Dalle rocce la storia di Cingoli
Si torna indietro di 2mila anni
L'ESPERTO - Ospite del Balcone delle Marche il professore Ivan Rainini, docente di archeologia all’Università Ambrosiana di Milano
di Leonardo Giorgi
La storia di Cingoli raccontata dalle rocce. Una storia lunga quasi 2.300 anni che il professore Ivan Rainini, docente di archeologia all’Università Ambrosiana di Milano, ha aiutato a svelare sabato assieme ai molti cingolani presenti nella Sala Verdi del municipio. Dopo un’introduzione a cura del vescovo Claudio Giuliodori sull’importanza del territorio maceratese dal punto di vista archeologico e lo scempio delle recenti devastazioni in medio-oriente di importanti musei e antichi reperti storici, il professore Rainini inizia a raccontare la storia millenaria del Balcone delle Marche. Una storia che si dipana attraverso le rocce e i materiali usati in molti edifici, prevalentemente chiese, del territorio cingolano e limitrofo. «Durante il medioevo – dice – si usava prendere vecchi materiali di epoca romana derivati da altri edifici e utilizzarli per costruirne di nuovi. Per esempio nella parte superiore della parete nord del complesso di Sant’Esuperanzio sono visibili filari particolari di rocce che sembrano messi lì a caso e che non sembrano avere niente a che fare con il resto dell’edificio. I lavoratori medievali infatti usarono questi grandi massi presi da vecchi edifici di epoca romana per garantire sostegno alle arcate della chiesa, le quali avevano bisogno di un sostegno efficace per scaricare correttamente il peso». La precisa origine di questi massi è da collocare nel borgo di San Lorenzo, centro della prima vera e propria città antica cingolana. «Siamo arrivati a stabilire che il centro del municipium cingolano fosse la zona di San Lorenzo attraverso il lavoro di studiosi locale e non solo, oltre al ritrovamento spesso casuale di numerosi reperti sul posto. Infatti – continua il professore Rainini – è assurdo che a Cingoli, uno dei municipi romani più importanti delle Marche, il cui fondatore Tito Labieno è anche citato nel De Bello Gallico di Cesare, non ci siano mai state ricerche archeologiche ufficiali. Nessuno si è preoccupato di individuare i confini esatti della città antica e la maggior parte dei reperti ritrovati e perlopiù conservati nel museo statale di Cingoli, come l’importantissima statua di Attis, sono venuti alla luce in seguito a scavi edilizi e lavori agricoli.
Addirittura a Cingoli sono stati ritrovati manufatti risalenti a 3 secoli prima dell’istituzione della città romana di Cingulum, come una famosa iscrizione che si conserva ancora oggi al numero civico 5 di via Foltrani, nei pressi della piazza». Al termine dell’evento, un piccolo estratto riguardante Cingoli del libro “Antiqua Spolia: Reimpieghi di Epoca Romana nell’Architettura Sacra Medievale del Maceratese” scritto da Rainini è stato distribuito gratuitamente al pubblico, rimasto completamente rapito fino all’ultimo dalle sconfinate conoscenze del professore sul territorio maceratese. Pienamente soddisfatto dell’evento anche il sindaco Saltamartini che scherza: «Bello vedere così tanta gente interessata a questo incontro, anche se il grandissimo professor Rainini ci ha fatto sentire tutti un po’ più ignoranti».



