La bellezza perduta di Giancarlo Liuti
LA RECENSIONE - "La resa dell’usignolo" edito da Liberilibri
di Maria Stefania Gelsomini
Dieci giorni e la vita cambia, per sempre. La vita che sembrava instradata su binari comodi e familiari, oggi come ieri, come domani. Ma la vita non poteva continuare a correre uguale a se stessa, è probabile che covasse da un bel po’ quel cambiamento, la sua crisi. L’inimmaginabile in agguato aspettava solo di esplodere per travolgere il protagonista, Michele, insieme al pesante bagaglio delle sue certezze. Tutto a gambe all’aria. Rapporti personali, prospettive, la presunta consapevolezza di sé.
La resa dell’usignolo non è un giallo ma un romanzo che contiene anche un giallo, il cui mistero resta chiuso soprattutto nel cuore e nella mente di Michele. La trama tutto sommato lineare non tragga in inganno, c’è in realtà un percorso intricato e sotterraneo che la attraversa, corre in parallelo con l’evoluzione interiore del personaggio nel corso della vicenda, e va a sfociare in un finale niente affatto prevedibile. Il pregio di Liuti è quello di far sembrare semplice ciò che semplice non è, e di offrire al lettore, sotto la superficie, una complessa stratificazione semantica. Intima, esistenziale, umana. L’intenzione dichiarata dell’Autore è di andare a scomodare il più universale dei temi contemporanei: la crisi di valori, quelli con la V maiuscola. La sua lingua batte là dove il dente duole. La sua penna affonda là dove la gente muore: in una città irriconoscibile, nella solitudine soffocante, nell’indifferenza di fronte a un crimine, alla giovinezza violata, alla bellezza umiliata. Allora, forse anche in maniera inconsapevole, Liuti va oltre, va a incidere la carne viva del disagio personale con un segno profondo, un graffio, quasi un grido.
Scrivere un romanzo. Non dev’essere facile smettere una veste, quella rigorosa della cronaca giornalistica, che ti è propria da cinquant’anni. Ma Giancarlo Liuti, da giornalista di lungo e prestigioso corso qual è, vuole disfarsene con determinazione e ci riesce con disinvoltura, sfoderando anche nella narrativa la naturale dimestichezza con la scrittura. Michele, Andrea e Marianna sono i suoi personaggi. Un triangolo, al centro di questo romanzo intarsiato di sofisticate simmetrie al quale l’Autore ha lavorato per tre anni, e che pubblica di nuovo con Liberilibri a distanza di undici anni dall’uscita della sua prima fatica letteraria, La scelta. Due opere accomunate, se un punto di contatto si vuole trovare, dal tormento interiore del personaggio principale.
Tre amici Michele, Andrea e Marianna, che fin dall’adolescenza hanno attraversato insieme la vita e che ora, poco più che cinquantenni, sembrano avviati a proseguire senza scossoni un rapporto fatto di consuetudine e complicità, fatto di confidenza e condivisione, di lunghe chiacchierate, discussioni e finti battibecchi. Michele è un biologo e ha una mentalità concreta, formata dagli studi scientifici, lavora in un laboratorio d’analisi e analizza le cellule cerebrali, convinto fermamente che nel suo microscopio siano racchiuse le risposte a tutte le domande dell’uomo. Andrea invece ama la letteratura e la poesia, nutre la sua anima di leggende e miti antichi, ricerca inquieto le risposte che né Michele né la scienza possono dargli. Marianna fa da ago della bilancia, li sopporta, li ascolta, li osserva e ne sorride.
Sullo sfondo di Civalta che altro non è che Macerata, la città alta che sta un po’ sopra le altre, è una calda notte di inizio estate come tante e Michele sta tornando a casa dopo una serata come tante, passata in compagnia dei suoi amici più cari. Su una scarpata lungo una strada di campagna, ammaliato dal richiamo-calamita di un usignolo, scopre il corpo di una ragazza morta. È nuda, bellissima, ventenne e sconosciuta. Da questo punto in poi nulla sarà più come prima. L’unità di Andrea e Marianna, la coppia perfetta e inossidabile assieme dai tempi della scuola, viene minata dall’ossessione del marito tormentato dal desiderio perduto di bellezza. “Viviamo l’apocalisse della bellezza tradita” dice Andrea a Michele, “la morte arriva quando la bellezza ci diventa nemica”. Da quella sera maledetta vacillano le certezze granitiche di Michele, che non riesce più “a liberarsi dall’assedio dei forse”: “questo usignolo ha fatto il nido dentro di me” confessa. Chi vincerà nella battaglia fra microscopi e novelle? E cosa ha a che fare tutto ciò con la morte misteriosa della giovane donna?
Protagonista muta del libro è la bellezza. Che inonda le pagine di romanzieri e poeti, aleggia, si esibisce, sta nascosta, domina, viene rubata, non viene riconosciuta. Antagonista muto del libro è il movente dell’omicidio. Il movente è la bellezza? Se tutto alla fine pare rovesciato, scomposto e ricomposto allora al diavolo la razionalità, l’evanescenza dei sogni può sprigionarsi dalle profezie, dalle stelle, dal canto degli usignoli. Michele riprende in mano la sua vita, libero dell’assedio dei forse.


Mentre la rana con il suo gracidare simboleggia la critica, così l’usignolo con il suo cinguettare simboleggia il canto e non a caso all’interno del Caffè Meletti si trova ingabbiato un bell’usignolo meccanico. Sono sicuro che Liuti ha saputo caricare di bellezza il libro come fosse un usignolo meccanico che rivive con due giri di carica. Basta non perdere la chiave di lettura della bellezza.
Civitalta? Sembrerebbe più Civitanova Alta.