Televisione: la miniserie di “Southcliffe”

Incursione nel mondo delle fiction inglesi
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Giacomo

Giacomo Alessandrini

 

di Giacomo Alessandrini

 

Una panoramica delle colline inglesi, il dettaglio di una casa, il primo piano di un’anziana donna che raccoglie fiori in giardino; poi un rumore sordo. Uno sparo in lontananza. Due, tre, quattro spari. Il soggetto sullo sfondo, messo di proposito fuori fuoco, sembra impugnare un fucile.
Buio. Qualcuno scappa in preda al panico mentre il suono delle sirene echeggia nell’oscurità; poi il silenzio.

“Sono David Whitehead. Vengo da questo posto. Una piccola e tranquilla città di mercato inglese. Non si commettono omicidi di massa in città come queste. E’ una comunità unita e rispettosa della legge. Persone semplici. Brava gente. Inghilterra anglosassone…Questo è quello che dicono in televisione; non è come la ricordo io.”

Comincia così una delle più belle e drammatiche miniserie inglesi degli ultimi anni: Southcliffe. Prodotta dalla Warp Films è stata distribuita da Channel 4 nell’estate del 2013. L’opera televisiva è un trattato sulla violenza, quella violenza cui il protagonista non riesce a sottrarsi, nella sua ultima crociata contro quel mondo che, da sempre, l’ha educato all’indifferenza.

I personaggi che compongono la storia sono molti: Stephen Morton (Sean Harris, Micheletto nella serie dedicata ai Borgia), l’assassino alle

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una scena della fiction

prese con i demoni interiori, braccato dalla polizia e costretto alla ritirata nei boschi. David Whitehead (Rory Kinnear, il primo ministro inglese nell’episodio pilota di Black Mirror), il cronista televisivo senza peli sulla lingua, tornato nella città natale per raccontare la tragedia che si poteva evitare. Claire (Shirley Henderson, Moaning Myrtle nei film di Harry Potter) e Andrew Salter (Eddie Marsan, protagonista del recente capolavoro cinematografico Still Life), i coniugi disperati, obbligati ad identificare il corpo della figlia in obitorio. Paul Gould (Anatol Yusef, Meyer Lansky nella Boardwalk Empire di Terence Winter), il classico uomo qualunque, infedele alla moglie e divorato dal rimorso per la morte prematura. Chris Cooper (Joe Dempsie, Gendry Waters nella nuova serie culto Game of Thrones), soldato reduce dell’Afghanistan, causa scatenante dei tragici eventi.

In questa prima e unica stagione, scritta splendidamente da Tony Grisoni, già autore della Red Riding, tratta dai romanzi di David Peace, ci si immerge in uno scenario claustrofobico, al limite del thriller psicologico. E’oscura, volutamente agghiacciante, da “cinebrivido” come direbbe l’Alex di Burgess. Scava nelle coscienze sporche, alla ricerca di quella scintilla, di quel malessere che farà da catalizzatore alla follia del più fragile, e apparentemente innocuo, degli uomini.

La serie, ancora inedita in Italia, viene narrata in 4 episodi da 40 minuti ognuno, tra curve e snodi temporali (analessi e prolessi), con l’arduo compito di immergere lo spettatore in quel caos calmo che governa la dormiente Southcliffe. Da subito troviamo uno stile di regia, per così dire, pulito. Movimenti di macchina lenti e fluidi, quasi freddi, da cavalletto, con pochissime riprese a mano e piani sequenza. Tutto è avvolto da quell’aura (perfettamente equilibrata e mai pesante) di staticità, tipica delle migliori serie televisive inglesi, vero e proprio marchio di fabbrica degli ultimi anni.

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un’altra scena di Southcliffe

Un incontro non previsto, che di fortuito ha ben poco, tra il disadattato Stephen Morton, che tira a campare facendo lavoretti malpagati per i suoi concittadini, e il militare Chris Cooper, da poco tornato dalla guerra in Medio Oriente, pone le basi per il disastro. I due legheranno grazie alla passione per le armi da fuoco, incontrandosi in più di un’occasione per esercitarsi e finalizzare le tecniche di sopravvivenza in vista di un probabile richiamo. Stephen, spacciandosi per un Royal Marines in congedo, desterà i sospetti dello zio di Cooper che, venuto a conoscenza della verità sull’uomo, decide di fare chiarezza. Morton verrà così umiliato da entrambi (e si vendicherà).

Southcliff è in realtà un’efficace metafora della contemporaneità: tutti si conoscono e nessuno parla. E’ una conoscersi apparente, mistificatore, fatto di sorrisi e abbracci spezzati, di sguardi persi nel vuoto e mani che faticano a prestare soccorso. Gli attori portano in scena nei movimenti, nelle parole, nei gesti, quella solitudine che lentamente porta i personaggi a fare i conti con l’oblio.

Una tranquilla cittadina di provincia inglese che diviene teatro di efferati delitti, senza distinzione di età, sesso e condizione delle vittime. Non c’è né amore (l’infertilità della protagonista Claire non è casuale, sigilla non solo una mancanza di volontà, ma anche una mancanza di possibilità), ma non c’è nemmeno odio (il che è, da un lato, terrificante): è come se Stephen, uccidendo anche i più innocenti, intendesse affrancarli dal grande nulla, la cui violenza – è dato intuire – è più subdola e feroce del più crudele colpo di pistola.

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un’altra inquadratura da Southcliffe

C’è violenza e paradossalmente non c’è sangue. E’ l’anima dei protagonisti, quella che non smette di sanguinare, incapace di guarire dai ricordi. A Southcliffe non vincono i buoni: vince il dolore sordo dell’indifferenza.



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