Donne e elezioni
Un secolo fa il diritto di voto a dieci marchigiane, oggi "troppe" donne in lista
Liberilibri pubblica sul finire del 2012 “Dieci donne. Storia delle prime elettrici italiane” di Marco Severini, professore di Storia dell’Italia contemporanea all’Università di Macerata. Per tanti versi una storia inedita eccezionale, e dimenticata, quella di dieci maestrine marchigiane che il 25 luglio 1906, in un’epoca in cui il voto era ad esclusivo appannaggio maschile, ottennero l’iscrizione nelle liste elettorali grazie all’illuminata sentenza della Corte d’Appello di Ancona presieduta da Lodovico Mortara. Una sentenza clamorosa. Come clamorosa risuona oggi, a distanza di centosette anni e in piena campagna elettorale, un’altra sentenza di un’altra Corte di Appello, quella di Roma, che ha escluso dalla corsa alle regionali del Lazio la lista di Giustizia, Amnistia e Libertà (il listino dei Radicali) perché, udite bene, contenente cinque donne e quattro uomini: dunque sbilanciata e non in grado di garantire la parità di genere! Insomma troppe donne ha tuonato l’ufficio elettorale centrale, questa lista non s’ha da fare. Nonostante la rabbiosa (e legittima, e inutile) reazione dei Radicali, nonostante il ritiro di una delle candidate per riequilibrare la legale parità dei sessi, e nonostante la secca risposta del Ministro Anna Maria Cancellieri secondo cui “è stata rispettata la legge”, si preannuncia un ricorso infuocato e la vicenda non è affatto conclusa.
Ma tanto basta a riflettere sull’abissale differenza di vedute tra il magistrato di un secolo fa e i freddi e cavillosi burocrati odierni, come pure sulla non comune apertura mentale di Lodovico Mortara. Insigne giurista e in seguito anche Ministro della Giustizia, non fece altro che applicare la legge, anche se questa andava contro i suoi stessi principi (egli infatti dichiarò in un’intervista dell’epoca di non condividere personalmente quella battaglia). Ma nessun pregiudizio, nessun preconcetto influì sulla storica sentenza, un conto era il suo pensiero, un conto era la giusta applicazione della legge: poiché il divieto di iscrizione alle donne nelle liste elettorali non era espresso in nessuna legge, concesse il diritto politico di voto alle dieci richiedenti. Sfortunatamente, la stabilità del governo Giolitti non rese possibili nuove elezioni nel breve periodo (dieci mesi) in cui Adele, Carola, Dina, Emilia, Enrica, Giulia, Giuseppina, Iginia, Luigia e Palmira – questi i loro nomi – rimasero iscritte nelle liste e dunque non poterono mai votare. Fu una successiva sentenza della Cassazione del maggio 1907 ad annullare la sentenza Mortara e ad impedire alle dieci maestrine di Senigallia (tranne una nativa di Montemarciano) di entrare nella storia: avrebbero battuto sul tempo sia le suffragette inglesi, al voto nel 1918, sia quelle americane, alle urne per la prima volta nel 1920. In Italia l’accesso al voto alle donne, come si sa, avvenne solo quarant’anni dopo, nel 1946.
Intanto la vicenda raccontata da Severini ha suscitato un forte interesse fra i lettori (tanto che è già uscita la seconda edizione) e sulla stampa nazionale, con recensioni sulla Domenica inserto culturale del Sole 24 Ore, sul Corriere della Sera (è giusto di oggi l’editoriale firmato da Antonio Polito) e l’intervista all’autore sul Giornale Radio Rai. “Dieci donne” è il frutto di una ricerca storica in rosa, dedicata a figure femminili che avevano molto in comune, oltre alla provenienza geografica: un’età media di ventotto anni, un’estrazione sociale modesta, un brillante stato di servizio. Ad accomunarle anche un identico percorso professionale, fatto di lunghi e faticosi precariati, difficoltà, ingiustizie, stipendi troppo modesti. E pur estranee alla militanza politica, con tale conquista riuscirono a imprimere una svolta imprevista alla lotta per il suffragio e l’emancipazione femminile. Severini ricostruisce con rigorosa puntualità il contesto socio-politico dell’epoca, analizzando tutte le vicende che portarono a quella sentenza storica, e riportando a galla notizie biografiche e vicissitudini di queste dieci donne, coraggiose ma ricadute presto nell’anonimato.

Ben vengano le donne in politica… tranne IRENE MANZI!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Ogni tanto fa bene ricordare ( molti probabilmmente neanche lo sanno) che le donne in Italia hanno avuto “il permesso” di votare solo dal 1946. 36 anni dopo le americane e 38 dopo le inglesi.
La distanza temporale più o meno corrisponde agli anni di “arretratezza” democratica e civile del nostro Paese rispetto alle grandi democrazie occidentali.
Ci sarebbe da fare qualche approfondimento sui perché IN ITALIA le donne hanno potuto votare solo dal 1946 ( e anche allora c’era chi si opponeva anche se non esattamente in Italia).
@ Saben: l’Assunta lo sapeva?
“l’Assunta lo sapeva? Che vordì ???????
Che dobbiamo comprare il libro? o che si diventa bravi perché lo si è o perché dietro c’è qualcuno che spinge bene….