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Maceratistan: sono pakistani
i signori dello spaccio di eroina

TRAFFICANTI DI MORTE - Vivono in Italia con un permesso regolare, hanno un lavoro di copertura, uno stile di vita dal profilo basso ma fanno soldi attraverso il traffico di eroina. Sono i protagonisti dell'aumento del consumo della pesante sostanza stupefacente che ora viene assunta anche da adolescenti che non se la iniettano, ma la fumano
domenica 20 marzo 2016 - Ore 17:39 - caricamento letture
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di Giuseppe Bommarito

Ha fatto notevole scalpore la recente sentenza del Tribunale penale di Macerata con la quale, a fronte di un traffico internazionale di eroina purissima riguardante la nostra provincia (con purezza che arrivava anche al settanta percento), i dieci imputati, otto originari del Pakistan e due di nazionalità italiana, sono stati complessivamente condannati ad oltre sessanta anni di carcere, con l’aggiunta di multe per oltre duecentomila euro (leggi l’articolo). Una pronunzia molto severa, tenendo pure conto del fatto che il processo si è svolto con il rito abbreviato, che, come è noto, comporta in caso di condanna la riduzione di un terzo della pena.

Le indagini, brillantemente e pazientemente condotte dalla Squadra antidroga della Mobile di Macerata (un ufficio dalle piccole dimensioni, ma dotato di grandi intuizioni investigative) e dal Gico della Guardia di finanza, avevano infatti consentito di ricostruire l’arrivo in pochi mesi nel Maceratese di circa venticinque chilogrammi di eroina proveniente direttamente dal Pakistan e sapientemente nascosta in borse etniche di tela e con i brillantini colorati, fatte pervenire a destinatari apparentemente insospettabili, anche italiani, presso gli uffici postali di Corridonia e Civitanova. Un affare enorme, insomma, pari a diversi milioni di euro, considerato l’utile illecito che la banda pakistana organizzatrice del traffico, e da tempo radicata nelle nostre zone (il capo dell’organizzazione era residente proprio a Macerata, gli altri sulla costa), avrebbe potuto realizzare, soldi sporchi che in molti casi analoghi rientrano in patria anche per finanziare gruppi terroristici.

oppio campiLa notizia, affiancata a decine di altre vicende di cronaca giudiziaria accadute negli ultimi tempi e riguardanti soggetti di nazionalità pakistana coinvolti in traffici di eroina, non fa che confermare il ruolo ormai egemone in questo particolare settore delle sostanze stupefacenti di extracomunitari provenienti da quel lontano paese asiatico, direttamente confinante con l’Afghanistan, il maggior paese produttore della pianta base per l’eroina, il papavero da oppio. E conferma senza ombra di dubbio, purtroppo anche dalle nostre parti, il sempre più evidente ritorno dell’eroina, ormai consumata pure da adolescenti.

Come è da tempo risaputo, vastissime piantagioni illegali di papavero da oppio (da cui si ricava poi l’eroina) sono situate in Afghanistan, paese nel quale si colloca oltre il novanta per cento della produzione mondiale di questa pianta maledetta. Ebbene, a partire dal 2011 la produzione in quelle zone di papaveri da oppio, ormai gestita direttamente dalle organizzazioni talebane afghane e pakistane che ne hanno fatto la quasi esclusiva fonte di finanziamento per la guerra civile che stanno sostenendo da anni contro il governo al potere, ha avuto un’impennata che è tuttora in corso e che sta superando la domanda a livello mondiale, con l’inevitabile conseguenza di una altrettanto forte riduzione del prezzo. A spingere verso una produzione sempre maggiore sussistono fortissime ragioni di carattere economico ed anche, seppure in minima parte, motivazioni malamente intese di tipo ideologico-religioso, finalizzate a sfiancare nel corpo e nell’anima le giovani generazioni dei paesi occidentali.

Il problema ci riguarda ampiamente, considerata la sempre più massiccia immigrazione pakistana arrivata in Italia (benchè il Pakistan non sia un paese con conflitti in corso) ed anche dalle nostre parti, ove esistono infatti colonie numerose e ben radicate di pakistani, alcuni con una lunga barba e con la camicia bianca lunga fino il ginocchio. Facile pensare, quindi, viste le cronache giudiziarie e comunque senza generalizzare, che una frangia di immigrati provenienti dal Pakistan, quella frangia che ha visto nel traffico di droga l’affare criminale dalle maggiori potenzialità, stia sfruttando gli stretti contatti con il paese di origine e con i gruppi familiari e tribali rimasti “in loco” per ricevere direttamente con espedienti vari quantitativi enormi di eroina già raffinata, generalmente “bianca” e quindi di  buona qualità e a prezzi estremamente bassi, da immettere poi nel mercato locale degli stupefacenti, ricavandone profitti illeciti enormi.

Ecco pertanto che in breve tempo i gruppi pakistani stabilizzati nelle Marche e in provincia di Macerata, forti di questi canali privilegiati di approvvigionamento, hanno egemonizzato il traffico di eroina, sottomettendo e riducendo a ruoli ausiliari e di manovalanza, quali lo spaccio minuto o la mansione di “ovulatore” (chi funge da corriere ingerendo nel proprio corpo la droga contenuta in ovuli di plastica), i maghrebini della Tunisia, dell’Algeria, del Marocco, ed anche piccoli malavitosi italiani non appartenenti alla criminalità organizzata. Molto intelligenti, astuti, altamente tecnologici ed informatici, caratterizzati da inossidabili legami di tipo familiare e tribale, non dediti a loro volta al consumo (come invece avviene quasi sempre per i maghrebini), difficili da individuare per uno stile di vita dal profilo estremamente basso, generalmente con un’attività lavorativa subordinata di copertura e quindi in regola con il permesso di soggiorno, quei pakistani alla ricerca del guadagno facile portato dalla droga sono quasi tutti trafficanti di eroina, e non semplici spacciatori, e giocano quindi ormai in grande, raggiungendo spesso impunemente per i loro infami guadagni le strade, le piazze e le case site nel territorio regionale e provinciale (non va infatti dimenticato che la percentuale di sequestri di sostanze stupefacenti è pari a non più del dieci per cento delle varie droghe immesse nel mercato italiano, e che pertanto il residuo novanta per cento arriva a segno e semina morte e distruzione fisica e morale).

La seconda considerazione da sviluppare a partire dalle pesanti condanne del Tribunale di Macerata è relativa – come sopra detto – alla forte ripresa della diffusione dell’eroina nella nostra provincia. Intendiamoci, l’eroina non è mai sparita e non ha mai smesso di distruggere vite, solo che da qualche tempo in modo subdolo e strisciante ha ricominciato a diffondersi in grande stile, sostenuta dalla maggiore disponibilità derivante da una produzione arrivata a livelli elevatissimi, dai prezzi più bassi delle singole dosi, dalle condizioni per molti aspetti drammatiche in cui versano le giovani generazioni e da nuove modalità di assunzione. Il riferimento è, in particolare, alla pratica dell’eroina fumata con il metodo della stagnola, che almeno per i primi periodi di uso libera dalla necessità della siringa, con tutte le implicazioni emotive e pratiche che essa comporta, e che sembra coinvolgere soprattutto consumatori giovanissimi, ancora adolescenti, erroneamente convinti da chi spaccia, inizialmente pure a prezzi stracciati, che assumere l’eroina senza la siringa in vena non dia dipendenza.    

E così accade in diversi casi che il consumo di eroina fumata avvenga per la prima volta intorno ai quattordici anni, in alcune situazioni prima ancora dell’approccio con gli spinelli. Un gioco molto pericoloso, anche perché prima o poi la situazione è inevitabilmente destinata ad evolversi verso la siringa, verso l’assunzione in vena, verso il flash che solo l’endovena garantisce, verso il tunnel buio della tossicodipendenza da eroina dalla quale è molto difficile uscire. D’altra parte, conferme inequivocabili in questo senso vengono non solo dal Dipartimento Dipendenze Patologiche, ma pure dai sempre più numerosi e sempre più diffusi ritrovamenti di stagnole bruciacchiate e di siringhe in varie zone, anche non periferiche, della città di Macerata

* Giuseppe Bommarito, presidente associazione “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”



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