“La rotta della speranza” di Ivo Batocco
Il pittore cingolano fino al 16 novembre al Museo del Porziuncola di Assisi
Tema difficile, memoria ineludibile e necessaria è la storia dell’emigrazione italiana quella che dal 1861 al 1985 fa registrare circa 29 milioni di partenze di italiani. Una migrazione di massa di tali proporzioni ha inevitabilmente creato un’altra Italia fuori dai propri confini tanto che secondo alcuni calcoli gli oriundi italiani sarebbero circa 80 milioni presenti in particolare nei vari paesi occidentali ma anche nel nord Africa e nelle ex colonie italiane. La partenza con valigie di cartone con poche modeste cose, il pianto delle madri, il distacco dalla propria terra, i racconti di tante storie individuali di ricerca della felicità, sono ricordi che toccano emotivamente innumerevoli famiglie tra le quali anche quella del pittore cingolano Ivo Batocco: l’Autore della mostra “La rotta della speranza” fino al 16 novembre al Museo del Porziuncola di Assisi.
il critico d’arte Alberto Mazzacchera
Dopo aver affrontato, con quella padronanza della tecnica che gli è propria i temi del francescanesimo (grazie ad importanti committenze di tale Ordine religioso) Ivo Batocco si è accostato al popolo dei senza storia: i clochard. Da qui (con la mostra “Le vie della solitudine. Umanità senza traccia” del 2008) era quasi naturale che l’Artista si spostasse a scandagliare l’esodo caratterizzato dall’emigrazione italiana avendo quale elemento comune la povertà seppure con esiti e accenti diversi. Tanto che nei francescani diventa sorella ed in parte viatico per l’elevazione di spiriti liberati dal fardello del materialismo, per i barboni si trasforma in abbandono e deriva ma anche in emarginazione, mentre per gli emigranti diventa infine molla per l’agognato riscatto personale e sociale.
Ivo Batocco, dopo aver appreso i suoi primi rudimenti di pittura da un docente all’Accademia di Belle Arti di Macerata, conosce e frequenta Pietro Annigoni che lascia nel suo linguaggio artistico una traccia indelebile seppure profondamente rielaborata. Di lui, nel periodo della pittura figurativa mescolata al materico, scrive Armando Ginesi nel 2003: “dispiega le sue forme fondendo, in un esito di felice originalità linguistica, l’iconico e l’aniconico. […] Il risultato finale si potrebbe dire che è una sorta di incontro tra la citazione manierista di tipo pittorico […] e quella decadentista di tipo letterario […] che si traduce in affinità col simbolismo naturalista e con il gusto della monumentalità che furono propri di Aristide Sartorio”. E nel 2008 Stefano Papetti rimarca proprio come Ivo Batocco “mette a disposizione la sua raffinata tecnica pittorica, in cui si ravvisa l’amore per l’opera di Annigoni”. Per la stesura delle opere di questa mostra Ivo Batocco mantiene tutta la forza tipica della sua pittura figurativa qui accentuata da evidenti contrasti luminosi e non rinuncia ad esprimere sui fondi di molte delle tele l’esperienza maturata nel dinamico periodo della ricerca informale.
La mostra articolata in trenta oli su tela (90×90 cm, 80×100 cm, 100×120 cm) ed una sezione di disegni (bozzetti e studi d’artista), approccia dunque sia la grande emigrazione italiana di fine Otto e inizio Novecento e sia l’emigrazione europea limitata quest’ultima agli anni Cinquanta ed in parte Sessanta del Novecento dando uno spazio particolare a quanti sono scesi nelle viscere della terra a svolgere uno dei lavori umani più ingrati e pericolosi: il minatore. Una scelta precisa che si lega da un lato al tempo in cui l’emigrazione è un benefico alleggerimento demografico in aree d’Italia poverissime e dall’altro al periodo in cui grazie alle rimesse degli emigranti l’Italia trova ulteriore forza per la sua crescita economica.
Le opere di Batocco narrano del lungo viaggio della speranza dapprima verso le Americhe, una sorta di nuova terra promessa fatta di libertà e di sogni da realizzare, e poi verso il nord Europa. Dell’essere in comunità straniere di non facile comprensione per lingua, costumi, abitudini alimentari. Di confrontarsi con oceani mai visti, città neppure immaginabili nei remoti e rurali luoghi d’origine. Narrano della struggente nostalgia di chi parte ma anche della promessa di una nuova vita. Raccontano di famiglie che restano in patria dove per scrivere o leggere una lettera spesso c’è bisogno del supporto esterno di una persona alfabetizzata. Raccontano delle tenebre angoscianti della povertà che sono squarciate dalla luce della speranza di un futuro nuovo, di un possibile riscatto sociale e dal coraggio di affrontare con pochi mezzi linguistici, culturali ed economici società ben più complesse del mondo spesso arcaico che si lasciava. La mostra ed il catalogo sono a cura di Alberto Mazzacchera.



