Quella straordinaria giornata
che ci ha portato nel mondo

La vittoria calcistica sulla Spal, il gol dell’ivoriano Kouko, il maceratese Tacconi in Costa d’Avorio per l’Onu, la strage di Abidjian, lui forse salvato dall’amore per la sua città

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di Giancarlo Liuti

Un’incredibile concatenazione di eventi – meglio dire, forse, congiunzioni astrali – ha fatto sì che domenica scorsa il nome di Macerata è saltato fuori da una parte all’altra del mondo. Le ragioni? Calcistiche, con la sonante vittoria della “squadrona” biancorossa sul campo della capolista Spal. Ma, purtroppo, anche terroristiche, con l’assalto, proprio in quel pomeriggio, della “squadraccia” jihadista venuta dal mare che sulla spiaggia di Abidjan, in Costa d’Avorio, ha ucciso a colpi di kalashnikov diciotto turisti davanti al resort “Koral Beach”.
Che c’entra Macerata con la Costa d’Avorio e con Abidjan? Le congiunzioni astrali sono due. La prima è calcistica: l’attaccante Daniel Kouko, punta di diamante dell’attacco biancorosso, è nato 26 anni fa ad Abidjian e domenica scorsa ha segnato il terzo gol della strepitosa vittoria sulla Spal. La seconda, di gran lunga più importante, riguarda le lotte intestine che da anni funestano l’Africa centrale provocando migliaia di morti e milioni di profughi. Ebbene il destino ha voluto che proprio in quei giorni ad Abidjan ci fosse il maceratese Emanuele Tacconi, figlio del nostro consigliere comunale Ivano e da tempo attivo nelle missioni internazionali dell’Onu nei luoghi più rischiosi, l’Afghanistan, il Pakistan, il Medio Oriente, l’Africa. Ma perché ho parlato di congiunzioni astrali? Perché fra il maceratese Emanuele e la Maceratese vittoriosa a Ferrara c’è stato, in quel pomeriggio, un misterioso rapporto che potremmo dire a tal punto decisivo da salvargli, forse, la vita (leggi l’articolo).

MACERATESE NEL MONDO -Emanuele Tacconi, inviato Onu

MACERATESE NEL MONDO -Emanuele Tacconi, inviato Onu

Riassumendo quanto già scritto dai giornali nazionali e locali, tutto era – sembrava – tranquillo, in quel pomeriggio domenicale, ad Abidjan e sulle sue spiagge. “Vieni con noi – dicono a Emanuele i compagni di missione – oggi è festa , andiamo al mare”. Lui ci pensa e poi: “No, preferisco rimanere in città per assistere, in diretta, su internet, alla gara fra la Maceratese e la Spal. Ci vediamo dopo”. La notizia della strage gli è arrivata per telefono quando l’arbitro, a Ferrara, aveva fischiato la fine della partita e quando un altro arbitro, quello del destino, aveva fischiato, al “Koral Beach”, la fine del massacro. Tacconi si è precipitato in spiaggia dove giacevano i corpi dei morti, fra i quali una volontaria macedone che faceva parte anch’essa della missione Onu. Cosa gli sarebbe accaduto se si fosse recato al mare con i compagni e non avesse preferito lo slancio per la Maceratese e l’affetto che lo lega alla sua città natale? Nessuno può dirlo. Sta di fatto, comunque, che la Maceratese e Macerata l’hanno protetto. Come il leggendario patrono San Giuliano protegge tutti noi che viviamo su quest’amena collina fra il Chienti e il Potenza.

L'attaccante ivoriano della Maceratese Daniel Kouko ed Emanuele Tacconi

L’attaccante ivoriano della Maceratese Daniel Kouko ed Emanuele Tacconi

Qualcuno la riterrà un’eresia ma nella passione per una squadra di calcio c’è, indirettamente, anche l’amore per una città dov’essa è nata. Pure nell’animo dei tanti che non seguono lo sport del pallone, intendo dire, c’è un pizzico d’orgoglio nell’apprendere che la squadra delle loro mura vince e batte squadre di città più grandi e famose. Anche in questo sentimento, insomma, intravedo qualcosa che non è mero campanilismo sportivo ma, ripeto, affetto per una città, la sua storia, la sua bellezza. Ebbene, che i maceratesi, di natura un po’ scettici e chiusi in se stessi, non siano innamoratissimi di Macerata lo sappiamo da sempre. Ciò non significa che nella vita quotidiana non apprezzino gli aggettivi della parola “bene” ma si astengono dal farli diventare superlativi assoluti. Questa può essere una virtù che li salva dalle asprezze, dai fanatismi, dalle arroganze di molte altre zone d’Italia. Ma non è una virtù se diventa un freno al “volare alto” per il timore dei “salti nel buio” (non solo in politica, anche nei rapporti fra le famiglie e le persone), un freno al puntare verso traguardi impegnativi, un freno alla dovuta ammirazione dei pochi che ci riescono (“Chi si crede di essere, quello?”).
Pochi? Non moltissimi, ma ce ne sono stati. Basti pensare a Matteo Ricci e a Giuseppe Tucci. E ce ne sono ancora, come lo scenografo Dante Ferretti che gode di fama internazionale. Ovviamente sarebbe sciocco fare paragoni non pertinenti, fuori luogo e smodati. Ma, scendendo lungo i tanti gradini dell’autorevolezza e del prestigio, di maceratesi col coraggio di sfidare l’ordinarietà del quieto vivere ne ho appena citato uno: Emanuele Tacconi.

Maria Francesca Tardella , presidente della Maceratese

Maria Francesca Tardella , presidente della Maceratese

Dopodiché, riallacciandomi a quanto ho detto sulla vittoria dei biancorossi a Ferrara, ne cito un altro: Maria Francesca Tardella, presidente della Maceratese, la cui indole battagliera e spesso sin troppo polemica ha contribuito a far sì che la squadra scalasse, anno dopo anno, varie categorie, fino alla Lega Pro, dove ora si trova nei primi posti in classifica e con la speranza non infondata di salire in serie B. Un esempio, anche questo, di un’audacia apparentemente temeraria rispetto all’idea della vita che prevale nella tranquilla, paziente, disillusa e pur civilissima capitale dei “pistacoppi”.
In che modo una città può sostenere la propria squadra di calcio? Qui mi riferisco a quell’opinione generale, non soltanto in Italia, per cui una calorosa e appassionata presenza di pubblico amico nelle partite casalinghe funziona più e meglio di un dodicesimo giocatore in campo. Ma per una serie di ragioni, fra le quali la possibilità di assistere in diretta a tutti gli incontri di serie A stando seduti davanti al televisore di casa, gli stadi, oggi, non sono pieni come una volta. Il che accade anche – soprattutto? – all’Helvia Recina. E la Tardella, ma anche l’allenatore Cristian Bucchi, se ne sono spesso lamentati perché l’apporto di quell’immaginario dodicesimo giocatore può essere determinante.
Mentre scrivo s’è già conclusa con un grigio pareggio (attenti a non dormire sugli allori!) la partita interna con la Pistoiese (leggi l’articolo). Comunque, fors’anche per l’eco della vittoria a Ferrara, gli spettatori sono stati più numerosi del solito (parrebbe oltre un migliaio). Ma alla vigilia Bucchi si augurava che fossero almeno seimila e continuassero ad esserlo sempre, fino alla conclusione del campionato. Seimila? Beh, non esageriamo! Sarebbe in controtendenza rispetto agli umori tradizionali del popolo maceratese che, come s’è detto, non sembra incline agli impegni clamorosi, alle sfide, al mettersi in mostra. Troppo “pacioso”? Può darsi. Ma può anche darsi – chissà – che sia meglio così. Non a caso il poeta latino Orazio rese immortale l’espressione “aurea mediocritas” e non lo fece in senso dispregiativo ma come rifiuto d’ogni eccesso e come saggio equilibrio esistenziale. Ciò non significa, sia chiaro, che io, da vecchio tifoso, non mi auguri – anzi: non pretenda – che la prossima partita, quella, anch’essa interna, di mercoledì, col Prato, si risolva in una squillante vittoria dei biancorossi. D’accordo con l’oraziana “aurea mediocritas”, ma nel calcio i pareggi casalinghi sono sì “mediocri” ma nient’affatto “aurei”.


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