La Settimana Santa nella tradizione

VERSO LA PASQUA - Processioni, digiuni, campane e consuetudini nel Maceratese

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Mario Monachesi

Mario Monachesi

di Mario Monachesi

Sin dai giorni precedenti la domenica delle Palme, gruppi di “rapsodi”, composti da due canterini e da un suonatore d’organetto, giravano per la campagna intonando la “Passione di Cristo”. Le famiglie venivano in tal modo richiamate ad un tenore di vita più dimesso e meno chiassoso. Nella domenica delle Palme i contadini si recavano in chiesa con rami d’ulivo affinché fossero benedetti. Una volta a casa, un ramoscello di “Parma venedetta” veniva sistemato sul quadro in cima al letto, mentre quelle dell’anno precedente dovevano essere rigorosamente bruciate. Altre “Parme” volte sia a preservare che a moltiplicare il raccolto ed incastonate su croci di canna, venivano posizionate in mezzo ai campi. Un’altra usanza riguardante questa settimana era quella delle cosiddette pulizie di Pasqua. Si incominciava con il ripulire ” i rami” cioè le pentole della cucina, per poi passare all’imbiancatura di tutta la casa.

La passione alla Bura di Tolentino

La passione alla Bura di Tolentino

Durante l’intera settimana era in uso l’osservanza di un rigido digiuno: veniva consumato il solo pasto di mezzogiorno e questo sino allo sciogliersi delle campane del sabato Santo. Del resto, andando ancora più indietro nel tempo, i nostri avi si imponevano una stretta astinenza fin dall’inizio della Quaresima. In tutto questo periodo non venivano usati altri grassi all’infuori di una esigua quantità di olio. Affinché fosse eliminata ogni traccia dei condimenti del Carnevale venivano rigorosamente ripuliti con la cenere perfino “i rami” o pentole. Sempre in campagna, ad eccezione dei giorni di festa, il pasto consisteva in polenta con aringhe e sardelle. Le cerimonie religiose avevano ed ancora oggi hanno inizio con le visite dei sepolcri il giovedì Santo. Ancora in campagna era consuetudine che al mattino visitassero le chiese i vecchi, sia uomini che donne e i bambini, mentre nel pomeriggio toccava ai giovani. Durante questa giornata ai bambini veniva fatto dono delle ciambelline di anici. La sera del giovedì Santo in città, ciascuna categoria artigiana, separatamente, si riuniva per il rito molto sentito del “fare sardella” o della stoccafissata. Anche i contadini, una volta visitati i sepolcri erano usi, prima di tornare a casa, di “fare sardella” nelle bettole. Questa consuetudine voleva ricordare la cena di Gesù con gli Apostoli, ma poiché il digiuno non permetteva altri cibi, ecco allora sardelle e stoccafisso. Nel frattempo, come ancora oggi avviene, venivano legate le campane. Un tempo neanche l’orologio di piazza batteva le ore. Le varie funzioni religiose erano annunciate per mezzo delle “gnacchere”, piccole nacchere di legno agitate dai ragazzi.

Il venerdì Santo le macellerie facevano ricche esposizioni di agnelli macellati che poi vendevano il sabato Santo. Il proseguire della giornata vedeva invece lo svolgersi di due importanti funzioni, le “tre ore di agonia” e la “processione del Cristo morto”. Le tre ore si svolgevano (e ancora si svolgono) nel pomeriggio, di solito dalle tredici. Un bravo predicatore illustrava il martirio di Nostro Signore, la funzione terminava con la schiodazione e la deposizione dalla croce del simulacro. La sera attraverso vie, strade e case illuminate con lampade, falò ed altri lumi, si snodava la processione con il corpo di Cristo morto adagiato su di una bara spinta dai fedeli. In città, e forse anche in altri centri, una superstizione voleva che quando la bara si fosse per un motivo qualsiasi fermata davanti ad una casa, da lì non avrebbe tardato ad uscire un morto.

Il sabato Santo venivano (e vengono) sciolte le campane. Un tempo, all’inizio del suono a distesa i ragazzi ovunque si trovassero facevano “cutulozzi” (capitomboli).La tradizione voleva che portasse bene contro i dolori del ventre. Le madri facevano fare “cutulozzi” anche ai più piccoli perché un ulteriore usanza diceva che avrebbero camminato da soli presto. Al suono di queste campane, ai bambini ancora in fasce venivano “cavati i piedini”, cioè messe per la prima volta le scarpine. In campagna, anche in assenza di luna buona, veniva seminato ogni tipo di verdura, così facevano i giardinieri per i fiori. Nel pomeriggio il curato passava a benedire le case. Le famiglie visitate facevano trovare sulla tavola, affinché venissero anch’essi benedetti, tutti quei cibi che il giorno dopo avrebbero rallegrato il pranzo di Pasqua, ed erano: agnello, uova pinte (dipinte), ciambelle fatte di uova e farina, pizze di formaggio, la Palomba, in alcuni luoghi “lu rocciu”, un dolce fatto con la stessa pasta delle ciambelle. Nulla veniva però toccato. Durante tutta questa settimana non dovevano assolutamente nascere i pulcini: una volta cresciuti sarebbero diventati cattivi.


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