Leopardi in Russia
Dopo le traduzioni in lingua inglese oltre Atlantico in arrivo studi e traduzioni ad "Oriente"
di Donatella Donati
Il grande successo della traduzione dei Canti e dello Zibaldone di Leopardi in lingua inglese e l’attesa a New York per la presentazione in prima assoluta del film di Martone a lui dedicato per la cui realizzazione la Regione Marche si è molto spesa, non deve farci dimenticare quei traduttori che in altre lingue hanno fatto conoscere il nostro “patrono laico” come lo chiamava Umberto Bosco che è stato prima di Foschi il più capace e competente direttore del Centro Nazionale Studi Leopardiani.
Due eleganti e corposi volumi, l’integrale traduzione dello Zibaldone e dell’intera Corrispondenza, sono usciti in Francia per le Edizioni Allia tra la fine degli anni novanta e primi anni del duemila. Un lancio di alto spessore culturale voluto con impegno economico rilevante dall’editore Gérard Bérréby e da Franco Foschi, una operazione importante per l’immagine dell’Europa e dell’Italia nel mondo. Meno risalto si è dato immeritatamente per quanto fatto da un intellettuale russo, Alexander Makhov, studioso dell’arte italiana del Rinascimento e traduttore di Leopardi. Makhov ha cominciato giovanissimo a studiare a Mosca l’italiano, lingua della quale si è impadronito perfettamente. Per questo Kruscev lo ha scelto come suo interprete nei colloqui con i comunisti italiani che si recavano in Russia. Lo chiamò anche il giorno in cui alla riunione del Soviet supremo diede l’ostracismo a Stalin e Togliatti e Iotti presenti, rimasti annichiliti, chiesero di essere ricevuti da lui. Cosa raccontare agli italiani? Per cinque ore, impedendo ai due ogni interruzione, Kruscev spiegò ab imo le ragioni di quella scelta e Makhov tradusse. Fu poi mandato in Italia, era la prima volta, all’Istituto di cultura e in Italia conobbe direttamente l’arte e la poesia. Nelle Marche è arrivato tramite degli industriali marchigiani e a Recanati ha girato un documentario su Leopardi per la televisione russa e l’amicizia con foschi gli ha aperto la strada delle traduzioni in lingua e caratteri cirillici. Molto apprezzata la traduzione dei Paralipomeni alla Batracomiomachia, un’operetta di satira politica di Leopardi che nella battaglia dei topi e delle rane di Omero vede la politica del suo tempo e noi…del nostro.
L’Università di Macerata nella persona di Marco Sabbatini, professore di Lingua e letteratura russa, sta predisponendo un volume dedicato a Leopardi e l’Oriente in cui si parlerà delle sue traduzioni di Leopardi. Intanto è in uscita a Mosca il suo volume di ben 600 pagine su Michelangelo che segue quelli già usciti su Caravaggio, Raffaello e Crivelli, veramente magnifici per la cura delle immagini e il valore critico. Alcuni anni fa, quando era sindaco di Mosca Lukhov, era riuscito ad avere la promessa di un monumento a Leopardi accanto a quello di Puskin, ma l’era Putin ha fatto accantonare il progetto già definito in molte sue parti. Leopardi, s’è detto, non è ancora abbastanza conosciuto in Russia. Makhov ci pensa ancora e non lo crede liquidato. Possiamo sperare in qualche iniziativa, anche solo di tramite e di interessamento, del Centro nazionale di studi leopardiani? A volte verrebbe da evocare scherzosamente come metafora della sua attuale condizione il titolo di un libro su Leopardi, L’Olimpo abbandonato, scritto da un illustre componente del Cda. Esso è stretto tra debiti e incapacità di direzione, con un comitato scientifico di alto livello ma poco incline ad aprirsi ai tanti studiosi, artisti, scrittori, scienziati e musicisti italiani, alcuni dei quali marchigiani, impegnati in modo moderno e disinteressato, che hanno relazioni con la cultura europea e non hanno lasciato Leopardi, come ha dichiarato nel momento del suo insediamento il presidente attuale, sui banchi di scuola.

La compilatrice dell’articolo confonde la ” non apertura” del comitato del cnsl, con il rigore scientifico che contraddistingue i professori che ne fanno parte, dai ciarlatani che scrivono di tutto e di più su Leopardi.