L’altopiano in lutto piange ‘don Terremoto’
SERRAVALLE DI CHIENTI - E' scomparso oggi a 87 anni a Camerino Don Cesare Grasselli parroco di Cesi, che diventò simbolo della tragedia di 18 anni fa dopo aver messo in salvo opere d'arte recuperate da 14 parrocchie. Domani (lunedì) alle 17, il funerale nella chiesa (ricostruita) di Madonna del Piano

Don Cesare Grasselli detto Don Terremoto dopo aver salvato 14 opere d’arte nelle parrocchie di Cesi (foto di Genesio Medori)
di Maurizio Verdenelli
Se il papa santo venne sull’altopiano, quel 3 gennaio 1998, nel container di lamiera di Celestino e Maria Albani, lo si doveva a lui, a ‘don Terremoto’. Don Cesare Grasselli, 87 anni, parroco fino a pochi anni fa di Cesi, l’epicentro del sisma umbro-marchigiano del settembre ’97, se n’è andato oggi alle 12,30 stroncato da una crisi cardio-circolatoria nel suo alloggio alla Casa del Clero a Camerino dov’era andato a vivere, seguito dall’affetto costante dei nipoti, dopo aver abbandonato la cura della propria comunità. «Che sopravviveva –mi disse lui- solo grazie alla presenza dei residenti romeni» che avevano sostituito ormai uomini e donne dell’altopiano, emigrati perlopiù a Foligno. Se n’è andato don Cesare a pochi giorni dal diciottesimo anniversario di quella tragedia che ha segnato la vita e la gente non solo della ‘terra di mezzo’ a cavallo tra Umbria e Marche, ma pure di queste stesse due regioni.
Don Cesare, a causa dei ricorrenti problemi cardiaci, era stato ricoverato fino alle sue dimissioni, poco prima dell’ultima crisi, all’ospedale di Camerino. Domani pomeriggio, alle 16, le esequie funebri in quella chiesa (ricostruita) di Madonna del Piano a Cesi, così ricca di significato per lui. In quella chiesa distrutta completamente dalle scosse, il parroco aveva infatti recuperato sotto le macerie l’immagine della ‘Madonna del Piano’, dipinta tra il 1507 e il 1517, rimasta miracolosamente intatta sotto tante rovine. Quel sacerdote, allora settantenne, che da solo reggeva 14 chiese (di queste rimasero in piedi soltanto tre dopo il sisma) sull’altopiano serravallese, piccolino, dagli occhi tondi e brillanti, capelli bianchi era diventato un ‘mito’ per l’Italia che allora seguiva le vicende del terremoto che aveva colpito le Marche, l’Umbria ad Assisi, flagellando il santuario di san Francesco e ferito ‘a morte’ Foligno e Nocera Umbra. Di lui scrisse l’inviato del ‘Corriere della Sera’ Arturo Quintavalle: «Da solo ha messo in salvo opere d’arte di 14 chiese».
Della notte del terremoto, don Cesare rammentava: «Sono uscito in pigiama, scalzo, mi sono tagliato i piedi, ho dormito in un’auto di amici, adesso mi hanno dato una roulotte e un pezzo di container per le mie cose». Eppure da tempo, il sacerdote di Cesi, allarmato dallo sciame sismico (segnalato dall’Osservatorio – dei Frati- di Perugia) aveva preso, inutilmente, le sue precauzioni. Al proposito, mi ricordò nel corso di un convegno, l’episodio cruciale: «Alla vigilia del 26 settembre mi dissero sapendo che da giorni dormivo per prudenza nella mia auto, di tornare a dormire nel mio letto, quella notte». E sogghignado, con gli occhi più brillanti del solito, aggiunse: «Come noto, feci proprio male, a fidarmi dei frati quella notte del 26 settembre 1997».
“Don Terremoto” fu poi protagonista della storica giornata di san Giovanni Paolo II sull’altopiano. «Sulle prime – ricorda il sindaco di allora, Venanzo Ronchetti (che alla vicenda ha dedicato un libro: ‘Il ragazzo dell’altopiano’, Ilari editore) – l’annuncio della visita papale sembrava riguardare solo l’Umbria, riferendosi a Foligno ed Annifo. Insieme a don Cesare facemmo presente che così il percorso avrebbe tagliato fuori le Marche. Il Vaticano comprese l’errore e così, alla fine, arrivò papa Wojtyla anche sull’altopiano marchigiano». E don Grasselli che accolse il pontefice con l’arcivescovo di Camerino, Francesco Fagiani, preparò doni volutamente poveri all’insegna del luogo: farro, lenticchia e l’agnello ‘sopravissano’ a rischio d’estinzione.
Don Cesare fu anche al centro di un’altra giornata particolare dove delegazioni di polentari da tutt’Italia (perfino dalla Sardegna) si diedero appuntamento sull’altopiano di Colfiorito per una grande giornata di solidarietà: il 18 aprile 1998. «Distribuimmo tremila razioni di polenta calda – ricorda il presidente dell’associazione italiana, don Giuseppe Branchesi, parroco treiese amicissimo fino alla fine di don Cesare – Il cardinal Ersilio Tonini fu con noi in teleconferenza, vennero sull’altopiano sindaci e rappresentanti delle istituzioni di gran parte della provincia. Un grande avvenimento, ricordato poi a dieci anni di distanza». E l’ultima uscita pubblica, seppure in teleconferenza dalla casa del Clero, “don Terremoto” la riservò, insieme con l’ex campione di pugilato, Nino Benvenuti, proprio al suo amico don ‘Peppe’ insignito del titolo ‘Treiese dell’anno’ nel corso di una affollata cerimonia al teatro comunale. Qualche anno fa, sostituito dal parroco del capoluogo, don Mario Menicucci (coadiuvato da don Raniero) il sacerdote simbolo della tragedia di 18 anni fa, se ne andò dal ‘suo’ altopiano «per il quale tanto s’era dato da fare, stando continuamente in mezzo ai bisogni della gente» (ricorda ancora l’ex sindaco Ronchetti). Se ne andò con un po’ di amarezza ed un senso di ‘fallimento’ tanto da rivelare nella sua ultima intervista: «La gente, la nostra gente, cadute le promesse di finanziamenti pubblici per un rilancio economico del territorio, dopo la ricostruzione delle case sta emigrando inesorabilmente altrove». Quelle case, perfettamente restaurate, ma chiuse e diventate perlopiù ‘appartamenti’ per il week end e le ferie estate, stanno ancora lì a testimoniare per sempre, come segnalato da “don Terremoto”, il dramma di una ricostruzione imperfetta alla quale manca ancora e probabilmente in modo definitivo il 10%, avendo sullo scenario un altopiano millenario cui la superstrada forse poterà via gli ultimi abitanti.



Riposa in pace!!!!
grande sacerdote,