C’è razzismo a Recanati?
Via, cerchiamo di essere seri!

L’eccessiva amplificazione mediatica di un botta e risposta all’istituto “Mattei” fra uno studente marocchino e una “operatrice scolastica”

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liuti giancarlodi Giancarlo Liuti

Ho seguito con curiosità il presunto caso di razzismo che si sarebbe verificato a Recanati nell’istituto tecnico “Mattei”, un caso sul quale il preside Giovanni Giri sta svolgendo accertamenti – atto dovuto – per appurarne l’autenticità e l’eventuale gravità. Dalle notizie apparse nei giornali, comunque, i fatti sarebbero, grosso modo, i seguenti: uno studente di origini marocchine si è rivolto a un’operatrice scolastica definendola “bidella” e lei, ritenendosi offesa, ha reagito dicendo “bidella lo dici a tua sorella, jihadista!” (leggi l’articolo). Tutto qui, pare. Vero è, intendiamoci, che i tragici fatti di Parigi hanno determinato in tutti noi una comprensibile ipersensibilità sul rischio che il terrorismo islamico (i tagliatori di teste del Califfato iracheno e siriano) compia attentati “molecolari” anche in Italia. Ma a mio avviso questa piccola storia recanatese non ha la portata ideologica e politica che così tanto ci allarma e semmai rientra nel campo non minaccioso della scienza semantica, ossia dell’autentico significato delle parole. Non ci sarebbe stato, dunque, razzismo, ma soltanto un momentaneo confronto polemico di carattere, appunto, linguistico. Il prestigio culturale e civile di quell’istituto, insomma, non merita di essere neanche sfiorato da clamori mediatici che non lo riguardano. Per cui basta, mettiamoci una pietra sopra.
“Bidella”? Quel ragazzo non la riteneva una parola offensiva. “Jihadista”? Quella “operatrice scolastica”, per la quale “bidella” è invece un’offesa, ha istintivamente reagito con una parola che oggi circola in televisione e nei giornali, una parola che non è razzista come lo sarebbe stata, ad esempio, “sporco marocchino” (fra l’altro il Marocco è uno dei paesi islamici più moderati) oppure, come si usava una volta per gli africani, “sporco negro”, queste sì espressioni razziste). Sto esagerando nella sottovalutazione dell’episodio? Può darsi, ma lasciatemi dire che soffiare su certi fuochi rischia di alimentare i peggiori estremismi, compresi quelli di casa nostra. Il preside Giri prenderà provvedimenti disciplinari? Vedremo. Ma sono convinto che saranno nel segno di una serena ed equilibrata valutazione dei fatti. Che, se da un lato hanno scatenato nei media il sospetto di razzismo, a me, tutto sommato, son parsi degni perfino di un sorriso.
Ma ora vengo alla semantica e in particolare all’evoluzione, in Italia, delle parole che riguardano i mestieri e le condizioni fisiche delle persone. Tutt’ora, nei dizionari, la parola “bidello” indica “chi è addetto alle pulizie e alla custodia di una scuola”, ma grazie a un potente afflato egualitaristico esindacalistico il “burocratese” l’ha sostituita con l’espressione “operatore scolastico” , che in qualche modo ha annullato la tradizionale differenza di rango fra bidelli e insegnanti. Per cui sentirsi chiamare “bidello”, oggi, è una sorta di insulto, quasi uno spregevole diminutivo della parola “bidè”, la vaschetta sulla quale sedersi per lavaggi non del tutto esaltanti. E vi pare un progresso da poco? Per un altro verso, poi, sarebbe da non disprezzare il bagaglio culturale di quella “operatrice scolastica”, sia dal punto di vista poetico con l’elegante rima fra “bidella” e “sorella” sia, come conoscenza del mondo, con la parola “jihadista” (se la sarebbe potuta risparmiare, d’accordo, ma pure il ragazzo si sarebbe potuto risparmiare di sentirsene sanguinosamente oltraggiato e di scandalizzarsene a casa, coi genitori), una parola che genericamente e sbrigativamente sta entrando nell’uso comune allorché ci si scambia battute polemiche coi musulmani e financo tra italiani un po’ fumantini. Conclusione: troppo rumore per nulla. Razzismo? Via, al “Mattei” non ce n’è stata neanche la più pallida ombra.
Torno alla semantica. Nei dizionari d’italiano la parola “cieco” continua a indicare “chi è privo della vista”, ma nel linguaggio burocratico è stata ingentilita dalle più solidali espressioni “non vedente” o “ipovedente”. E la parola “sordo”? Non “privo dell’udito”, come riportano i vocabolari, ma “non udente”. E per la tradizionale parola “scopino” con cui i vocabolari si ostinano a definire chi pulisce le strade, c’è stata un’evoluzione a tappe, dapprima “netturbino” e, infine, “operatore ecologico”. Quanto progresso civile, insomma, nella semantica! Magari ce ne fosse stato uno simile in altre questioni del nostro vivere sociale, la legalità, la lotta alla corruzione, la lotta all’evasione fiscale e la riduzione dell’enorme e iniqua disuguaglianza, economica e di ceto, fra ricchi e poveri!
Chiudo col caso di uno “stradino” di Sondrio – Indrit Mena, 38 anni, albanese – che sul sito internet di Repubblica ha ricevuto più di un milione di elogi per la perfezione con cui svolge ogni giorno, dalle sette in punto del mattino, il compito di riverniciare la segnaletica orizzontale delle vie cittadine stendendo precisissime pennellate, posando o togliendo birilli, salutando i passanti e addirittura disciplinando l’andirivieni delle auto. Perché tanti elogi? Perché coi tempi che corrono la gente di Sondrio lo considera una straordinaria eccezione. Intervistato, lui non ha detto che la parola “stradino” lo mortifica e ne preferirebbe una più gratificante, tipo “artista dell’asfalto” o “pittore del traffico”. No. “Questo è il mio lavoro”, ha detto, “e cerco di farlo nel migliore dei modi. La vera soddisfazione per me sono i complimenti dell’assessore ai lavori pubblici”. Riceverà un premio alla produttività? Immagino di no. Tali premi, da noi, sono riservati, in parti uguali e prescindendo dai meriti individuali, a tutti i dirigenti dei servizi municipali. Infine gli è stato chiesto con quale parola gli piacerebbe farsi chiamare. E orgogliosamente ha risposto: “Stradino”. Tanti anni fa, ricordo, uno “spazzino” di Macerata che operava in piazza Pizzarello, dove abitavo, mi mostrò con fierezza un marciapiede e mi disse: “Guàrdalo, pare uno specchio!”. Si sentiva come un avvocato che avesse vinto una causa. Ebbene, “bidella” o “operatrice scolastica”, dovrebbe sempre prevalere il valore, che purtroppo si va perdendo, della dignità umana del lavoro, di qualunque lavoro.


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