Dalla dissolvenza al nero

Pasolini tra cinema, critica della cultura e il sogno africano
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Edoardo Salvioni

di Edoardo Salvioni

La figura di Pasolini ed il suo profilo di intellettuale partecipe in vari ambiti della cultura, varia da un lato nel mito popolare e la sua entusiastica esaltazione, dall’altro in una forma di aperto disinteresse, se non di disprezzo aperto o malcelato. Gli esempi sono molteplici: si pensi alle critiche fortissime, in parte alleviate e poi riacquisite in distanza finale del poeta Edoardo Sanguineti , alla caricatura mascherata realizzata da Goffredo Parise in Sillabario N.1, al rapporto a volte amicale, a volte caustico con Italo Calvino ed Umberto Eco, la velata quanto estremamente episodica ironia nei suoi confronti, come nel romanzo Dissipatio H.G. di Guido Morselli. Non ultimi, i corsivi caustici di Giorgio Manganelli, come il suo articolo-risposta sul tema dell’aborto, nel beffardo quanto geniale Mammifero italiano, come inoltre mette bene in evidenza il saggio di Elena Frontaloni, Pasolini, note  a margine, in cui i due scrittori vengono posti a confronto come voci critiche, tanto distanti quanto necessarie entrambe, tra impossibilità e possibilità. Tutto questo è andato creandosi intorno alla sua figura-simbolo di intellettuale, in negativo come in positivo. Essa va dunque circoscritta e rivisitata, senza cercare di ridurre o esagerare nulla, ma umilmente perseguendo un vecchio principio filologico mai desueto, tentando di spiegare Pasolini con Pasolini attraverso un cauto e possibilmente attento esercizio critico che sappia carpirne e comprenderne i tratti essenziali nella generale sommersione di interventi, rivalutazioni e svalutazioni, usi degni come abusi od utilizzi impropri che non si vanno qui ad analizzare con acribia minuziosa. La scelta che muove la trattazione di un discorso su Pasolini, il cinema, la critica della cultura, l’Africa come prospettiva, la visione che l’autore ha del continente, della sua cultura, risiede in una possibile comunanza di visione che si andrà a scoprire. Tale prossimità va progressivamente rivelandosi in molteplici punti e snodi teorici. Si porranno innanzitutto delle parole che possono essere una degna premessa in poesia al discorso, un estratto della poesia La realtà.

Onde non io, ma colui che comunico,
trae la disperata conclusione,
di essere il reietto di un raduno

di altri: tutti gli uomini, senza distinzione,
tutti i normali, di cui è questa vita.
E cerco alleanze che non hanno altra ragione

d’essere, come rivalsa, o contropartita,
che diversità, mitezza e impotente violenza:
gli Ebrei…i Negri…ogni umanità bandita…

C’è qui la necessità di comunicare in versi un dissidio certamente personale, ma anche una condizione di conflittualità e di alleanza in tale panorama personale quanto poi propriamente culturale. Come fosse un appropriarsi continuo di uno sguardo altrui, così come il trasfigurare il proprio sguardo su un destino storico segnato, come a suo modo ancora da segnare, riservato all’ambito di quella che Pasolini definisce come “umanità bandita”.
L’autore, nella sua natura polimorfica di poeta prestatosi e “compromessosi” (secondo il suo monito, come fisiologica necessità di “gettare il corpo nella lotta”) in molteplici campi disciplinari e non, in veste di ricercatore della cultura, di ideologo inteso come indagatore della costruzione delle idee e in un discorso più ampio, dei modelli culturali, testimone in corpore vivo di una temperie storico-culturale decisivamente transitoria per il contesto italiano così come per quello mondiale, determina una sorta di impossibilità di completa appropriazione e collocazione netta in una tendenza o una corrente di pensiero. Questa caratteristica, peculiare della sua figura, è perennemente imperniata in una ossimorica proliferazione. Si ricordi la sua predilizione per una figura retorica, che Fortini gli attribuisce come parte integrante della sua poesia, la sineciosi, in cui si contrappongono elementi discordanti senza possibilità di risoluzione reciproca.
Una continua disposizione di idee e progetti tanto da assurgere ad una forma di vera e propria poetica e prassi vitale, è ridefinita da molteplici quanto potenzialmente discordanti interpretazioni.

Pier Paolo Pasolini

Una sua lettura da un punto di vista critico-filosofico, pur mantenendo un suo implicito carico di contraddittorietà irrisolivibile, ne garantisce da un lato una estrema fecondità di analisi come presa diretta del reale sul reale. Il mezzo cinematografico ha una sua indubitabile preminenza in tal caso, così come tutta la problematica del concetto di «realismo» nell’autore. La cinepresa, con la presenza dell’autore a dettarne il codice, la sua capacità di “mangiare la realtà”, di farsi linguaggio vivido e forma di contestazione, dialoga con molteplici piani sovraindividuali ma densi nel loro contrappeso sul piano del singolo, quali la società nelle sue stratificazioni, la cultura a cui appartiene, le varie culture in contatto, definendosi e assumendo il ruolo di suggello polemico di alcune tendenze apparentemente inintellegibili della società e della propria cultura nel caso specifico. Si muove tra molteplici piani nella ricomprensione del modus vivendi derivante da ciò che Pasolini definisce come neocapitalismo. Indubitabile è la propensione ad assumere questo fenomeno economico mondiale come causa fondante della perdita delle singole culture (nello specifico pasoliniano le culture contadine e sottoproletarie) di tutto il mondo. Già in questo punto si profila una comunanza di intenti di problematizzazione dello stato di quella che verrà poi definita globalizzazione, in realizzazione agli effetti culturali di tale processo economico.

Pasolini pone un’agonistica difesa nei confronti del mantenimento di ogni cultura particolare, opponendosi ad un modello univoco, derivante dalla livellazione del capitalismo neoliberista. Essa si pone in un pensare polemico, quanto in una prassi antitetica rispetto alla dominazione culturale falsamente universalistica, attuabile in un propositiva e programmatica «disubbidienza culturale». Riguardo a tale prassi, in relazione poi al discorso cinematografico e culturale africano, tratterà innanzitutto il discorso partendo dalla prospettiva nazionale, per poi giungere ad un ambito maggiormente ampio. Uno dei motivi fondanti che muove il discorso critico, di indubitabile rilievo filosofico, di Pier Paolo Pasolini, è da trovarsi in una costante analisi e revisione del concetto di cultura, in molteplici riflessioni, disseminate in alcuni interventi ( di curioso interesse gli scambi coi lettori di “Vie Nuove” contenute nei volumi Le belle bandiere e I dialoghi, o gli articoli apparsi per “Tempo” ne Il caos), come nelle pubblicazioni di vari articoli aventi la forma di brevi interventi, se non veri e propri micro-saggi, elaborati per il Corriere della Sera, recanti il titolo di Scritti corsariPer una questione di attendibilità filosofica, dalla formazione dell’autore, possiamo affermare che egli abbia nutrito sin dalle prime scelte formative, uno spiccato interesse per la filosofia, dato inoltre il tentativo di conseguire una seconda laurea in tale disciplina. Le sue predilizioni in tale ambito si riservavano a maestri decisamente eterogenei: Marx e Grasmci, Sartre, Abbagnano, Paci (di cui apprezzò sentitamente il volume divulgativo L’esistenzialismo), così come l’apprezzamento per Schopenhauer, Nietzsche, Berdjaev, Lukacs, nonché la teoria critica di Adorno e Marcuse. In questi scritti, muovendosi a suo modo in una personale riflessione filosofica, lo scrittore si fa portavoce di una radicale critica della cultura nazionale e dello stato in cui essa si trova ad essere nei primi anni settanta. Indicativo l’articolo de Il potere senza volto, dagli Scritti corsari:

Che cos’ è la cultura di una nazione? Correntemente si crede, anche da parte di persone colte, che essa sia la cultura degli scienziati, dei politici, dei letterati, dei cineasti, ecc. : cioè la cultura dell’ intelligencja. Invece non è così. E non è neanche la cultura della classe dominante, che appunto attraverso la lotta di classe, cerca di imporla almeno formalmente. Non è infine neanche la cultura della classe dominata, cioè la cultura popolare degli operai e contadini. La cultura di una nazione è un insieme di tutte queste culture di classe: è la media di esse. E sarebbe dunque astratta se non fosse riconoscibile – o per dir meglio, visibile – nel vissuto e nell’ esistenziale, e se non avesse di conseguenza una dimensione pratica. Per molti secoli in Italia, queste culture sono state distinguibili anche se storicamente unificate. Oggi – quasi di colpo, in una specie di Avvento – distinzione e unificazione storica hanno ceduto il posto a una omologazione che realizza quasi miracolosamente il sogno interclassista del Vecchio Potere.

Elias Canetti

Potrebbero fare eco le parole di Elias Canetti, di cui Pasolini era lettore (avendo apprezzato il famoso saggio L’altro processo). Il premio Nobel fu multiforme scittore quanto a suo modo filosofo senza nessuna ieratica ed impositiva professione di pensiero, convinto come lo stesso Pasolini di non ridurre la filosofia a puro rimaneggiamento concettuale di tutta una storia di pensiero. Le riscontranze sembrano similari col grande scrittore bulgaro, riguardo alla natura del potere: finché esisterà un uomo su cui il potere non avrà esercitato la sua impronta, occorrerà sempre lottare criticando, per privarne l’insidia. La riflessione dello scrittore sul concetto di cultura, centrata su un’ ottica nazionale, con una specifica attenzione al legame con la concretezza dell’esistere, di natura antropologica, e di conseguenza al rapporto che essa instaura col potere, si dipana in una trattazione basata su un’ interpretazione marxista della cultura, in quanto determinata dalla lotta di classe sociale e dal ruolo della egemonia culturale di stampo gramsciano. Inoltre, essa è volta a manifestare l’assoluto rifiuto, la «disubbidienza culturale», con similarità al metodo critico auspicato da Nietzsche nella sua seconda delle Considerazioni inattuali, in questo caso nei confronti di una sorta di storia universale del finto progresso neocapitalista. Il rifiuto della quale è totale. Significativo ed importante anche un altro articolo, Ampliamento del bozzetto sulla rivoluzione antropologica in Italia, dedicato alla condizione degli intellettuali in quanto detentori esclusivi di cultura:

Noi intellettuali tendiamo sempre ad identificare la “cultura” con la nostra cultura: quindi la morale con la nostra morale e l’ ideologia con la nostra ideologia. Questo significa: 1) che non usiamo la parola “cultura” nel senso scientifico. 2) che esprimiamo, con questo, un certo insopprimibile razzismo verso coloro che vivono, appunto, un’ altra cultura.

Qui si pone a critica il dominio esclusivo dell’ intellettuale in quanto detentore della cultura e la sua autorefernzialità escludente le altri visioni del mondo.
Pasolini, nelle righe che seguono di questo articolo, afferma che egli, grazie al suo trascorso e alle sue esperienze, si è potuto distaccare da questo stato, e posto in conflitto con esso.
La problematica dell’identità culturale affonda fin da subito la sua trattazione nel contesto prettamente esistenziale, per poi estendersi al lato sociale e politico della propria nazione. Ma già vi fu a suo tempo un ampliamento della questione con particolare riferimento al caso del sottoproletariato, che in Pasolini assume una connotazione identitaria transnazionale.

Da questo punto rilevante del discorso critico si attua un’ ampliazione della questione della cultura, su come essa crea se stessa e ciò che le risulta diverso o contrapposto, ponendo come asse fondamentale la presenza della cultura sottoproletaria come una categoria trascendente le sepcificità nazionali. Il poeta adduce ad esempio i casi dell’ Africa, di alcune zone dell’Asia e dell’America latina ricondotte al Terzo Mondo, ricollocandoli all’interno di un ampio contesto che guarda a dei tratti comuni quali la origine contadina; ciò che Fortini definisce polemicamente nella poetica dell’autore come «vitalismo regressivo», che si riconduce al mancato sviluppo industriale del sottoproletariato a cui si accompagna la presenza una sorta di originarietà culturale, così come la ricorrente per quanto complessa e difficoltosa resistenza alle maglie devastatrici e livellatrici della modernità.

ancora Pier Paolo Pasolini

Tale tendenza viene sintetizzata, dalla studiosa pasoliniana Giovanna Trento, nel significato che Pasolini attribuisce al termine “Terzo Mondo” e al suo particolarissimo «concetto Africa». Lei stessa lo definisce attraverso il termine «Panmeridionalismo», in cui andrebbero a convergere nel primo e nel secondo la funzione resistenziale della civiltà contadina, innanzitutto nei processi di emancipazione africana; poi, in ambito internazionale, come «condizione sottoproletaria estremamente complessa ancora inutilizzata come forza rivoluzionaria reale». In essi vive tutta una serie di tratti culturali comuni della civiltà contadina, dall’ Europa Meridionale, passando per l’ Africa, l’Asia e l’America del Sud.

Lungi dall’assumere una valenza esclusivamente ed ingenuamente politica, per quanto questa dimensione non possa essere mai scevra nel multistratificato pensiero dell’ autore, in questi saggi convergono tutta una serie di considerazioni di carattere estetico, per quanto concerne la realizzazione di opere letterarie e cinematografiche: la bellezza ingenua e la libertà erotica del «corpo popolare», la funzione sovversiva delle classi subalterne in quanto luogo dell’utopico, di purezza; marginalità come opposizione alla falsità ideologica e all’illusione di dominazione del potere capitalistico, l’interesse per il rapporto che intercorre tra la dimensione della cultura in relazione alla storia e al potere politico.

D’altro canto si accentua la portata antropologica ed etica che questo sguardo compie, favorendo il confronto col mondo sia a partire dall’autore che dal soggetto interlocutore. Intrinseca, inevitabile, è sempre la contraddittorietà, come pure il tentativo, di una rappresentazione propria dell’altro a partire dal proprio retaggio culturale, consapevolmente riconosciuto e tentato di attuare dall’autore, nella misura in cui si volesse favorire la presunta intellegibilità o la portata rinnovatrice di soggetti resi estranei e resi subordinati, secondo modelli di chiara matrice occidentale.

 Ad esemplificare, il progetto della sua Orestiade tradotta per il teatro ed ambientata in Africa per il cinema, con il titolo di Appunti per un’ Orestiade africana. Un’operazione che si rivelò decisamente controversa, ma non per questo evitata. Ma avremo modo di tornarci su.



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