Impegnarsi nell’irreale

Andrea Capodimonte, studente universitario e nostro lettore, conosciuto tramite lo "Spazio inediti" di qualche settimana fa, comincia da qui la sua collaborazione con "Quid Culturae", con questa bella riflessione sulla recente narrativa italiana
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di Andrea Capodimonte

Negli ultimi anni si è tentato di classificare la letteratura in due macrogeneri: fiction e non-fiction. La suddivisione in queste due categorie (che può sembrare banale) ha sollevato diverse discussioni su ciò che è finzione e su ciò che non lo è. In particolar modo ha destato l’attenzione di molti il caso editoriale Saviano (che al di là del giudizio di valore che si dà all’opera) ha suscitato problemi nella sua “etichettazione”. Gomorra, pubblicato nel 2006, si è presentato al pubblico come un libro della collana “Strade Blu”, pensata inizialmente per la narrativa (campo che rientra normalmente nell’universo della finzione). Leggendolo però, si ha tutt’altra impressione: Saviano, infatti, imposta il libro come una testimonianza: non come quella di Sostiene Pereira di Tabucchi, ma come quella di Se questo è un uomo, di Primo Levi. E si distacca anche completamente dal Sandokan di Balestrini, benché questo sia venuto prima e benché si trattino le stesse tematiche; questo perché in Gomorra il personaggio protagonista si fa testimone degli eventi accaduti: ha visto e vuole riportare all’universo del vero ciò di cui è stato testimone. In realtà poi non è solo la narrazione a differirlo dall’opera di Balestrini, ma anche lo stile: un racconto senza punteggiatura (Sandokan) elude i criteri basilari sui quali si fonda la veridicità della testimonianza, presentandosi all’insegna della pura letterarietà. E già dalla Mimesis di Auerbach è consolidata l’idea che la realtà non è questione tematica, ma bensì formale.

C’è un episodio interessante che riguarda Gomorra. Quando Saviano tornò per la prima volta a Casal di Principe trovò alcuni camorristi con le braccia conserte, a significare che non erano pronti ad applaudirlo e per sfregiarlo gli urlarono: “hai scritto proprio un bel romanzo”. Frase che normalmente non ha nulla di offensivo, ma lo diventa quando la parola “romanzo” acquisisce il significato di finzione. I camorristi intendevano: “hai scritto proprio una bella opera di finzione”, ovvero, quello che è scritto lì dentro non è realtà, è solo letteratura. O forse intendevano solamente che i romanzi non sono nient’altro che romanzi, di certo non possono cambiare il mondo. Ma comunque lo si vede, il romanzo sembra assumere connotazione negativa.

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la copertina di “Gomorra”

C’è chi è sicuro che questa riluttanza verso la finzione e verso l’universo finzionale derivi proprio dagli anni ‘80, o meglio, dal periodo postmoderno. Si accusa il postmoderno di aver rinchiuso la letteratura in un universo giocoso, evitando al massimo i rapporti con la realtà. E anche quando le opere postmoderne cercavano di “impegnarsi” non lo hanno mai fatto in maniera diretta, ma sempre velata e sotterranea. Per questo già dagli anni ‘90 inzia la fioritura dei generi documentaristici o cronachistici, ma la scossa viene data dall’11 Settembre 2001, data che per molti significa la fine del gioco letterario. Gli autori iniziano a rendersi conto che c’è una realtà tragica e che forse sarebbe necessario “raccontarla”. Ma la realtà in questione è una post-realtà, in quanto il disastro avvenuto alle Twin Towers viene filtrato attraverso i nuovi mezzi mediatici e ripresentato a noi attraverso questi. L’uomo del 2001 sta entrando nella fase del reality show, dove delle “vite reali” sono sottoposte al giudizio del grande pubblico, che è anche giudice di ciò che vede, capace di giudicare e scegliere, ad esempio, i concorrenti da eliminare, quelli che secondo lui sono meno validi. Questa è la postrealtà, ciò che vedi è tutto vero.

Così, dopo la riscoperta di una realtà tragica, molti intellettuali e scrittori non se la sentono più di giocare e decidono d’impegnarsi nel raccontare la povertà della vita di tutti i giorni. Fiorisce allora la non-fiction novel, che soprattutto in Italia sembra volersi occupare di vita pubblica; i temi preferiti sono infatti il lavoro, la politica e la cronaca nera. Ma non c’è da meravigliarsi, visto che già uno scrittore come Sciascia, nel 1975, pubblica già un’opera di non-fiction: La scomparsa di Majorana. Ciò che stupisce però, è che proprio scrittori che in passato si sono dedicati completamente alla finzione, dopo l’11 Settembre si buttino a capofitto nella letteratura impegnata. È il caso di Aldo Nove, ex “cannibale”, che nel 2006 pubblica il libro Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese… Raccolta d’interviste con tema principe la disoccupazione, accompagnate da un commento e racconto di Nove. Sulla quarta di copertina troviamo scritto: “Questa non è fiction. È realtà. La realtà del lavoro oggi.”. Ma Aldo Nove è probabilmente uno scrittore attento al suo tempo, perché già nel 1998, con la raccolta di racconti Superwoobinda, inizia a sondare il mondo della televisione e il rapporto complicato che intercorre tra uomo e post-realtà. Ma non è l’unico ad addentrarsi in questo nuovo campo. E probabilmente colui che è riuscito ad indagare meglio il mondo della finzione, della televisione e del reality show è Walter Siti, che già dal 1994 con Scuola di nudo, inizia la trilogia basata sulla sua finta autobiografia, che viene conclusa nel 2006 con Troppi paradisi. Ma attenzione, Walter Siti ritorna al gioco letterario e va quasi controcorrente, perché attua la strategia dell’auto-fiction, ovvero, il protagonista della trilogia è Walter Siti che si muove in un universo finzionale, benché poi la storia venga strutturata come una vera e propria biografia. Ma la storia del Walter Siti scrittore non è quella che ritroviamo nel libro. Gli eventi sono verosimili, ma non veri. In pratica il contrario di Saviano.

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la copertina de “La scomparsa di Majorana”

Ma Walter Siti non è solo narratore, è ben consapevole di cosa significhi la realtà nella narrativa e il titolo del suo ultimo saggio è già esplicativo: Il realismo è l’impossibile (2013). Infatti Siti, rispetto a tutti gli altri scrittori che fanno della loro letteratura un impegno civile, sa bene cosa significhi la realtà e non si abbassa ad un semplice copia-incolla del reale, ma ci ricama sopra partendo dal dettaglio.Ed infatti proprio Siti nel suo saggio prende posizione contro la letteratura rilanciata da Saviano, scrivendo: “Da Gomorra è nato un filone di “romanzi di mafia e camorra”, spesso non privi di pregi ma piuttosto prevedibili nelle descrizioni e nella morale narrativa. Il tema della criminalità è comunque molto più vasto e in Italia, si è detto, è stato interpretato soprattutto da polizieschi e dai noir; lì il genere è dichiarato, quindi lo schema narrativo è fisso e la lingua dei personaggi è stilizzata per definizione. La loro qualità “realistica” consisterebbe nell’aderire (appunto per forza di genere) alla specificità dei misteri italiani, dei complotti orditi dal Potere all’insaputa dei cittadini – un reale presunto, una forma paranoica di conoscenza, un’ideologia che legge la storia italiana come guerra per bande. Ma è realismo replicare un’ideologia?”. Va poi ad analizzare un brano tratto da Io sono il Libanese  di De Cataldo e giudica: “Una panoplia di dettagli da far invidia ai realisti dell’Ottocento, dettagli funzionali a un carattere; ma c’è qualcosa che ci salva dall’inganno illusionistico, nemmeno per un istante abbiamo l’impressione di trovarci in quella cella – ce ne separa un diaframma, anzi uno schermo: quella che vediamo non è una persona viva, è un personaggi del cinema.”. Analizzando poi un brano che non ha velleità romanzesche, ma puramente informative, Il capo dei capi di Peppino D’Avanzo arriva alla conclusione: “Se anche i giornalisti coraggiosi sostituiscono l’immagine stereotipa alla realtà, se per loro non può valere il sospetto meschino di una scrittura già predisposta per una versione cinematografica, allora dobbiamo prendere in considerazione un’ipotesi ben più terrificante: forse l’immagine mediatica e spettacolare ha ormai talmente perso possesso del nostro cervello che chi vuole apparire credibile deve imitare quella e non la realtà sottostante.”

E qui torniamo a Gomorra. Saviano pretende di testimoniare il reale attraverso uno stile romanzato e forse, vista la diatriba che è riuscito a “realizzare”, il suo intento è riuscito. Anche perché alla base della non-fiction novel risiede la volontà di sensibilizzare gli animi e di provocare indignazione. Nel suo caso quelli che più si sono indignati sono proprio i camorristi che decidono di accoglierlo con le braccia conserte, e probabilmente sono proprio loro ad aver accresciuto la potenzialità del libro, dandogli peso. Gomorra è un romanzo, benché Saviano giochi sulla sua veridicità. E quando un romanzo riesce a modificare la realtà, l’esperimento della non-fiction è veramente riuscito.



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