Tarcisio Carboni, il vescovo missionario
delle grandi opere
MACERATA - Domani alle 21 sarà celebrata l'eucarestia per i 20 anni dalla morte. Tra le sue iniziative la prima pietra del seminario Redemptoris Mater con la presenza del papa e l'avvio del processo di beatificazione di padre Matteo Ricci. Nel giorno del decesso uno sconosciuto entrò di notte nel suo ufficio per frugare tra le carte
di Maurizio Verdenelli
«Sono il vescovo…». Quella mattina del gennaio del’93 per due, forse tre volte buttai giù la ‘cornetta’ (si diceva così al tempo in cui non esistevano ancora i cellulari) urlando: “Basta… di prima mattina!”. Non erano infrequenti scherzi del genere al telefono delle redazioni dei giornali: scomparsi i primi, quasi estinte anche le seconde. Poi improvvisamente compresi che non si trattava del solito burlone allorchè di nuovo risentii la vocina precisarmi all’ultimo tentativo: «Sono don Tarcì…». «Monsignore!!!! Poteva dirmi che era Lei…» risposi confuso. Già perché il vescovo di Macerata era un precursore del low profile: mai avrebbe accettato che lo chiamassero Sua Eccellenza, sopportava a malapena l’appellativo di monsignore. E non sempre. Come quella volta che nella grotta di Massabielle, a Lourdes, non rispose ai numerosi richiami ad alta voce che si levavano al suo indirizzo da parte di un gruppo di fedeli maceratesi che l’aveva riconosciuto. «Monsignor vescovo! Eccellenza!». Macchè, lui faceva orecchie da mercante. All’improvviso si levò un urlo: «Tarcì!!!». E monsignor Carboni si voltò finalmente. Era fatto così, quel grande vescovo da Ortezzano (prima nomina alla parrocchia di Porto Sant’Elpidio), missionario in Brasile poi a…Macerata. E in America Latina voleva tornare dopo l’esperienza nella Civitas Mariae iniziata nel febbraio del ’76, succedendo a monsignor Ersilio Tonini interrotta tragicamente a causa di un incidente stradale così com’era successo a monsignor Cassulo. Mi piacque subito, Carboni, quando mi dissero che gli era attribuita una frase fulminante in relazione a molti preti della sua diocesi (che sotto la sua guida comprese Cingoli e Treia): “pigne secche”.
Contrapposte al fervore laico, soprattutto quello di Comunione e Liberazione cui diede molto spazio con Radio nuova, diretta dall’amico Nicola Bonaduce cui collaborò Fulvio Fulvi (ora ad ‘Avvenire’: per lui a giorni il premio Golden Marche a Roma) e soprattutto con la valorizzazione del pellegrinaggio Macerata-Loreto che un ‘pretino’- professore pieno di iniziativa andava organizzando a conclusione degli anni scolastici: don Giancarlo Vecerrica, attuale vescovo di Fabriano-Matelica. Era nata dunque alla distanza una certa linea di comunicazione, molto sottintesa (chiaro) tra il vescovo della cattolicissima Macerata e il capo (io, cioè) di una redazione che era, in precedenza, diventata piuttosto nota per essere pure ‘mangiapreti’ oltre che democratica, laica ed antifascista –così come Il Messaggero a quei tempi si autoproclamava. Così monsignor Carboni aveva rilasciato soltanto a chi scrive un’intervista nella quale, nel maggio 1985, chiedeva che fossero resi pubblici i nomi dell’elenco trovati dai carabinieri del nucleo radiomobile nella loggia massonica ‘Mozart’ a palazzo Compagnoni-Marefoschi (ora aula didattica dell’amico professor Mauro Evangelista, Premio Andersen per l’illustrazione). Loggia andata fuoco a causa di un registratore lasciato inopinatamente acceso nottetempo e dal quale era scaturita la scintilla fatale. Si rivolse al ‘Messaggero’, il vescovo anche perché il giornale concorrente – di gran lunga più letto – era schierato per la privacy adducendo il caso di un inginocchiatoio andato anche questo a fuoco nella chiesa delle ‘Monachette’: «Volere pubblici nomi dei massoni, è chiedere alla stessa maniera quelli delle suore del convento» argomentava la testata. Naturalmente l’elenco non fu reso noto ed ignoro tuttora se il vescovo fosse poi riuscito a procurarselo per proprie vie. Si seppe solo il nome del gran maestro della Loggia. E il caso, bizzarro ed ironico della vita, volle poi che le tombe ‘en plein air’ al cimitero di Macerata, di Carboni e del Gran Maestro (anche nella vita architetto) fossero affiancate! Ma torniamo finalmente a quella telefonata del gennaio del ’93. Come al solito, fu semplice, rapido e schietto, Tarcisio Carboni. «Il papa verrà a benedire la prima pietra del seminario internazionale Redemptoris Mater alle Vergini». Una grande esclusiva! Che ‘sparai’ naturalmente a nove colonne. Forse mi voleva, lui, così “ringraziare” per essere stato dalla sua parte nell’affair Mozart, chissà? Fu naturalmente un grande giorno a giugno, con questi due Grandi Uomini affiancati insieme a Macerata.
Poi insieme anche a Villa Potenza alla partenza del pellegrinaggio, un’altra grande iniziativa di questo vescovo ‘con l’odore delle pecore’ come ha scritto proprio su CM l’amico Filippo Davoli. Che poi, suggestivamente e pure con qualche fondatezza (perché no?!) accosta monsignor Carboni a Mosè: anche lui, il vescovo missionario, destinato a non vedere la terra promessa del ‘Redemptoris Mater’ e dei copiosi frutti che sta dando. Morto all’alba di 20 anni fa, nel territorio recanatese, in vista al santuario di Loreto, mentre in auto stava andando all’aeroporto di Falconara per volare a Palermo. E mentre quella notte del 20 novembre del ’95, la salma di “Tarcì” era all’obitorio dell’ospedale di Recanati, uno sconosciuto penetrò nei suoi modesti uffici vescovili a Macerata rovistando cassetti e scrivanie. Sorpreso dal segretario don Giuliano, l’uomo rimasto in tutti questi anni ignoto, dette uno spintone al sacerdote eclissandosi per sempre nelle tenebre. Era facile entrare da “don Tarcì”: era l’uomo dell’accoglienza, non solo un grande missionario. Ricordo in conclusione, le riunioni alle quali ero invitato, cooptato in un comitato di saggi maceratesi, per l’anniversario di padre Matteo Ricci, finalmente disseppellito dagli equivoci dei ‘riti’ orientali che ne avevano offuscato la grandezza per centinaia d’anni fino a quando non divenne guida della diocesi maceratese questo umilissimo ex parroco fermano.
Si deve infatti a lui l’incipit della beatificazione del ‘Marchigiano’ più famoso in Oriente: a Macerata tuttalpiù conoscevano (via) padre Matteo Ricci, poco più. Fu un fiorire d’iniziative, quasi nessuna portata a termine beninteso. Rammento quella del presidente della camera di Commercio, il ‘mitico’ Galvani (grande amico e quasi coetaneo di Enrico Mattei) che aveva previsto una serata cinese allo Sferisterio con stands mercantili e lanterne luminose nei palchetti. Che grandi visioni, quel vescovo dalla voce tranquilla! Non fu un manager ma odorava, sopratutto, di santità e d’umiltà. Una fama così potente che nessuno si meravigliò più di tanto quasi si pensò al miracolo: la rivista ‘Punto a capo’ di Pierino Bellesi titolò: “Quei Carboni ancora ardenti” un servizio che rivelava come la salma del vescovo, estumulata dal ‘campo’ dopo dieci anni, fosse intatta. Nessun prodigio celeste, tuttavia: a Recanati la salma era stata composta, per errore, in una bara con il rivestimento in rame, non previsto invece per la sepoltura a terra. E dopo cinque anni, una successiva estumulazione (per la definitiva collocazione in cattedrale) testimoniò la regolare corruzione del corpo. Domani alle 21 nel duomo di San Giuliano ci saranno solenni esequie per ‘don Tarcì’. Tra i celebranti naturalmente monsignor Marconi. Che abbia trovato il suo erede naturale, monsignor Carboni, nel giovane vescovo nato a Citerna (terra tifernate che conosco bene: nel ’70 intervistai il sindaco, la scrittrice Flora Volpini, ispiratrice di Guido Piovene)? Un vescovo, questo, sul quale non avrebbe nulla da dire neppure il ‘mangiaprelati’ don Aniello Manganiello. «Avete mai visto un monsignore fare la spesa al supermercato?» ha chiesto a mo’ quasi di sfida all’affollata platea degli ‘Incontri d’Autunno’ qualche sera fa. La risposta venne immediata: «Si, eccome! all’Oasi, monsignor Marconi con tanto di carrello… spesso».




Chissà cosa avrebbe detto oggi, lui che guidava l’utilitaria e non aveva autista, a vedere vescovi con il macchinone e l’autista ed altri oscuri figuri con superattici e megamansarde….
Quando parlo o scrivo di lui lo definisco “il santo vescovo Tarcisio Carboni”. Attraverso don Giancarlo Veccerica gli chiesi come avrei potuto accedere alla Santa Comunione, io che ero un divorziato. Mi fece rispondere che avrei dovuto abbandonare il tetto coniugale, lasciando la mia seconda moglie e mia figlia. Gli risposi che la bambina non avrebbe capito. Dopo un mese mi fece dire da don Giuliano che sarei potuto rimanere con mia moglie e mia figlia, abbandonando però il talamo e vivendo quindi con mia moglie come “fratello e sorella”. Cosa che avvenne e che continua (non è più un problema) ancora oggi.
Gli uomini saggi e santi della Chiesa Cattolica, pur rimanendo “magistra” è anche “mater”, ed essi si adeguano. La Chiesa Cattolica è grande perché i suoi capisaldi dogmatici li tiene e li difende, non piegandosi alle “mode” del Mondo. Come vorrebbero i deboli in Spirito e i nemici del Cristo. Per ciò che mi riguarda non abbiamo infranto l’accordo con il santo Vescovo e con il Corpo Mistico del Cristo. Per cui oggi possiamo combattere tutti i tentativi esterni ed interni atti a snaturare la Chiesa Cattolica della sua eterna missione.
Grazie, Maurizio. Non tanto per la citazione, quanto per il ricordo brillante e attendibile di quest’uomo buono, di questo vescovo santo a cui abbiamo tutti voluto un grande bene e che non dimenticheremo mai. Credo anche tu abbia fortemente ragione quando parli dell’erede naturale. Spero che il Signore – presso cui “Don Tarcì” sicuramente si trova – voglia un giorno regalarci la festa della sua consacrazione agli onori degli altari. Non cambia niente, ai fini della sua indubbia santità di vita, ma sarebbe tanto bello lo stesso.