Dalla dissolvenza al nero (parte seconda): Alì e il pensiero selvaggio

Il secondo appuntamento di Edoardo Salvioni con il sogno africano di Pier Paolo Pasolini
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Edoardo Salvioni

di Edoardo Salvioni

 

Si riprende il discorso riguardo al pensiero critico ed alle opere africane di Pier Paolo Pasolini (leggi).

Come già accennato, vi sono tutta una serie di opere aventi la centralità del tema africano e del Terzo Mondo, come già precedentemente affermato: la poesia Profezia contenuta nella raccolta Alì dagli occhi azzurri, il diario di viaggio L’odore dell’India, La guinea e La realtà, due poemetti contenuti nella raccolta Poesia in forma di rosa, i progetti filmici Sopralluoghi in Palestina, Appunti per un film sull’ India, Appunti per un poema sul Terzo Mondo, Appunti per un’Orestiade africana, e la sceneggiatura per un film mai filmato,  Il padre selvaggio.

Si potrebbe affermare che il progetto poetico che anima Pasolini sia quello di creare un gigantesco affresco della situazione terzomondista, un Poema sul Terzo Mondo, prendendo in prestito il titolo del suo progetto. Nello specifico la situazione del popolo africano e della sua lotta per l’ emancipazione politica e culturale, viene vissuta dal poeta al contempo come dimensione oggettiva e soggettiva. A volte questa modalità è di non semplice “sublimazione”, attraverso l’ identificazione e il riconoscimento con l’altro, in quanto oppresso e perseguitato, in una visione allargata e soggettivizante. Dall’altro si situa in una tensione alla resa oggettiva, legata al valore documentario-didascalico, al discorso storico che si tenta di compiere, in una ricerca di comprensione.

Dunque il Terzo Mondo si situerebbe, nella concezione dell’autore, alle periferie di Roma così come in una bidonville africana, ovviamente senza prescindere dalle loro specificità, ma analizzandole problematicamente. L’interesse storico si volgeva ai movimenti indipendentisti che si erano susseguiti durante gli anni Sessanta nel continente africano, con l’eco di lotte per i diritti e l’interesse di alcuni intellettuali di chiara formazione europea nei processi di emancipazione. I riferimenti che l’autore stesso compie sono quelli legati alle figure di Jean-Paul Sartre, Frantz Fanon e Léopold Senghor, Malcolm X. Tutti questi pensatori sono figure note che all’ epoca hanno posto in attenzione il problema della decolonizzazione. Esso ha avuto una sua rilevanza soprattutto dal pensiero di Sartre, in cui si esorta ad una liberazione dalla componente dominatrice culturale e bellica, facente parte della nostra storia culturale. Altro concetto fondante è la Negritudine, concepita sia come una forma di filosofia etnica, sia come ethos che come rivendicazione del destino del popolo africano.

Nella figura di Senghor, preminente teorizzatore di tale concezione, la visione della liberazione del mondo avviene come rifiuto del pensiero che sottende all’azione imperialista e colonialista. Nella sua teorizzazione, si afferma il valore di una prassi culturale che sappia liberare le etnie dal giogo di una dominazione violenta. Da questo interessamento per tale questione politica e culturale, Pasolini si impegna nella realizzazione di una serie di progetti di carattere letterario e cinematografico.

In essi egli cerca di collegare vicendevolmente i  contesti storici e geografici, la propria problematica culturale con il pensiero e la prassi degli autori.

Pier Paolo Pasolini

Come Pasolini attui la rappresentazione del soggetto africano è una ulteriore questione che coinvolge una molteplicità di piani. Il dato soggettivo, la portata autobiografica, «l’estetica passione», sono tutti elementi costanti nella poetica, assolvono ad una funzione tanto preminente quanto a volte ambivalente.

Essa si congiunge ad un discorso di matrice critica e storica, fino a divenirne quasi corpo ed agente attraverso le parole, tanto da sfociare in una visione che è da reputarsi sempre parziale. Nel caso del soggetto africano, come il biografo del poeta Nico Naldini afferma, nell’autore c’era una sorta di ansia di incompletezza che animava il suo giudizio e la sua capacità di intendere senza costrizioni o congetture la natura del continente, la molteplicità delle sue espressioni, a discapito di un buon numero di viaggi, sebbene di breve durata. Questo non toglie affatto che egli dia un valore preminente ai soggetti africani della sua poesia. Essa viene definita, come già detto in precedenza, come «concetto Africa». Si è scelto di utilizzare il termine passione sia nell’accezione di «interesse di natura quasi fisica» vicino alla concezione pasoliniana, così come nell’accezione cristologica del termine, poiché nella rappresentazione della propria questione africana l’autore casarsese ravvisa la risoluzione di un conflitto compiuto attraverso un sacrificio. Questo sacrificio viene compiuto sia dalla civiltà neocapitalistica che da quella precapitalisca dei paesi africani, con molteplici implicazioni. Esse si possono sintetizzare in due possibili coppie concettuali su cui verte la possibilità rappresentativa dell’ altro: “altro da se-altro dentro di se”,  “selvaggio-razionale”.

Sulla prima coppia, si può affermare che il nesso che lega i due termini sia da cercare nel mezzo attraverso cui si attua la rappresentazione. Il soggetto differente apparentemente inintellegibile nella sua autonomia di giudizio, nell’estetica pasoliniana, soprattutto nel caso specifico dell’Africa così come del sottoproletariato, tende spesso a sfociare e riassumersi nell’ altro dentro di se, con una serie di effetti.

Questo procedimento non avviene attraverso una semplice interposizione della propria personalità poetica all’ interno di un personaggio che rappresenta l’altro da sé. Nel personaggio si compie una ricerca di una mimesis. Con questo termine, nel linguaggio poetico di Pasolini, si intende una forma che ricomprenda la passione estetica, carica di soggettività e quindi potenzialmente arbitraria, in una visione complessiva e tendente il più possibile al reale, in compresenza della rappresentazione autonoma dell’altro. Una prima tipologia che si pone a riguardo tratta di una mimesi innanzitutto linguistica. Egli concepisce la tecnica del discorso libero indiretto, in cui si cerca di ricreare il parlato del personaggio, della sua classe e della sua cultura, tenendo conto, nel possibile, di tutti gli aspetti sociologici e psicologici che lo determinano. Si rivela esemplare in tale caso l’abilità dell’autore nel ricreare la parlata gergale e dialettale utilizzata come lingua pura di poesia così come a parte integrante della narrazione dei romanzi). Allo stesso modo egli attua una ricerca mimetica al contrario, non dal personaggio all’autore, bensì dall’autore al personaggio, nel caso del cinema, attraverso la tecnica, evidentemente desunta dalla sua concezione della tecnica letteraria, della soggettiva libera indiretta. In essa si attua la compresenza delle idee e dell’ideologia dell’autore sul protagonista, per cui l’autore ed il protagonista parlano all’unisono.

Gilles Deleuze parla di questa tecnica in una parte dedicata all’autore carsasese nei suoi saggi cinematografici de L’immagine-movimento, nel capitolo intitolato L’immagine-percezione. Essa è «un sistema sempre eterogeneo, lontano dall’ equilibrio», un’opera dunque costituitivamente eterogenea. Analizzando questa curiosa concettualizzazione, il filosofo afferma che i processi diegetici del personaggio narrante o narrantesi si uniscono al mezzo narrativo stesso, in tal caso la cinepresa, che Deleuze ama definire come facente “sentire se stessa”. L’atto di narrazione che la cinepresa ed il soggetto attuano si uniscono nella consapevolezza di un al di là che li inscrive e li trascende al tempo stesso. Una narrazione che sa di essere stessa narrazione, ma in virtù di tale constatazione, assume una maggiore presa concettuale e critica.

Pasolini, come già detto, definisce queste tecniche come fondate sulla mimesis, per quanto lo stesso Deleuze affermi che non si possa ricondurre ad una semplice forma di imitatio, di rifacimento speculare, bensì ad una «correlazione tra due processi disimmetrici che agiscono nella lingua proprio come vasi comunicanti». In questa correlazione si attua una regressione, nella misura in cui la portata soggettiva si compenetra nell’ambiente rappresentato, nella sceneggiatura, così come nel personaggi. Allo stesso tempo lo spettatore si compenetra nella visione del regista, così come la natura sociale e psicologica del personaggio nel registro stilistico. Ritornando alla questione della rappresentazione del soggetto africano, nel caso posto ad esame la mimesi linguistica risulta impossibile per un’evidente mancanza conoscitiva dell’ autore, per quanto in un’ intervista video alla RAI curiosamente affermi di voler abbandonare la lingua italiana come lingua principale per poter parlare in lingua swahili. D’altro canto, il potenziale di rappresentazione dato dal cinema riesce a far comunicare in uno spazio di condivisione comune sia la visione idelogica e poetica dell’autore sia la presenza reale del soggetto posto in questione. Non sarebbe poi stato fonte di stupore immaginare di vedere un film dell’autore in tale lingua, data l’attenzione dell’autore per la lingua come origine e preservazione aurorale di un mondo.

Pasolini sul set

Il cinema, in tal senso, è preferibile per la rappresentazione mimetica, che Pasolini concepisce come parte integrante della propria poetica. Allo stesso modo la poesia attua una rappresentazione  mimetica, non da un punto di vista strettamente linguistico, quanto da un punto di visto storico-critico, in cui convergono la rappresentazione centrale di essere un corpo recluso, oppresso, perseguitato, soggetto di violenza nel pieno di una  di una propria passio christi.

Questa espressione poetica si rende come voce compresente alla presenza dell’oppresso, nel caso specifico.

Occorre precisare che lo stesso autore afferma la necessità del razionale, pur tenendo conto come già detto della componente del selvaggio, che dopo si andrà ad analizzare. Pasolini tenta di proiettare una razionalità alla storia africana che fino a quel momento non si è manifestata nella sua ottica, ciò rende lecito pensare ad una razionalità discorsiva, ad un’ autoriflessività sulla propria etnia legata al discorso di Senghor e di Aimé Césare.

L’esempio forse tanto più simbolico quanto più problematico risulta quello della poesia Profezia.

 

A Jean Paul Sartre che mi ha raccontato
la Storia di Alì dagli occhi azzurri.

 

Era nel mondo un figlio

e un giorno andò in Calabria:

era estate, ed erano

vuote le casupole,

nuove, a pandizucchero,

da fiabe di fate color

della fame. Vuote.

Come porcili senza porci, nel centro di orti senza insalata, di campi

senza terra, di greti senza acqua. Coltivate dalla luna, le campagne.

Le spighe cresciute per bocche di scheletri. Il vento dallo Jonio

scuoteva paglia nera

come nei sogni profetici:

e la luna color della fame

coltivava terreni

che mai l’estate amò.

Ed era nei tempi del figlio

che questo amore poteva

cominciare, e non cominciò.

Il figlio aveva degli occhi

di paglia bruciata, occhi

senza paura, e vide tutto

ciò che era male: nulla

sapeva dell’agricoltura,

delle riforme, della lotta

sindacale, degli Enti Benefattori,

lui – ma aveva quegli occhi.

Ogni oscuro contadino

aveva abbandonato

quelle sue casupole nuove

come porcili senza porci,

su radure color della fame,

sotto montagnole rotonde

in vista dello Jonio profetico.

Tre millenni passarono

non tre secoli, non tre anni, e si sentiva di nuovo nell’aria malarica

l’attesa dei coloni greci. Ah, per quanto ancora, operaio di Milano,

lotterai solo per il salario? Non lo vedi come questi qui ti venerano?

Quasi come un padrone.

Ti porterebbero su

dalla loro antica regione,

frutti e animali, i loro

feticci oscuri, a deporli

con l’orgoglio del rito

nelle tue stanzette novecento,

tra frigorifero e televisione,

attratti dalla tua divinità,

Tu, delle Commissioni Interne,

tu della CGIL, Divinità alleata,

nel sicuro sole del Nord.

Nella loro Terra di razze

diverse, la luna coltiva

una campagna che tu

gli hai procurata inutilmente.

Nella loro Terra di Bestie

Famigliari, la luna

è maestra d’anime che tu

hai modernizzato inutilmente. Ah, ma il figlio sa: la grazia del sapere

è un vento che cambia corso, nel cielo. Soffia ora forse dall’Africa

e tu ascolta ciò che per grazia il figlio sa. Se egli poi non sorride

è perché la speranza per lui

non fu luce ma razionalità.

E la luce del sentimento

dell’Africa, che d’improvviso

spazza le Calabrie, sia un segno

senza significato, valevole

per i tempi futuri! Ecco:

tu smetterai di lottare

per il salario e armerai

la mano dei Calabresi.

Alì dagli Occhi Azzurri

uno dei tanti figli di figli,

scenderà da Algeri, su navi

a vela e a remi. Saranno

con lui migliaia di uomini

coi corpicini e gli occhi

di poveri cani dei padri

sulle barche varate nei Regni della Fame. Porteranno con sè i bambini,

e il pane e il formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua.

Porteranno le nonne e gli asini, sulle triremi rubate ai porti coloniali.

Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,

a milioni, vestiti di stracci

asiatici, e di camicie americane.

Subito i Calabresi diranno,

come da malandrini a malandrini:

«Ecco i vecchi fratelli,

coi figli e il pane e formaggio!»

Da Crotone o Palmi saliranno

a Napoli, e da lì a Barcellona,

a Salonicco e a Marsiglia,

nelle Città della Malavita.

Anime e angeli, topi e pidocchi,

col germe della Storia Antica

voleranno davanti alle willaye.

Essi sempre umili

Essi sempre deboli

essi sempre timidi

essi sempre infimi

essi sempre colpevoli

essi sempre sudditi

essi sempre piccoli,

essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare,

essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi

in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo,

essi che si costruirono

leggi fuori dalla legge,

essi che si adattarono

a un mondo sotto il mondo

essi che credettero

in un Dio servo di Dio,

essi che cantavano

ai massacri dei re,

essi che ballavano

alle guerre borghesi,

essi che pregavano

alle lotte operaie…

deponendo l’onestà

delle religioni contadine,

dimenticando l’onore

della malavita,

tradendo il candore

dei popoli barbari,

dietro ai loro Alì

dagli Occhi Azzurri – usciranno da sotto la terra per uccidere –

usciranno dal fondo del mare per aggredire – scenderanno

dall’alto del cielo per derubare – e prima di giungere a Parigi

per insegnare la gioia di vivere,

prima di giungere a Londra

per insegnare a essere liberi,

prima di giungere a New York,

per insegnare come si è fratelli

– distruggeranno Roma

e sulle sue rovine

deporranno il germe

della Storia Antica.

Poi col Papa e ogni sacramento

andranno su come zingari

verso nord-ovest

con le bandiere rosse

di Trotzky al vento…

 

Pasolini concepisce una sorta di riassetto mondiale in cui tutti gli umili della terra si riuniranno per soppiantare il mostruoso possesso dei vertici, dei potenti, della civiltà.

Come mezzo per questa nuova ipotizzata fase della storia, in cui avverrà una definitiva liberazione da una logica di potere secolarmente dominante ed alienante, Pasolini utilizza una categoria tanto ineffabile quanto in realtà presente, da lui definita come il selvaggio. Una delle prime questioni che si potrebbero porre è se il selvaggio sia una forza storica, e  come si ponga dinanzi alla storia. In tal senso, un autore che ha discettato a lungo sul concetto di selvaggio e la sua presenza nella storia, quale Claude Lévi-Strauss, pur traendone una visione decisamente più complessa e meno finalizzata ad una mira storicista, pone delle riflessioni interessanti, nel capitolo Dialettica e storia, contenuto nel libro Il pensiero selvaggio:

In realtà, la storia non è legata all’uomo, né a nessun oggetto particolare. Essa consiste interamente nel suo metodo, di cui l’esperienza prova che è indispensabile per inventariare l’integralità degli elementi di una struttura qualsiasi, umana o non umana. Non è dunque la ricerca dell’intelligibilità a sfociare nella storia come suo punto d’arrivo, ma è la storia che serve da punto di partenza per ogni ricerca dell’intelligibilità. Così, come si suol dire di certe carriere, la storia conduce a tutto, purché se ne esca. Quest’altra cosa, a cui rinvia la storia avida di riferimenti, dimostra che la conoscenza storica, per grande che sia il suo valore ( che non ci sogniamo di contestare), non merita che la si contrapponga alle altre forme di conoscenza come una forma assolutamente privilegiata. [….] La si scopre già radicata nel pensiero selvaggio, e comprendiamo ora perché mai in esso non fiorisca. È tipico del pensiero selvaggio l’essere atemporale; esso vuole cogliere il mondo come totalità sincronica e diacronica, e la conoscenza che ne acquista assomiglia a quella che offrono, di una camera, degli specchi fissati a muri opposti e che si riflettono a vicenda ( così come gli oggetti che si trovano nello spazio che li separa), ma senza essere rigorosamente paralleli. […] Il pensiero selvaggio approfondisce la sua conoscenza con l’aiuto di imagenes mundi. Costruisce edifici mentali che gli facilitano l’intelligenza del mondo per quel tanto che gli assomigliano. In tal senso, lo si è potuto definire come pensiero analogico.



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