvviso si ribalta e stravolge la prospettiva degli eventi. In un tourbillon di rivelazioni e contro rivelazioni, di colpi di scena, la povera Sara si smarrisce, perde ogni riferimento con la realtà, la “sua” realtà, e si ritrova catapultata in un mondo fittizio, fatto di specchi deformanti. Non riesce a decifrare la nuova situazione. C’è da impazzire. Che fine hanno fatto i due garbati vecchietti che l’hanno convinta ad entrare in questa brutta avventura? Chi è quella coppia che ora la brutalizza accusandola di aver ucciso Cia? Perché il fidanzato adesso dichiara di essere il medico di famiglia accorso d’urgenza per farle un’iniezione? Sara è consapevole di essere lucida ma non riesce a districarsi. Tutto ciò che la circonda la disorienta, le crea dubbi sul suo equilibrio mentale e confusa finisce per ammettere di essere davvero Veronica e di aver ucciso sua sorella Cia. Immagino che anche lo spettatore sia in affanno. Tenta disperatamente di trovare la chiave di lettura in quel groviglio di situazioni in continuo divenire. In un brevissimo arco di tempo si succedono varie possibili soluzioni del giallo, ma è solo un’illusione. Soltanto negli ultimi minuti dello spettacolo il quadro si fa chiaro, ogni tessera del puzzle trova il suo posto e il mistero si svela. Bravo Carraro! “Il giallo di Veronica” è davvero un testo avvincente nel quale c’è spazio per l’inganno, l’incesto, la necrofilia, il sadismo, l’omicidio ma anche per l’ingenuità e il tenero amore giovanile. Carraro dimostra un’abilità, come scrittore, che ignoravamo e bisogna ammettere che la sua storia è davvero coinvolgente. Con grande maestria ne dosa gli ingredienti creando un “piatto” davvero gustoso che sorprende lo spettatore, spiazzandolo con un finale degno dei migliori giallisti.

Matteo-Amaturo-e-Cinzia-UgattiE che dire del Carraro regista? Tutto il meglio possibile. In passato ci ha abituato a performances di altissimo livello artistico, proponendo testi celebri di autori importanti e impegnativi come Shakespeare, Pirandello, Strindberg, Fo e De Filippo e questa volta non si smentisce. Ha sempre potuto contare su un gruppo di attori di primissima qualità, come in quest’ultima sua pièce. Del cast fanno parte Cinzia Ugatti (la Donna) e Matteo Amaturo (l’Uomo) che interpretano più di un ruolo ciascuno, assai diversi tra loro e definiti in maniera pressoché perfetta. Al loro fianco Sara Riccio (la Ragazza) e Andrea Bloise (il Giovane). Anch’essi interpretano il doppio ruolo. Tutti bravi, senza riserve, ma due parole bisogna spenderle per la giovanissima Sara Riccio. Ha solo diciotto anni e per il suo debutto teatrale le è stata assegnata l’impegnativa parte di Veronica, che ha onorato come meglio non poteva. Ha grandi potenzialità che emergeranno sicuramente in un prossimo futuro. Il suo è un successo personale nel successo globale di tutta la Compagnia. Per la scenografia Carraro utilizza soltanto pochi pezzi ma non rinuncia a tutto il grande spazio scenico del teatro.

(Foto di scena di Roberta Frungillo)

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