Attenzione ai social network,
“sfogo di pulsioni subumane”
L’autocritica del top manager di Twitter. Il “cyber-bullismo” è in crescita anche nel Maceratese, specie nel sesso fra giovanissimi. La Polizia postale? Preziosa, ma non basta
L’uso della rete, dei social network (Facebook e Twitter, in prima fila) e dei quotidiani on-line, con un’immensa moltitudine di singole persone che “coram populo” si scambiano opinioni che un tempo restavano chiuse nel privato segna un progresso della partecipazione democratica alla vita sociale. Ne ero convinto anch’io e continuo ad esserlo, sebbene con qualche perplessità che ora trova conferma nelle seguenti parole: “Twitter è diventato lo sfogatoio delle peggiori pulsioni umane o subumane: aggressioni, insulti, molestie ad opera di violenti e frustrati”. Chi le ha dette? Non uno dei soliti e passatisti contestatori delle moderne tecnologie relazionali, ma Dick Costolo, il numero uno – il “top manager” – di Twitter, il social network che nel mondo vanta mezzo miliardo di utenze e quasi trecentomila “cinguettii” al minuto. Perfino lui, dunque, ha messo il dito su una piaga che purtroppo sta provocando episodi sempre meno rari non soltanto di violazione della “privacy” ma di squallida denigrazione delle persone. Il che si verifica soprattutto nella sfera sessuale e soprattutto ai danni di ragazze poco più che bambine.
Macerata non ne è immune. Dopo un anno di indagini la procura del tribunale dei minorenni di Ancona sta tirando le somme su un fatto accaduto in un centro dell’entroterra allorché una quindicenne fu indotta a un rapporto erotico da un amico sedicenne, un rapporto al quale, su invito di lui, assistettero altri tre ragazzi – 16, 16, 17 anni – al fine di scattare fotografie che poi finirono in rete e divennero di dominio pressoché pubblico. I quattro sono imputati di violenza sessuale e divulgazione di materiale pedo-pornografico. Sui loro nomi, su quello della ragazza e su quello della località si mantiene, giustamente, il massimo riserbo. Ma la sentenza, se e quando verrà pronunciata, sarà nota a tutti e mi auguro che pur nelle accortezze dovute all’età minorile sia severa, magari comprendendo qualche considerazione di carattere generale in sintonia con le parole di Dick Costolo. Senza demonizzare la rete e i social network, insomma, bisognerà trovare il modo di porre un limite non solo giuridico ma culturale e di costume a questo genere di attentati all’umano decoro. In Italia vi sono state ragazze che non hanno retto alla vergogna, si sono chiuse in casa, non sono più andate a scuola, sono in cura dagli psichiatri, alcune si sono addirittura suicidate. Giorni fa ho letto che in Lombardia una tredicenne è stata stuprata per sei mesi di seguito da cinque ragazzini di quindici anni, ogni volta, pare, col ricatto delle foto, e solo adesso ha trovato il coraggio di dirlo ai genitori.
Fra noi anziani circola l’idea che ciò dipenda dall’eccessiva precocità dei rapporti sessuali, un fenomeno la cui origine sta nei fermenti di emancipazione giovanile degli anni sessanta del secolo scorso contro un moralismo sessuofobico fino ad allora radicato in Occidente. E’ un’opinione, questa, che tuttavia non tiene conto dell’evolversi dei tempi, per esempio del fatto che i giovani si sono sempre più affermati come protagonisti del mercato e della moda, affrancandosi dalla tradizionale subordinazione ai genitori e dal principio per cui la maturità sociale e politica di cittadini inizia solo a partire dai diciott’anni (non è forse vero che a livello istituzionale sta prevalendo la tendenza di ridurla a sedici anni?). Ma in tutto questo non c’entra – o c’entra poco – il potere mediatico e relazionale di Internet, che, se riflettiamo sulle nefaste conseguenze di cui ho appena parlato, favorisce, semmai, un paradossale e antistorico riaffermarsi di quell’antica mentalità maschilista (altro che emancipazione!) per cui la donna è oggetto dell’arroganza padronale dell’uomo. E a tale regressione Internet sta fornendo, per sua oggettiva natura, un determinante contributo fattuale. Non voluto, però. Altrimenti sarebbe come dire che la colpa di tanti tragici attentati esplosivi è da attribuire ad Alfred Nobel, lo scopritore della dinamite, o che la colpa delle pubblicazioni pornografiche è da attribuire a Johann Gutenberg, l’inventore, nel Quattrocento, della stampa a caratteri mobili.
Fin qui, prendendo spunto dalle foto scattate e diffuse in oltraggio di quella ragazzina maceratese, mi sono limitato a riflettere sulla responsabilità involontaria e però decisiva di Internet nel campo dei rapporti sessuali, ma la clamorosa autocritica di Dick Costolo, il numero uno, ripeto, di Twitter, riguarda sì la sessualità ma si allarga anche alla calunnia, alla diffamazione e alla denigrazione di un’infinità di persone senza che esse possano opporvisi, se non con denunce destinate talvolta a naufragare per la difficoltà di risalire ai colpevoli. Questa piaga sociale si chiama “cyber-bullismo” (bullismo mediante Internet) e ad occuparsene, in Italia, è soprattutto la polizia postale, il cui compito sta nell’identificare i cellulari e i computer da cui sono partiti quei reati. Non sempre, ripeto, ci si riesce, anche perché i “cyber- bulli” più abili riescono talvolta a far perdere le loro tracce.
In un quotidiano locale l’ispettore Raffaele Daniele della polizia postale maceratese ha dichiarato che il fenomeno del “cyber-bullismo” sessuale è in crescita anche nella nostra provincia, l’anno scorso con una decina di casi ad opera di ragazzi e tre casi di adescamento ad opera di adulti eccitati dalle foto circolanti sui social network, in particolare su Facebook. Ma oltre alle indagini in rete, per l’inizio delle quali è indispensabile la denuncia di chi si ritiene offeso, il che avviene di rado per comprensibili ma non condivisibili ragioni di riservatezza, la polizia postale svolge anche opera di prevenzione entrando in contatto coi ragazzi in età scolare e spiegando loro le insidie di un’eccessiva “disinvoltura” nell’uso del web. A questo scopo il 10 di marzo giungerà a Macerata un Tir della polizia postale con uno show nel corso del quale si metterà in guardia contro tali pericoli.
Prevenire è meglio che curare, dice un motto di carattere sanitario. Ma nel caso del “cyber-bullismo”, e specialmente di quello sessuale, ancor meglio è reprimere, se non altro per l’esemplarità educativa della repressione. La polizia postale fa la sua parte. Anche la magistratura, però, si auspica che faccia tempestivamente la sua. E anche la scuola, senza trincerarsi dietro il timore che rivelare certe “inclinazioni” studentesche minacci il buon nome dei propri istituti. E anche le famiglie, nelle quali, per le medesime ragioni, si preferisce non sospettare, non vedere, non sapere, non chiedere aiuto. Ma, anzitutto, anche i social network, effettuando controlli su se stessi e impedendo, per quanto possibile, la diffusione in rete degli eccessi verbali e fotografici di chi li frequenta. Una cosa è sicura: se abbiamo a cuore la civiltà del nostro vivere sociale, vicende come quella della ragazzina maceratese gridano vendetta al cospetto di Dio.

L’esule Tucidide sapeva
tutto quello che può dire un discorso
sulla Democrazia,
e quello che fanno i dittatori,
l’antiquato ciarpame che raccontano
a un apatico sepolcro;
egli analizzò tutto nel suo libro,
la ragione messa al bando,
il dolore che plasma l’abitudine,
il cattivo governo e il cordoglio:
tutto questo ci è inflitto un’altra volta.
In quest’aria neutrale
dove ciechi grattacieli usano
tutta la loro altezza a proclamare
la forza dell’Uomo Collettivo,
ogni lingua versa a gara
la sua scusa vana:
ma chi può vivere a lungo
in un sogno euforico;
essi guardano fuori dallo specchio
la faccia dell’imperialismo
e il torto intrenazionale.
Le facce lungo il bancone
s’aggrappano al loro giorno medio:
le luci non devono mai spegnersi,
la musica deve sempre andare,
tutte le convenzioni cospirano
perchè questa fortezza assuma
l’arredamento di casa;
perchè non vediamo dove stiamo,
persi in un mondo stregato,
bambini spaventati dalla notte
che non sono mai stati felici né buoni.
Ero iscritto a Facebook, ne sono fuggito sia per il livello davvero basso della comunicazione scambiata, sia per il tempo che mi accorgevo di passare davanti a tablet o computer. Sono passato a Twitter e all’inizio mi sembrò un paradiso: eravamo in pochi (rispetto a FB), si trovavano molti profili da cui attingere notizie, dai quali condividere iniziative associative, ho persino conosciuto tre persone con le quali abbiamo stretto un’amicizia reale e molto arricchente. Poi… poi i profili sono cominciati a moltiplicarsi e ho cominciato a sorprendermi delle reazioni davvero poco urbane anche di persone note e di una certa levatura culturale. Poi Twitter ha cominciato a essere invaso da politici (soprattutto nazionale) i cui staff inondavano di slogan spesso anche provocatòri che a loro volta indignavano gli altri. Infine sono arrivati gli integralisti religiosi (in testa le “sentinelle” dell’acclamatissimo avvocato
(2/2) …Amato, gran trionfo a Macerata recentemente con il suo convegno omofobo all’Excelsior), e giù insulti di ogni genere. Poi sono incappato nei “No Euro”… no comment. Poi sono sbarcati in massa i cosiddetti “self-publisher” in ansia da autopromozione: inondazione di tweet autoinneggianti alle loro prodezze letterarie. Eccetera eccetera.
Alla fine, sfinito e stanco di “slalomare” tra insulti d’ogni risma, un brutto giorno ho aggredito anch’io una persona di un gruppo omofobo: a quel punto non mi sono riconosciuto più e ho deciso di dire basta pure a Twitter.
Oggi alcuni amici mi fanno notare che i Social Network vanno saputi usare e che soprattutto FaceBook permette una serie di impostazioni molto stringenti sulla gestione della privacy e che molti profili vanno bloccati al primo sentore di trascendimento… ci sto pensando… MUMBLE MUMBLE, avrebbe detto il buon zio Paperone di una volta. Di certo ho notato che la maggior parte dei partecipanti ai Social non si rende affatto conto di essere su uno spazio pubblico e che i comportamenti dovrebbero essere gli stessi di quando siamo in una pubblica piazza. Dopodiché, è anche vero che c’è tantissimo rancore e tantissima impotenza in giro (d’ogni tipo: intellettuale e sessuale, affettiva e sentimentale) e quel modo di sfogarli secondo qualcuno eviterebbe l’esplodere della violenza degli atti. Forse è vero, ma si sottovaluta il notevole narcisismo derivante dalla “microfama” (leggere l’ottimo libro omonimo di Arduino e Lipperini in merito: illuminante) e da quel che ne consegue. Quanto al “passaggio all’atto”, chiunque di noi esposto a bombardamenti educativi o mediatici negativi, potrebbe restarne vittima, specie se mentalmente è rimasto ad un’età non superiore ai 16 anni: maturità e equilibrio sono virtù che se si riesce a coltivare nel mondo reale, si trasferiscono anche sul web 2.0 o 3.0. Guai però se il web sostituisce il mondo reale: non so se il “travaso” opposto è possibile!…
fortuna che alcuni amici te lo fanno notare!!!
Caro Rossano, l’ho detto tra il serio e il faceto: all’inizio ho pensato che fosse esclusivamente un mio problema di errato approccio ai Social, poi, però, leggendo e confrontandomi sia con gli stessi amici che con altre persone di mia conoscenza, mi sono reso conto che lo “sfogatoio” è una cosa generalizzata e che tutti hanno il problema di come approcciarsi a esso. Ora, per quanto si voglia essere selettivi e abili nell’uso di FB e di TW, sfido te e chiunque a frequentare un posto dove la maggioranza (non pochi sparuti isolati) si urla addosso i peggiori insulti dopo aver attizzato le peggiori provocazioni, li rivolge di tanto in tanto (poi sempre più spesso) pure a te mentre tu cerchi semplicemente di informarti, di chiacchierare, fare amicizia, magari innamorarti di qualcuna o qualcuno, o di divertirti senza dar fastidio a nessuno… ce la faresti? Frequenteresti volentieri questo posto? Io no, o almeno non più. Sarà l’età…