E’ morto Raimondo Mazzola,
uno degli eroi marchigiani
nella leggenda dello ‘Scirè’

L'ADDIO - Oggi i funerali del recanatese, l’unico sopravissuto dell’equipaggio del sommergibile, ‘tradito’ ed affondato ad Haifa. Tra le vittime il maceratese Manlio Baldoni: "Mussolini ci manda a morire: è una guerra senza senso. Io non tornerò più"
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Mazzola

Raimondo Mazzola

di Maurizio Verdenelli

Ultimi onori per l’ultimo eroe dello ‘Scirè’, il sommergibile simbolo stesso di valore militare (fino all’estremo sacrificio) nell’ultima guerra mondiale: l’unità navale, gioiello della Decima Mas che al comando di ufficiali come Durand De La Penne, Gino Birindelli e pure Junio Valerio Borghese (tutte medaglie d’oro) aveva infranto l’indiscussa superiorità navale britannica sui mari del Mediterraneo seminando il terrore nella flotta di Sua Maestà. Questo pomeriggio, nella chiesa del Cristo Redentore a Recanati si sono infatti celebrati (presenti i figli Antonio, Emilio e Marina) i funerali di Raimondo Mazzola, 92 anni, croce di guerra al valor militare, deceduto sabato nella casa di riposo. Mazzola aveva ricevuto l’alto riconoscimento per aver fatto parte di quel ‘mitico’ equipaggio di autentici eroi. Costretti a combattere, e vincere, contro forze superiori in tutto, spietatamente uccisi alla fine nel corso in un’imboscata, traditi dalle intercettazioni da parte dei servizi segreti alleati. Che erano riusciti a decrittare le comunicazioni tedesche del Codice Enigma (caso reso celebre dall’omonimo film) cui lo ‘Scirè’ si era affidato per una pericolosa missione nel porto britannico di Haifa nell’agosto del ‘42. Il recanatese Mazzola si era salvato perché due anni prima, a causa di una pleurite contratta per un’immersione a 70 metri di profondità durata 40 ore -cui il sottomarino era stato costretto per sfuggire alla ‘caccia’ delle navi britanniche- era stato ritenuto dai medici non più adatto alla vita di sommergibilista e dunque imbarcato sull’incrociatore ‘Attilio Regolo’, prima d’essere fatto prigioniero dopo l’8 settembre dai tedeschi. Nel ’41, nell’impresa per cui lo ‘Scirè’ divenne famoso nel Mediterraneo e contemporaneamente il nemico n.1 degli Alleati -l’incursione nel porto di Alessandria d’Egitto con tre siluri a lenta corsa che portarono distruzione nel quartier generale della flotta inglese – c’era tuttavia un altro figlio di questa terra marchigiana.

Il sommergibile Scirè

Il sommergibile Scirè

Era il maceratese Manlio Baldoni, sottufficiale, figlio di Mario, il ‘fotografo’ che aveva denominato la propria ‘botteguccia’ in piazza Mazzini (lui abitava in corso Cairoli) con un nome diventato presto popolarissimo ‘Briscolfoto’. Nome che avrebbe ‘ereditato’ il figlio Pietro, il primo della ‘dinastia’ professionale dei fotoreporter di questa città lavorando poi per ‘Il Resto del carlino’ e per tanti anni, poi, con ‘Il Messaggero’. Manlio era l’orgoglio della famiglia: un giovane, alto, snello, dai muscoli d’acciaio. Subito imbarcato nell’unità simbolo della Regia Marina, che traeva il suo ‘strano’ nome dal luogo di una battaglia in terra d’Africa tra italiani ed etiopi, nelle guerre coloniali. Con i suoi pugni, il maceratese Baldoni, sedava focosità e qualche bullismo che su navi da combattimento nascevano talvolta. “Arrivò pure a spedire, una volta, fuori bordo in acqua i più scalmanati” raccontava il fratello che teneva la foto e la croce di guerra di Manlio in una cornicetta all’ingresso dell’abitazione di famiglia alle ‘Casette’. Naturalmente tutto avveniva da parte di Baldoni a titolo pedagogico: quegli episodi di temporanea sopraffazione con il sergente maceratese non erano tollerati. Nei suoi ritorni a casa, Manlio Baldoni, nonostante che la stampa esaltasse le gesta di quell’ equipaggio invitto nella guerra sottomarina, si mostrava sempre più chiuso e preoccupato.”L’ultima volta, accompagnandolo all’imbarco, ad Ancona, Manlio mi disse chiaramente. Questa è l’ultima volta che ci vediamo: io non tornerò più. Mussolini ci manda a morire, è una guerra senza senso. Noi lottiamo disarmati: impossibile sopravvivere quando ci manca tutto. Ma tu resta vicino sempre a nostra madre” ricordava Pietro. Una ‘raccomandazione’ che lui non avrebbe mai dimenticato. Poi da quel 10 agosto del ’42 nessuno seppe più nulla dello ‘Scirè’ in missione ad Haifa. Fino al giorno 31 quando man mano serpeggio la verità negli Alti Comandi. Gli Inglesi, venuti a sapere della sua missione tramite i codice decrittati, avevano infatti atteso il sommergibile all’interno delle acque del porto lanciando bombe di profondità e quando l’unità italiana dovette affiorare, i sessanta marinai italiani furono uccisi uno per uno. Senza poter riscuotere seppure in parte quella pietà che loro avevano avuto per i marinai delle navi che avevano affondato in 14 missioni vittoriose, soccorsi poi puntualmente.

Facevano troppo paura gli eroi della leggenda della guerra sottomarina, che ad Haifa trasportavano dieci ‘Uomini Gamma’: i mitici sub invasori. Conosciuta la terribile verità, tuttavia da Roma, dal ministero della Guerra, nessuno pensò d’informare i familiari delle vittime. Pietro andò allora a Civitanova e seppe della fine dello ‘Scirè’ dal tam tam dei marinai e mantenne così per tutta la vita una sorta di gratitudine per la città rivierasca che aveva avuto pietà del dolore di una madre e del fratello dell’eroe marchigiano del mare. Per ricordare il fratello, il fotoreporter diventò marinaio ad honorem iscrivendosi all’associazione maceratese e promuovendo il bel monumento (un’ancora) che ‘domina’ dal poggio di Santa Croce, davanti all’omonima chiesa, la città. E molto s’adontò, Baldoni, perché la Rai non inviò all’inaugurazione, una troupe nel ricordo delle vittime del mare. Aveva ragione. Un tentativo di… amichevole pacificazione da parte mia tra l’amico redattore capo Rai, l’indimenticabile Ermete Grifone e lui… fallì. Pietro non perdonava chi in qualche modo e certo inconsapevolmente, dimenticava le vittime dello Scirè. In quegli anni, nell’84 furono recuperate dalla nave Anteo nelle acque di Haifa 42 dei 60 corpi: quello di Manlio Baldoni non c’era. Furono recuperati anche i resti del sottomarino: alcune parti sono ora nei musei dell’Aarsenale di Venezia, di Genova e d’Augusta. La chiglia e le bandiere di combattimento sono esposte al Vittoriano di Roma, com’è giusto che sia. Lo Stato alla fine si ricordò anche delle famiglie dei vittime. A Mazzola, salvatosi per la pleurite e a casa Baldoni arrivarono le croci di guerra. E in corso Cairoli, una pensione per la morte dell’eroico sottufficiale. “Piccola, però: ci bastava appena per una busta di latte al giorno” ricordava Pietro con amarezza. Ma questa è un’altra storia,. O meglio, sempre la stessa: la ricompensa che l’Italia riserva ai suoi eroi mandati a morire per sua ‘colpa’.



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