Viva l’Estate (a Macerata)

DAVOLI A MERENDA - Ancora divagazioni sulla cultura e sugli uomini che hanno fatto la nostra cultura, felicemente al riparo dall’afa

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Davoli a merenda

 

di Filippo Davoli

I miei amici senegalesi più brillanti mi insinuano che non solo stanno venendo su tutti ma, per favorire la loro integrazione in una terra nuova, si son portati su anche il clima. Un presentino, un regaluccio in dote. Comprensibile: anche io, quando viaggio, ho sempre in valigia una mini-moka elettrica, con la quale scaldo i sonni dei miei compagni di trasferta grazie a un profumo inconfondibile di caffè. Ne ho beccata una che entra in funzione anche col cavetto Usb, per cui la puoi usare anche in macchina! Vedi poi al Nord Europa, quando le scritte “Espresso” sulle vetrate dei bar ti attirano incautamente e ti sbattono sul muso una brodaglia nera e inconsistente che io chiamo “la risciacquatura de li carzitti”…

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Non tutti sanno che, tra i popoli africani, quello senegalese è uno dei meglio attrezzati culturalmente. La maggior parte dei ragazzi che tentano di piazzare accendini e libri per le nostre strade è laureata. Dakar vanta una prestigiosa università (non bisogna dimenticare che Presidente della nazione fu un poeta eccezionale, Senghor; e oggi le sorti sono passate dalla letteratura alla musica, grazie a Youssu ‘n Dour): un’università dove c’è una cattedra di Letteratura italiana di notevolissima qualità, e dove – penso spesso – sarà più facile che assegnino una tesi sull’opera di Remo Pagnanelli o di Alvaro Valentini prima che a Macerata.

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In Senegal, quest’alto tasso di cultura diffusa ha prodotto più di un prodigio: forse il più significativo è la civilissima convivenza tra cristiani musulmani ed altre fedi, in nome di un reciproco rispetto che non è confusione dei rispettivi mondi (come facciamo noi, che per favorire l’integrazione buttiamo alle ortiche la nostra storia, salvo poi cedere all’infelice retrogusto di un velato razzismo di ritorno, non appena il discorso si sposta dalla cultura all’economia…), ma incontro di civiltà, occasione di dialogo e solidale convivenza.

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Da sinistra: Giovanni Pascoli, Billie Holiday, Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Ella Fitzgerald, Lucio Battisti, Francesco Paolo Tosti, Enrico Caruso, Itzhak Perlman, Maria Callas, Chet Baker, Dante, Vladimiro Tulli, Louis Armstrong, Petrarca, Alessandro Manzoni, Mina, Franco Loi, Gioacchino Rossini

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Mi concedo queste digressioni in una Macerata più bella che mai, in questo agosto che prepara l’avvento di San Giuliano. E penso che non sarebbe niente male se ottenessimo il riconoscimento di capitale della cultura. Lo Sferisterio, i musei, ma anche quella nostra tipica cultura dell’accoglienza che ha partorito nei decenni una formidabile militanza culturale e artistica di associazioni (i teatri locali del nostro entroterra si sono salvati grazie all’attività delle compagnie amatoriali, tanto per dirne una) e singole esperienze (penso a Tulli e Peschi, ma anche a Franco Migliorelli, all’indimenticabile Carletto Gargioni, allo zelo tenace di Paolo Piangiarelli per il jazz, ai fratelli Ugo e Piero Giannangeli; penso a Leo Angeletti, a Jimmy Fontana, a Silvio Spaccesi e a Franco Graziosi; penso a Dante Ferretti, ma anche a Lino e Leone Liviabella; penso a Tucci – di cui è in corso a Macerata una splendida mostra da non perdere per niente al mondo – e penso a Padre Matteo Ricci; e penso al mio amico Mike Melillo che, ancorché americano è ormai maceratese a tutti gli effetti; almeno quanto ricordo Leonardo Mancino, etc.), mescidando linguaggi, perdendosi (e ritrovandosi) nel moto ondoso delle colline che aprono al mare con naturalezza. Anche la geografia ha i suoi perché. Leopardi non avrebbe scritto “L’Infinito” senza lo studio matto e disperatissimo in biblioteca, e siamo d’accordo, ma nemmeno senza lo sguardo spalancato sul nostro mare d’erba.

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Al “mare d’erba” aveva dedicato una canzone il mio amico Claudio Sanfilippo. Il testo gliel’avevo scritto io, una volta che ci eravamo immersi dentro le nostre campagne con la macchina per prepararci in modo inusuale al concerto che dovevamo fare insieme qualche ora dopo. “Quant’è bella, come suona bene, quanto mi piace…”, e fu così che gli è sempre rimasta nel cassetto: la suona di tanto in tanto nei concerti in duo, più spesso quando argomentiamo insieme a mo’ di Vinicius De Moraes e Toquinho (due nostri capisaldi formativi, specie il primo), ma non è mai finita dentro un cd. Male. Molto male.

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Scherzo, ovviamente. Ci mancherebbe. Anche io ho nel cassetto svariate cose scritte qua e là che tuttavia non sento pronte mai per venire allo scoperto. Quanto invece al “male”… non so se capita anche a voi. Io resto interdetto quando sulle locandine dei giornali leggo, di qualcuno che è scomparso prematuramente, “aveva un male”. E che doveva avere, un bene? Si è mai sentito dire che qualcuno è morto per un bene? È un modo di dire, lo so, per arginare sin anche il nome del cancro (in genere il “male” è quello; o, se va peggio, l’aids; che però proprio nessuno citerebbe nemmeno come male, preferendo sostituirlo, appunto, con “un male”, ossia un tumore).

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Piazza Jazzini

 

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Strano ma vero: esiste una rimozione delle parole. “Morte”, per esempio: mi capitò di dare un testo inedito ad un sito di un artista della canzone che me ne aveva fatto richiesta per gli auguri di Natale. Nel testo c’era la parola “morte” (perché non c’è augurio migliore, penso, che quello di sconfiggere la morte). Tant’è: mi venne chiesto – con le cautele del caso (perché si conosce, evidentemente, che di fronte ad alcuni argomenti perdo facilmente le staffe…) – di sostituire, per favore, la parola “morte” con qualcos’altro. Qualunque cosa. E io: “Ma come ‘qualunque cosa??’”, perché pare così che ogni non senso vada bene, e vada meglio di uno faretto puntato in faccia di nome “morte”. Non vi rivelo come andò a finire. Non si può mica dire tutto, vi pare?

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Fatto sta che eravamo rimasti a “un male” (che a dispetto dell’articolo indeterminativo ha una sua compiuta determinatezza, eccome!), ma eravamo partiti dal bene che è Macerata di questi tempi: la sua luce immacolata, l’aria tornata fresca e sana dopo l’afa (che dicono nuovamente in agguato), l’orizzonte lindo sia verso i monti che verso il mare, lo Sferisterio in trionfo, il centro senza lo smog delle auto, il cinema all’aperto a Palazzo Conventati, la gente che passeggia in serenità, i turisti che fanno foto e foto a tutto quello che incrociano. Spero per l’amato Esculapio, che resiste nel Cortile Municipale, un restauro importante del volto, degno del valore di quella statua, conservatasi intatta e rarissima a trovarsi. E nel frattempo brindo, sia pure in anticipo, alla retta intenzione della candidatura a capitale della cultura nel 2020.

Venti città del mondo con Macerata Capitale 2020


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