Un grande libro che invita
ad amare il centro storico
Opera della Troscé e di Pasquali, lo si deve all’Accademia dei Catenati. Un “romanzo d’avventura a colori” che attraversa nove secoli. L’appello per la Macerata di oggi
di Giancarlo Liuti
Prima dell’anno 1138 l’attuale zona di piazza Vittorio Veneto, alias San Giovanni, apparteneva a dei signori di origine longobarda che la chiamavano “Castrum Maceratae” mentre l’attuale zona del Duomo era il “Podium Sancti Juliani” di diretta spettanza del vescovo di Fermo. Cosa esisteva fra questi due agglomerati già abbastanza popolosi? Niente. Non, come oggi, un corso della Repubblica, una Piazza della Libertà, una via Don Minzoni. Solo campagna, talvolta teatro di conflitti a mano armata. Proprio in quell’anno, però, su iniziativa “diplomatica” di un certo “Rustico il Tignoso” (malato di “tigna” o, da preferire, testardo) il vescovo Liberto acconsentì all’unione dei due centri cui concesse libertà di mercato, esenzioni fiscali e una forma di autonomia amministrativa e giudiziaria. E in quel giorno – precisamente il 29 agosto del 1138, come risulta da un atto ufficiale – nacque la città di Macerata.
Queste notizie, che ho riassunto un po’ sbrigativamente, le ho tratte da un libro a mio giudizio affascinante per la sua immediatezza comunicativa e divulgativa, così rara nelle opere storiografiche. Il libro, del quale su Cm ha già scritto l’autorevole Donatella Donati, s’intitola “Fortificazioni, mura, porte, torri della città di Macerata”, con testi della studiosa di storia Mariella Troscé e con tavole, mappe e disegni a colori dell’artista e restauratore Gianfranco Pasquali. Sono 340 pagine, uscite dalla tipografia “Stampalibri” ed edite dall’Accademia dei Catenati ora presieduta da Angiola Maria Napolioni, già direttrice della Biblioteca nazionale di via Garibaldi, col contributo della Fondazione Carima. Un lavoro di anni. Affascinante, ripeto. E utilissimo agli “ignoranti” di storia – come me, che al liceo, ricordo, ero spesso rimandato a ottobre proprio in questa materia – per suscitare in loro non soltanto il desiderio di conoscere ma anche un sentimento d’amore per la città in cui vivono, lavorano, hanno padri, figli, nipoti.
E’ ora probabile che da qualche pulpito si storca un po’ il naso non già per le tavole e le mappe a colori di Pasquali, che, ricavate dal testo della Troscé, sono fedelissime all’antica realtà, ma per le immagini – “Ipotetiche”, premette Pasquali – del progressivo sviluppo di Macerata (le mura, le “porte”, le torri, i palazzi, le case) a partire dal Duecento. Ed ecco Porta Mercato – il nome non è mutato – vista dall’interno e dall’esterno come s’immagina che fosse tanti secoli fa, ecco Porta Alliana o Agliana (oggi Porta Convitto), ecco Porta Castellare (oggi Porta Duomo o San Giuliano), ecco Porta San Salvatore (oggi Porta Romana, quella coi cancelli). Ipotesi? Certo. Ma sta proprio qui la forza comunicativa e divulgativa dell’operazione “Pasquali”. Qualcosa di simile al film di Walt Disney “Fantasia” – 1940, ma di tanto in tanto ritrasmesso in tv – che rese celebri in ogni parte del mondo brani di musica classica (Bach, Beethoven, Stravinskij) facendoli interpretare da coloratissimi cartoni animati con struzzi, elefanti, ippopotami e topolini.
L’ampia parte scritta del libro è tutta della Troscé, che l’ha ricavata sia da pubblicazioni relativamente recenti – lei cita ogni fonte – sia da proprie ricerche d’archivio. La sua analisi inizia dai Piceni, attraversa il periodo romano, elenca guerrieri, duchi, monaci e vescovi dal Quinto secolo al Mille, si sofferma sulla duplice figura del patrono San Giuliano (fra il Martire e l’Ospitaliere la religiosità dei maceratesi scelse l’Ospitaliere), descrive le prime cinte fortificate – non di pietre ma di mattoni, sempre, e il dolce color del biscotto continua ad essere il biglietto da visita di Macerata – e le mura definitive, nel 1371, del cardinale Albornoz, descrive la “peste nera” che a metà del Trecento falcidiò il cinquanta per cento dei nuclei familiari, descrive il periodo peggiore (quello, dal 1375 al 1418, dei Capitani di Ventura, delle guerre tra Firenze, Milano e la Chiesa, quello del sanguinoso assedio del 1377 nel quale rifulse l’eroismo dei maceratesi ) e, via via, la perdita di tanti tesori per le violenze subite, per le ingiurie del tempo e per l’irrompere dell’urbanistica post-ottocentesca (nel 1931, ad esempio, fu demolito il convento di San Francesco per far posto al Palazzo degli Studi).
Ma ancora oggi, passando per il vicolo Ferrari – da corso Matteotti a via Armaroli – si possono ammirare finestre decorate con ghiere trecentesche, e, in via Padre Matteo Ricci, tracce delle mura del Duecento, e l’architettura dell’ingresso duecentesco della chiesa di Santa Maria della Porta, ingresso ora chiuso, che si trova in Piaggia della Torre. Un suo giudizio finale: “Oggi Macerata ha l’aria sorniona di un grosso gatto acciambellato sulla collina, ma una volta aveva gli artigli”. Lo stile della Troscé? Chiaro, limpido, molto analitico e tuttavia mai noioso: un lungo “romanzo d’avventura”. E scrive Pasquali: “Cosa rimane alla fine di questo nostro viaggio nel passato? La sensazione che Macerata non è mai stata amata abbastanza, sia dai suoi amministratori sia dai suoi cittadini”.
Mia conclusione del tutto personale: l’amore per il centro storico c’è ancora? Ne dubito, in tempi nei quali le ragioni del cuore sono sopraffatte dalle pressanti ragioni dell’interesse individuale e di gruppo. Tempi difficili, non lo nego. Ma questo libro insegna ad amarlo, il centro storico, e a difenderlo, se non più con le frecce, le spade e gli archibugi, con l’adesione alle iniziative ora in corso da parte dell’amministrazione comunale. E qui mi fermo, altrimenti finisco per parlare addirittura del Park Sì.


Non vedo l’ora di comprarlo e di leggerlo !!!