Sposetti sindaco, primus inter pares
nella fase eroica della città

MACERATA - L'importanza dei partiti, la passione politica e i grandi investimenti per lo sviluppo futuro, dal piano regolatore alla riapertura dello Sferisterio. 82 anni, commercialista e presidente della Fondazione Bandini, apre la serie di interviste di Cronache Maceratesi agli ex sindaci del capoluogo, per raccontare la storia della città degli ultimi cinquant’anni

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maria stefania gelsomini

di Maria Stefania Gelsomini

 Giuseppe Sposetti, classe 1933, commercialista e presidente della Fondazione Giustianiani Bandini, apre la serie di interviste di Cronache Maceratesi agli ex sindaci di Macerata, per raccontare attraverso le loro parole la storia della città negli ultimi cinquant’anni. Democristiano, subentrato ad Elio Ballesi è stato primo cittadino dal 1967 al 1975. E poi di nuovo, dopo Ireneo Vinciguerra, per pochi mesi dall’estate 1979 all’inizio del 1980, quando per incompatibilità con la carica parlamentare (nel frattempo era stato eletto alla Camera dei deputati), lasciò la poltrona di sindaco a Carlo Cingolani.

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L’ex sindaco Giuseppe Sposetti

Dottor Sposetti, lei è il decano degli ex sindaci della nostra città, ed è stato eletto la prima volta nel 1967. Com’erano quegli anni?

Bisogna anzitutto inquadrare il periodo, dobbiamo fare riferimento agli anni successivi al dopoguerra, non nei primi anni, ma dall’inizio degli anni Sessanta, perché quella degli anni Cinquanta è stata la parte più difficile, più convulsa e legata ai fatti quotidiani più che a una strategia. Gli anni Sessanta a Macerata invece, così come nelle attività industriali in cui c’è stato l’avvio della fase produttiva dopo una prima fase di ricostruzione, si possono considerare l’avvio dello sviluppo o il tentativo di avviare lo sviluppo della città.

Giuseppe Sposetti in una foto d'epoca, quando sedeva in Camera dei deputati

Giuseppe Sposetti in una foto d’epoca, quando sedeva in Camera dei deputati

Quando è iniziata la sua carriera politica?

Ho cominciato a frequentare come uditore il consiglio comunale già da prima, ma come partecipe nel 1964. Nella politica, l’attività amministrativa svolta dagli enti locali era una fase di immediato contatto con l’elettorato, perché il Comune è sempre stato il punto di riferimento per un rapporto con una classe dirigente, che veniva espressa direttamente con le preferenze. La struttura che si presentava all’elettorato era fondata sui partiti, oggi le liste vengono fatte su basi personalistiche e si presenta il singolo, sia attraverso le primarie sia successivamente: è il soggetto che monopolizza l’attenzione del cittadino. All’epoca invece prevaleva il gruppo, non era pensabile un primus, c’era il primus inter pares. E chi presentava agli elettori il candidato e ne era il garante? Il partito, che non solo era intermediario fra la funzione pubblica e il potere, la struttura amministrativa, ma aveva un ruolo di formazione. Chi non proveniva da una scuola o da un credo politico si qualificava come indipendente. Adesso sono tutti indipendenti, il problema è il coagulo. Allora il coagulo era più facile perché c’era una scuola comune, un credo comune, una fede politica che adesso non c’è più.

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Una seduta dell’attuale Consiglio comunale

 

Un clima completamente diverso da quello attuale.

Quegli anni sono stati caratterizzati da una nuova classe dirigente di gente che aveva 25-30 anni e che si era formata nel dopoguerra, quelli cioè che avevano vissuto marginalmente la dittatura fascista e che guardavano con interesse alla democrazia che si era formata e alla partecipazione politica. Esaurita la prima fase del dopoguerra, quella del ripristino delle strade e delle ferrovie, c’era la necessità di creare i presupposti per lo sviluppo, quindi il Comune era la prima cellula dell’articolazione dello Stato e del governo centrale. Questo quadro faceva un po’ da contraltare a quello che era stato il periodo dittatoriale, col podestà nominato dal prefetto, al di fuori dal rapporto con gli elettori. Ora bisognava operare per lo sviluppo della città, che costituiva sempre il cuore del programma ed era favorito da fatti sociologici importanti, come il trasferimento dalla campagna alla città, la riduzione del pil realizzato dall’agricoltura, la nascita delle piccole imprese, la necessità di urbanizzare le comunità locali per lo sviluppo industriale. Era un clima vivace, di studio, di dibattito, possiamo chiamarla la fase eroica, in cui c’era la passione politica. Non c’era la burocrazia imperante, si faceva riferimento alle cose da fare per la crescita economica. E la politica doveva guidare l’economia.

E in che modo si è realizzata concretamente questa attività a livello locale?

Io ho fatto per qualche tempo l’assessore e poi il sindaco per diverso tempo, e con il quadro di riferimento espresso sopra, bisognava realizzare le strutture a supporto dello sviluppo. La programmazione presuppone degli obiettivi, delle forze e anche degli strumenti, insieme a dei capitali da investire. L’investimento presuppone intanto un quadro di riferimento, in cui c’è lo   sviluppo, ma certi presupposti si realizzano facendo un’analisi di quello che bisogna lasciare per la spesa corrente e quello che bisogna invece destinare agli investimenti, sapendo che diventano un moltiplicatore poi per lo sviluppo. Il problema allora non era quello della spesa corrente, che era secondario, ma appunto quello degli investimenti.

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L’auditorium San Paolo oggi ad uso dell’università

Quella per l’istruzione era considerata spesa corrente?

No, ma era importante sotto il profilo strutturale, e infatti l’università di Macerata ottenne l’ampliamento delle facoltà: fino ad allora c’era solo la facoltà di Giurisprudenza, e il nostro lavoro di equipe consistette nell’ottenere le facoltà di Lettere e Filosofia e quindi allargare la visuale della città per farne una città aperta agli studi.

E in che modo concorse il Comune?

Ha destinato all’università due beni comunali: San Paolo e Palazzo Annonario in via don Minzoni. Adesso all’università hanno dato in affitto Palazzo Conventati.

Quali altri punti sono stati realizzati nel suo programma?

Abbiamo approvato all’unanimità come consiglio comunale il piano regolatore della città, di cui sono stato attore come assessore all’urbanistica e poi come sindaco, un piano approvato nel 1971 dal ministero perché non c’erano ancora le Regioni. Era un piano di lavoro ma anche un limite, perché nel momento in cui si fanno delle regole poi bisogna rispettarle, e proprio per questo successivamente ci sono state anche delle polemiche. Ma è difficile trovare un’altra città che abbia approvato il piano regolatore all’unanimità, dopodiché è stato sfasciato, ma questo è un altro discorso. Le forze politiche di allora, tutte, guardavano all’interesse cittadino, e le polemiche se c’erano non erano mai vuote.

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Una foto d’epoca di Corso Cairoli a Macerata

Il piano regolatore generale ha gettato le basi per la crescita futura della città

Ha inquadrato anche le attività che potevano essere realizzate attraverso gli investimenti della   piccola e media impresa, il collegamento viario, la costruzione dell’edilizia economica popolare, la   realizzazione di Collevario (una parte delle aree era già stata acquistata dalla precedente amministrazione ma il grosso è stato acquistato successivamente e il quartiere è stato realizzato poi   nel tempo), le aree industriali di Piediripa e di Sforzacosta, il mercato agricolo di Villa Potenza,   l’elettrificazione delle campagne e il raddoppio dell’acquedotto di Serrapetrona. Oggi sembra scontato avere la luce e l’acqua, ma allora non era così. Sono stati realizzati sotto la mia amministrazione anche palazzo Buonaccorsi e il nuovo palazzo di Giustizia, col trasferimento da via Garibaldi. Ormai bisogna trasferirlo di nuovo altrove perché il settore legato alla giustizia si è talmente ingrandito, e pensare che anche allora c’era qualcuno che riteneva che non si dovesse spostare.

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Una vista di Macerata

Perciò molto di ciò che è stato compiuto in quegli anni ce lo ritroviamo oggi.

Sì ma è drammatico che di buona parte di queste realizzazioni non sia stata fatta nemmeno la manutenzione ordinaria, almeno manteniamo quello che abbiamo. Né si può dire che adesso non ci siano i soldi. I soldi non ci sono stati mai, il problema è che gli amministratori vengono nominati per trovarli, altrimenti che fanno? O hanno le capacità di farlo o vanno a casa. La difesa della città si realizza legandola al resto del territorio: la viabilità l’abbiamo avviata noi ma poi si è interrotta. Macerata è l’unico capoluogo di provincia in Italia che non ha un collegamento diretto con la grande viabilità. Era previsto, c’era l’autorizzazione, ma per mille motivi politici e per mille cagnare non si è fatto più nulla. Si parla ora di fare il collegamento a Corridonia, se ne parla da vent’anni, ma non si farà niente e anzi probabilmente sono state schivate tutte le possibilità di farlo.

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Lo Sferisterio

Altro merito della sua amministrazione: la riapertura dello Sferisterio.

Ho reiniziato io le stagioni liriche nel 1967, le cose buone vanno riprese e abbiamo ripreso l’attività del conte Conti del 1920-21 e abbiamo avviato la prima stagione, con Elio Ballesi, il sindaco che mi ha preceduto, e con Carlo Perucci. Con me c’erano anche Quagliani, Calzetti, Benedetti, tutta gente che ha dedicato tanto tempo, che era entusiasta, che l’ha voluto e l’ha portato avanti. Un altro risultato di gruppo, un altro importante episodio per la città dal punto di vista culturale e turistico.

 

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Piazza della Libertà affollata

 

Ma c’e anche un desiderio non realizzato: la città dei 100mila abitanti

La città dei 100mila abitanti si è bloccata a un certo punto perché è mancata l’unificazione politica, anziché aprirsi nei confronti degli altri e unire attraverso un’idea che aveva un suo significato come direzione e coordinamento, ci si è chiusi e poi ognuno è andato per conto proprio. Se può esistere una città che insieme alle altre crea un comprensorio questo lo si deve alla politica, ma se questa si chiude nel proprio alveo e prevalgono le piccole camarille, il discorso finisce.

Cosa pensa della Macerata attuale?

Non c’è il dibattito politico, fare polemica a che serve? E poi ogni epoca ha i suoi artefici. I partiti non esistono più, ma il problema è: come sono stati sostituiti? Non c’è un sostituto né un’evoluzione ma anzi una specie di involuzione. Ora ci sono gruppi di potere, che è una cosa diversa dal partito. Anche allora c’erano ma erano radicati in un partito, c’era la possibilità di avere un confronto diretto su ogni argomento, il dibattito interno, adesso non c’è più nemmeno quello. Non c’è nessuno che fa da filtro, che è interessato a ragionare. È anche vero che la televisione ha ammazzato tutto, però da cosa è stato sostituito il dibattito politico? Da Twitter e dai commenti online.


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