La violenza sulle cose
e quella sulle persone

RUBRICHE - In Italia crescono gli omicidi e diminuisce l’età degli assassini. Non è un preoccupante fenomeno che riguarda i giovani?
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di Giancarlo Liuti

Nonostante il celestiale appellativo di “Civitas Mariae”, negli ultimi tempi Macerata – soprattutto la notte e per iniziativa dei suoi ragazzi più “intraprendenti” – è diventata irrequieta, con casi di cronaca non propriamente idilliaci di cui veniamo a sapere dai giornali. Nulla di particolarmente grave, intendiamoci. Al massimo può capitare che in piazza Mazzini ci sia stata una scazzottata plurima con intervento di carabinieri per una lite su una partita di calcio. O che a una ragazza sia stato rubato il reggiseno durante uno scambio di effusioni in un vicolo buio, poniamo il vicolo Cassini. Altrove è peggio. Nel Salento, ad esempio, un diciassettenne inseguito, arrestato e condotto in galera dai carabinieri per avere ucciso la fidanzata di sedici anni ha ammesso: “Ho sbagliato. Se mi fossi ucciso io, avrei evitato questo gran casino”. Parole, le sue, riportate pari pari dalla stampa. Parole che lasciano intravvedere un’assurda e imbarbarita normalità perfino nell’uccidere e nell’essere uccisi. Ma piano piano, forse, ci arriveremo pure noi, a questa “modernità indifferente”, che, smarrito il confine fra il bene e il male, tirerà avanti compiendo e accettando qualsiasi cosa, anche le peggiori.
Non secondaria protagonista di questa nuova stagione del vivere in contatto con gli altri è la violenza. Pure sulle persone, purtroppo, ma per nostra fortuna non tanto nel Maceratese, dove invece ci si scatena sulle cose in una specie di festival del distruggere, dello sporcare e dell’imbruttire, anche in questo caso ad opera di ragazzi che si stanno formando – o sformando – in ambienti educativi (sic!) quali dovrebbero essere le scuole di ogni ordine e grado. Provate a sedervi in una panchina di viale Trieste, un luogo che ha il bel privilegio di aprirsi sul bucolico verde dei Giardini Diaz e verso l’azzurra e fascinosa lontananza dei Sibillini. Ebbene, le panchine di viale Trieste sono come certe lettere anonime, piene di parolacce a sfondo sessuale e di scarabocchiate figure maschili e femminili che non vedono l’ora di metterle in pratica, quelle parole. E se questo non basta c’è la sottolineatura di tracce, qua e là, di altre porcherie. Lei esagera, mi dirà qualche lettore. Può darsi, ma non sono tanto lontano dal vero.
La grazia, l’eleganza, le buone maniere e l’evangelico voler bene al prossimo nostro come a noi stessi, sono queste le cose che renderebbero meno arcigna la vita. Ma si stanno perdendo. La colpa è certamente di noi anziani, abituati a un ultradecennale “modus vivendi” nel quale ciascuno può fare quel che gli pare. E i giovani? Nelle famiglie si tenta di educarli con predicozzi di maniera, ma i giovani si sono ormai resi conto dell’ipocrisia di tali ammonimenti perché hanno capito che per i loro padri, i loro nonni e i loro bisnonni il vertice della scala dei valori esistenziali è occupato dal valore del denaro. Via, siamo sinceri. Gli ammonimenti degli anziani sono buchi nell’acqua e nei giovani suscitano risate. Quindi i giovani sono migliori di loro? Neanche per sogno. Imparata a memoria la lezione degli anziani, essi mettono a frutto le fresche energie fisiche di cui dispongono ed entrano in conflitto – non vuole forse questo, la traffichina società attuale? – con chi gli fa concorrenza nel procacciarsi denaro. Forza! Il futuro sta tutto nel portafoglio.



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