Il cinema ai Salesiani
fa bene all’intera città
Una spinta al centro storico in un percorso già iniziato dall’Excelsior. Altri tempi rispetto ai manifesti vescovili contro la “Dolce vita”
di Giancarlo Liuti
La recente inaugurazione del teatro Don Bosco dei Salesiani anche come sala di cinema a gestione privata è importante per varie ragioni. Anzitutto perché dopo la scomparsa del Corso, dell’Italia, del Cairoli, dello Sferisterio e infine del Tiffany, gli spettacoli cinematografici maceratesi si limitavano al Multiplex di Piediripa, a considerevole distanza, cioè, dalla città, il che non favoriva la frequentazione del centro storico. Poi perché il Don Bosco che diventa anche cinema è un pur piccolo segno di arricchimento culturale dell’intera comunità civile. Infine per un fatto che a mio opinabile avviso è forse è il più significativo: la “laicizzazione” – non sto parlando, intendiamoci, di “laicismo” – di ciò che fino a poco tempo fa s’intendeva per sala parrocchiale o di proprietà ecclesiastica e dunque, per sua propria natura, impegnata nel sostegno di valori religiosi. Su questa strada – va detto – già cammina, a fasi alterne ma da anni , anche l’Excelsior di corso Cavour, che appartiene alla parrocchia dell’Immacolata e proietta film – attualmente il martedì sera – di vario genere. Ma ora il Don Bosco viene a completare e a dare maggiore sostanza a un percorso in cui si riflette un’apertura “mentale” della società maceratese nel suo insieme. E questo, per la “Civitas Mariae”, è uno dei passi nell’emancipazione da quell’appartato isolamento che per almeno un secolo ha caratterizzato le periferie italiane col nome di “provincialismo”.
Una volta, fino agli anni Sessanta, non era così. Nei confronti del cinema (le arti figurative hanno sempre un impeto contestativo dello “status quo” non solo estetico ma anche etico) le istituzioni cattoliche mantenevano un atteggiamento di prudenza, di sospetto e a volte di avversione. Ricordo che nell’atrio delle nostre chiese erano esposte quotidiane avvertenze sulla “visibilità morale” dei film in circolazione, con un particolare “crucifige” per le scene cosiddette “sessuali”. E non bastavano i tagli già imposti dalla censura governativa (“Rocco e i suoi fratelli”, il capolavoro di Luchino Visconti, giunse nelle sale con varie sforbiciature). Per non parlare, poi, della televisione e dei grandi show della Rai, le cui ballerine erano sottoposte a preventive misurazioni delle scollature e all’obbligo di indossare la calzamaglia per coprire la nudità delle gambe. Questi erano i costumi di allora. Ma a Macerata lo erano di più. Altri tempi , altrissimi tempi! A un ragazzo come me fare qualche “corsata” non in gruppo ma in solitaria compagnia di una ragazza sembrava già una “conquista”.
Per ciò che riguardava il cinema come stimolo culturale, di tanto in tanto funzionava, al Cairoli, un “cineclub” per iniziativa del partito comunista e lì si proiettavano, con successivo dibattito, film del neorealismo italiano ma anche di esaltazione della rivoluzione sovietica, fra i quali, inevitabile, “La corazzata Potemkin”. Una “nicchia”, quel cineclub, coi tutti limiti dell’autoreferenzialità e del dogmatismo concettuale. L’unica, comunque, che proponesse, nella città, un confronto di idee – meglio dire “ideologico” e, anzi, “politico” – con la tradizionale e prevalente mentalità d’impronta cattolica.
Una mentalità che ebbe la sua massima e smodata espressione nel gennaio del 1960 a proposito della “Dolce vita” di Fellini. Ricordo infatti i manifesti affissi in tutta la città dal vescovo Silvio Cassulo, che, non per scelta personale ma in un esagerato ossequio agli orientamenti vaticani, ammoniva a non vedere quel film, quasi che vederlo fosse un peccato di cui rendere conto nei confessionali. Allora temetti che i gestori delle nostre sale ne avrebbero tenuto conto e quel film, a Macerata, non sarebbe mai giunto. Per cui, a bordo di una scassatissima “topolino” – altri tempi pure per le auto ! – ci recammo, in tre amici, ad Ancona. E ne tornammo non solo entusiasti di quello straordinario affresco sui turbamenti della società ma anche chiedendoci perché mai la chiesa maceratese fosse a tal punto “reazionaria”. La città, tuttavia, non si adeguò agli appelli vescovili e quando, dopo un paio di giorni, la “Dolce vita” arrivò al Corso, la biglietteria fu presa d’assalto e bisognava fare a cazzotti per entrare in una sala pienissima di gente anche in piedi. E questo fu un inaspettato segno di modernità che veniva dal profondo della coscienza popolare. La città, insomma, si stava “laicizzando”, nel senso alto – tollerante, non dogmatico, dialogico – di questa parola. Parecchi anni più tardi mi capitò d’intervistare Fellini per una inchiesta sui peccati capitali e gli raccontai di quei manifesti. Lui sorrise e scherzando mi disse: “Eccone uno,di peccato, l’accidia, la negligenza nell’operare il bene”.
Altri tempi, ripeto. E non credo che adesso al Don Bosco andranno in scena film di feroce violenza del tipo “Pulp fiction” di Quentin Tarantino o di sfrenato erotismo come quello tratto dal romanzo “Cinquanta sfumature di grigio”. Questa, però, non è censura, ma più legittimamente “linea editoriale”, che, nei contenuti e nelle forme, ha ogni giornale, ogni casa editrice, ogni rete televisiva, ogni emittente radiofonica. Il coraggioso imprenditore cinematografico Nicola Verolini, che si è assunto l’impegno di gestire il Don Bosco (l’ha già fatto per l’Italia, un locale ora in difficoltà per ragioni non culturali ma “politico-istituzionali” fra Provincia e Comune) ha detto: “L’idea è di creare una programmazione vasta, che spazi fra i generi e i pubblici. Il prodotto dev’essere di qualità e deve attrarre spettatori senza finire in una nicchia chiusa in se stessa”. Le opportunità per così dire logistiche non mancano: la vicinanza al centro, la facilità di trovare parcheggio e la comodità di andare al cinema senza doversi recare a Piediripa. Il primo film, inaugurale e gratuito, è stato “Shaun, vita da pecora”, un cartone animato. Ma, come si dice a Macerata, la pecora cammina. E seguiranno film di ogni tipo, in programmazione o già programmati a livello nazionale. Staremo a vedere. Auguri, intanto, a Nicola Verolini.



Li teatri de mó
Che vvò’ annà! Ttordinone 1 è una porcara
che mme pare er teatro de le palle: 2
va’ a Crepanica: 3 è cchiuso. Va’ a la Valle,
e nnun ce trovi ppiú la piccionara. 4
Pe ccocciòli 5 viè ffora una caggnara
de lanternini-a-ojjo de le stalle! 6
Ar zoffione 7 je schiaffeno a le spalle
un zoffiettone da soffià la fiara! 8
Vò’ annà in pratea? te danno un bullettino
che ppe ttrovatte er posto hai d’annà a scola
e imparatte a l’ammente l’abbichino! 9
Llí ppoi come un pupetto in vesticciola,
sbarrato fra ddu’ tavole e un cusscino,
fai la cacca e la pisscia a la ssediola! 10
Roma, 20 gennaio 1833
Vorrei sapere una cosa perché all’epoca quando fu fatto il teatro si trovarono migliaia di euro mentre per la scuola che cadeva a pezzi non bastavano i soldi?! Forse era piu importante tenere aperto un liceo piuttosto che un cinema
E adesso manca solo la riapertura di una sala d’essai dalla linea editoriale schiettamente laica e indipendente. Nella “città della cultura e della pace” è vergognoso che non ce ne sia neanche una quando Ancona, Civitanova, Fermo, Monte Urano, Cupra Marittima, San Benedetto, Ascoli ne hanno una o addirittura più d’una! La cultura si veicola anche attraverso prodotti non per famiglie, spesso per opere discutibili (=che fanno discutere), talvolta attraverso prodotti di nicchia e a basso budget che non troverebbero sbocco nei normali circuiti a vocazione più commerciale.
Liuti, mi permetta una severa tirata d’orecchie cinefila: “50 sfumature…” è un pessimo film erotico, “Pulp fiction” un piccolo capolavoro che ha segnato un’epoca: a dimostrazione che non tutto il buono è per famiglie e non tutto l’apparentemente cattivo è da censurare.
Mi pare esagerato definire laicizzazione la conseguenza della crisi organizzativa e culturale di ambienti religiosi cattolici che non possono o non vogliono gestire direttamente sale e strutture varie. La secolarizzazione vera si e’ compiuta da tempo e interesso’ anche i cinema cattolici attraverso una programmazione banale e omologata, pur se formalmente corretta secondo certi canoni codini, come osservo’ a suo tempo don Milani con profetico acume.
@ Nostop Thenostop
Semplicemente perchè all’epoca il cinema, riammodernato, è stata una delle tante cambiali politiche che sono state pagate.
E dopo l’o scorso 8 marzo, ce ne saranno molte altre da pagare
@Nostop Thenostop
E’ lo stesso motivo per cui le chiese istituzionalizzate (da noi la Cattolica, ma non solo lei, ovviamente) nei secoli ha sempre dedicato molte risorse finanziarie a monumenti e arte sacra piuttosto che dirottarli a opere di carità: il povero muore e non se ne ricorda nessuno, il monumento resta nei secoli.
Mutatis mutandi, la struttura “ludica” rende politicamente, culturalmente e magari anche economicamente molto di più della Scuola cui non crede politicamente più nessuno nell’Ita(g)lia attuale… Poi bisognerebbe parlare di scuola pubblica e di scuola privata, ma qui si aprirebbe un abisso.
Apprendo ora dalla newsletter del Cinema Italia che l’evento “Macerata incontra l’Opera” è stato “improvvisamente” spostato al Don Bosco… che strano, vero!?